All’interno del reparto di Neuropsichiatra dell’Ospedale San Paolo di Milano, a fianco dello spazio di accoglienza per bambini, i volontari di Arché sono impegnati anche nel sostegno alle ragazze ricoverate in regime di day hospital. I volontari trascorrono la mattinata con le ragazze cercando di costruire insieme delle occasioni di gioco, svago, incontro, relazione.
Attraverso la condivisione di un luogo e di un tempo, quello che prima era un momento vuoto, diventa uno spazio che si costruisce insieme, un’occasione per nuovi incontri, riflessioni, per la realizzazione di piccole opere artistiche a seconda delle inclinazioni e dei desideri.
Pubblichiamo la testimonianza di una nuova volontaria che ha raccontato al corso volontari la sua esperienza:

Una richiesta mi aveva lasciato senza fiato, nonostante ne fossi rimasta piacevolmente sorpresa. Certo, l’idea mi gratificava, ma io non avevo mai parlato in pubblico e francamente ne ero spaventata: sicuramente avrei mostrato tutto il mio imbarazzo, magari balbettando o perdendo il filo del discorso… aiuto!

Poi i giorni passavano, la data si avvicinava e – tutto sommato – sentivo che forse (forse…) sarei stata in grado di far fronte a questa sfida con me stessa. Mi piaceva pensare di poter condividere un’esperienza per me così forte e importante: raccontare delle “mie ragazzine” che di settimana in settimana fanno piccoli e grandi passi per lasciarsi alle spalle l’ossessione di non voler mangiare, di chiedere troppo a se stesse e di fare sempre tutto nel pieno rispetto di una ritualità che non dà tregua.

Quella mattina mi sentivo pronta ad affrontare la mia prova. Ho voluto arrivare presto, seguire gli interventi precedenti, farmi un’idea del gruppo degli aspiranti volontari. L’ho fatto per cercare il più possibile di mettermi a mio agio prima del “momento critico”.

A un certo punto Anna ci presenta e noi tre, volontari “veterani” (?), ci lanciamo un’occhiata di incoraggiamento reciproco. Tocca a noi!

Per fortuna comincia Giacomo; io non avrei mai saputo come rompere il ghiaccio, preferisco che ci sia qualcuno prima di me. Decido di intervenire dopo di lui e prima di Marta, perché anche parlare per ultima mi farebbe accumulare troppa tensione. Ecco… Giacomo sta per concludere, l’emozione cresce, riuscirò a dare un senso compiuto a quello che dirò?

Comincio a raccontare. Ho in testa una specie di scaletta che mi sono scritta per evitare di perdermi in mille particolari e scordarmi i punti più importanti. Mi accorgo che dopo un inizio pacato e un po’ traballante, con il passare dei secondi, vado a ruota libera perché continuano a venirmi in mente tanti momenti belli e pieni di emozione che le mie piccole donne mi hanno regalato. È un flusso inarrestabile, vorrei far sapere a tutti quante cose stimolanti abbiamo fatto insieme, come le hanno vissute le ragazze, come sono cresciuti a maturati i rapporti tra di loro nel giro di pochi mesi. E intanto le penso nella loro grande stanza al settimo piano del San Paolo e ho la sensazione che da lì mi stiano guardando e dicano “non ci avevi detto che avresti raccontato di noi…!”

Ma va bene così, è giusto così, perché sono in tanti a pensare che chi soffre di anoressia viva sempre chiusa nel suo mondo e che non sia possibile – o sia difficilissimo – stabilire con lei un qualsiasi tipo di relazione. Lo pensavo anch’io prima di iniziare il mio percorso. Oggi, so che trascorrere in loro compagnia anche un solo pomeriggio alla settimana è comunque una grande opportunità per stabilire a poco a poco un legame, un rapporto e fare delle cose insieme, sedute attorno a un tavolo; con la lana, con la stoffa con le perline e i fili di metallo…

Mi accorgo che sto parlando troppo, il mio tempo è sicuramente scaduto. La scaletta ormai non esiste più – l’avevo già persa per strada dopo il primo minuto – e ci sono ancora un paio di episodi che mi va di raccontare. Chiedo scusa per essermi dilungata e, finalmente, concludo. Grande sospiro di sollievo. Non so come sia andata, ma sono contenta.