Abbiamo impiegato dodici anni, dico dodici, da quando la Cei ha pubblicato la nuova versione della Bibbia nella quale già era cambiata la traduzione del Padre nostro secondo il Vangelo di Matteo (6, 9-13), dove si legge “non abbandonarci”, per arrivare ad ora. O, meglio, per arrivare al 29 novembre 2020, giorno in cui in tutte le chiese di Lombardia si comincerà a pregare con il testo rivisto. Perché tutto questo tempo? I vescovi francesi che nel 2013 avevano approvato la nuova traduzione, già nel dicembre 2017 avevano introdotto nella liturgia il nuovo testo: «Ne nous soumets pas à la tentation» (non lasciarci entrare in tentazione). Una traduzione che giunge finalmente a riconoscere che Dio non ci induce in tentazione.

Giustamente sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come me la cavo! Se all’inizio preghiamo Dio col nome “Padre”, non posso credere che un padre stia a guardare quando cado, un padre aiuta ad alzarsi subito! Ma davvero ci voleva così tanto tempo? Io già dal 2008 appena pubblicata la nuova versione della Bibbia con la mia gente avevo cominciato a pregare così, non senza incontrare gli strali di liturgisti e di colleghi. Ma pazienza, il tempo rende giustizia.

Così come rende giustizia al riconoscimento, altrettanto tardivo se non di più, del fatto che l’assemblea che prega è costituita di uomini e donne, e quindi si comincia a parlare di fratelli e sorelle. Certo arriviamo sempre dopo, sempre tardi sulla sensibilità linguistica che cambia col cambiare dell’uso. E allora mi chiedo: ma ascoltare un po’ di più la vita e rendere meno sacrale e più umana la comunicazione nella liturgia, non ci farebbe solo un gran bene? Penso soprattutto a quei giovani che lamentiamo sempre come distanti se non lontani dal nostro linguaggio. Il nostro tempo, scriveva papa Francesco, “richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane” (Evangelii gaudium, 73).

Ed era il 2013… Andando di questo passo vorrà dire che i primi segnali li potremo vedere, se tutto va bene, tra qualche anno. Intanto però…

P. Giuseppe Bettoni, Presidente di Fondazione Arché

Articolo pubblicato su La Repubblica (ed. Milano), il 20 ottobre 2020.