L’accoglienza diventa completa, soddisfacente, se nell’abbraccio chi è accolto intravvede una speranza

Intervento di Lino Latella, responsabile nazionale Accoglienza, all’Incontro di spiritualità per adulti e famiglie, organizzato dall’Associazione Macondo, il 28 agosto a Bassano del Grappa

Mia figlia, 7 anni, molto golosa, quando deve mangiare due dolcetti di seguito mi guarda e dice sempre la stessa cosa: “Papà, questo me lo tengo per ultimo, perché mi piace di più e così mi rimane il suo sapore in bocca”. Ecco, spero di lasciarvi un buon sapore.

Devo confessare una cosa: questa per me è la prima volta come relatore, una sorta di Battesimo, e quindi chiedo perdono prima ancora di cominciare qualora non dovessi essere all’altezza di chi mi ha preceduto.

Una prima volta resa ancor più speciale dal tema che mi è stato chiesto di trattare. Quando ho ricevuto la telefonata di padre Farinelli, la prima richiesta è stata quella di non parlare di numeri, di “dati statistici”, ma di esperienze, di “un percorso educativo per comprendere l’accoglienza”, e francamente sono stato molto contento di questo. Credo infatti che i numeri abbiano un doppio valore: certamente permettono di quantificare quello che si è fatto, ma a volte possono diventare fuorvianti, autoreferenziali e, in talune occasioni, inversamente proporzionali alla qualità dell’accoglienza.

Quando le persone diventano numeri si rischia di dimenticarne i volti, le emozioni che ti hanno trasmesso, e questo, a parer mio, è l’antitesi dell’accoglienza: ricordo uno per uno i bambini e le mamme che abbiamo accolto in Casa Accoglienza negli ultimi 10 anni.

Vi parlavo prima della telefonata di don Farinelli: appurato che avrei dovuto parlare di accoglienza, bisognava mettere un po’ d’ordine tra i mille pensieri che avevo in testa e, per riuscirci, ho fatto una cosa forse banale, ma che non avevo mai fatto, ovvero sono andato a cercare il significato etimologico della parola “accoglienza”:

Accoglienza, da accogliere – insieme a raccogliere – sono verbi composti da un prefisso apposto a cogliere, dal latino COLLIGERE, a sua volta formato da CUM e LEGERE, cioè legare insieme. Il significato originario di COLLIGERE, è dunque eminentemente pratico, di radunare, mettere insieme, restringere in minor spazio, erbe, fiori o frutti, le messi, i denari, le persone. Mentre la particella “re” preposta al verbo raccogliere precisa solo la ripetizione dell’azione, la particella a- di accogliere, implica la vicinanza, il movimento verso di sé, in una relazione non tanto fisica quanto affettiva e di relazione. Possiamo quindi dire che al verbo a-cogliere sia possibile dare il significato di cogliere – nel senso di prendere – e portare verso di sé, in altre parole prendere con sé.Significa, pertanto, ricevere qualcuno con dimostrazione di affetto; per logica estensione significa accettarlo, approvarlo, acconsentirgli; in una parola: ascoltarlo, cioè, usare quello che fra i cinque sensi, ci mette in relazione profonda con l’altro ancora più della vista – che più facilmente ci distrae o ci predispone al pregiudizio.

Accogliere significa anche accorciare le distanze, mettere a proprio agio, dare pari dignità e riconoscere i propri diritti a chi ti sta davanti, significa cioè porsi in atteggiamento empatico, entrare in una relazione fraterna. L’accoglienza però (e questo è un punto su cui tornerò tra poco) non va confusa con l’ospitalità, che è piuttosto la messa a disposizione per benevolenza di vitto e alloggio allo straniero o al pellegrino. Si può infatti essere ospitali, ma non veramente accoglienti e si può essere accoglienti anche se non si dispone di un alloggio “ospitale”. È perfino abbastanza facile, provocare reazioni negative anche se l’ospitalità è stata impeccabile, ma l’accoglienza nel senso sopra descritto è carente. Chi si sente accolto collabora più facilmente, nel senso che darà il meglio di sé per cercare di superare le difficoltà nelle quali si è venuto a trovare. Chi si sente solo ospitato (altro punto nodale, a parer mio), in qualche modo tollerato, cercherà di sfruttare la situazione a suo vantaggio.

Come ultima riflessione: per accogliere veramente occorre non avere paura della diversità – dell’altro da sé – e cercare di vedere in essa l’opportunità che la Provvidenza ci manda per permetterci di migliorare noi stessi.

C’è molto di quello che facciamo tutti i giorni, in Arché, in questa definizione: “prendere con sé ed ascoltare”. Nel nostro caso accogliere mamme con i loro bambini cercando, per il periodo che trascorreranno con noi, di far sì che sentano Casa Accoglienza la loro casa. Affinché questo avvenga, l’ascolto è fondamentale, perché ci permette di andare oltre le apparenze e quindi oltre il “pregiudizio”.

Ascoltiamo le loro storie, i loro bisogni, quali sono le loro aspettative e, perché no, anche i loro sogni per il futuro e le loro paure. Tutto questo, però, rimanendo “agganciati” alla vita reale, perché Casa Accoglienza non diventi un luogo che le estranei dal mondo: abbiamo visto negli anni che quando questo è accaduto, i progetti sono naufragati.

L’ascolto da solo non basta, però: in Casa Accoglienza c’è una quotidianità fatta di bambini da accompagnare a scuola, faccende domestiche e mamme che devono andare a lavorare, e gli educatori sono lì per aiutare le mamme in tutto questo; quello che dico sempre alle mie mamme quando arrivano in Casa Accoglienza è che noi non faremo nulla per loro, ma tutto quello che faremo nel tempo (il concetto di tempo è per noi fondamentale, perché ci vuole del tempo per costruire delle relazioni fruttuose, relazioni che curano anche) che trascorreremo insieme, lo faremo con loro.

Della quotidianità poi fanno parte anche i pranzi e le cene ed ecco allora che le mamme e gli educatori cucinano insieme ed insieme ci si siede a tavola per consumare lo stesso cibo, perché non serviamo semplicemente piatti caldi, ma condividiamo la stessa tavola, cosa che per noi è sinonimo di accoglienza, perché, per tornare sempre alla nostra definizione: si può infatti essere ospitali, ma non veramente accoglienti e si può essere accoglienti anche se non si dispone di un alloggio “ospitale”.

Vorrei, prima di andare avanti, fare una piccola “deviazione” e raccontarvi una cosa che mi è capitata quest’estate: per la prima volta ho potuto visitare un centro chiamato di “prima accoglienza” per i profughi in Calabria. Ebbene, io credo che tenere delle persone in quelle condizioni, dando loro solo da mangiare e coperte calde, non si possa chiamare accoglienza: è la risposta a un’emergenza, forse, ma accoglienza no! È “non-accoglienza”.

E lo sarà fino a quando non saremo in grado di far sì che queste persone si rendano utili, come è accaduto in qualche realtà particolarmente virtuosa nel nostro Paese, prima che finiscano per essere sfruttati per raccogliere i pomodori, ad esempio, in condizioni di schiavitù, come ha anche denunciato Papa Francesco in questi giorni, o, peggio ancora, nel caso delle donne, prima che finiscano sulla strada. Credo che debba essere fatto qualcosa a livello politico e probabilmente non è nemmeno questa la sede, ma è necessario far sì che alle persone che accogliamo venga restituita la dignità.

A volte le mamme vengono da me in ufficio e mi dicono di aver preso una multa in metropolitana perché non avevano il biglietto, allora io chiedo come sia potuto accadere visto che facciamo l’abbonamento per tutte le mamme che ne abbiano bisogno ed alle altre diamo i soldi per il biglietto, la risposta che ottengo, la maggior parte delle volte, è: “mi vergognavo a chiedere i soldi per l’abbonamento”.

Ecco, ognuna delle nostre mamme ha bisogno di sentirsi riconosciuta come persona, ha bisogno di essere trattata da individuo competente e questo vale per tutte, anche le più richiedenti. A nostro avviso, perché questo accada, l’accoglienza non deve mai sfociare nell’assistenzialismo: ecco perché chiediamo alle mamme di collaborare ed ecco perché, non appena le condizioni lo permettono, reperire un lavoro o dare alle mamme una formazione, affinché quel lavoro possano cercarlo, diventa per noi il primo obiettivo.

Per lavorare su questo fronte, ci avvaliamo sia di Enti sul territorio, ma anche dell’aiuto degli “amici” di Arché e qui c’è un altro punto nodale: i volontari ed il legame che questi creano con il territorio. Fare quello che facciamo senza l’aiuto dei volontari sarebbe pressoché impossibile e, questo, la compianta Carla Panceri nel suo libro lo dice a chiarissime lettere.

I volontari di Arché sono una risorsa umana – non nell’accezione aziendale di questo termine – fondamentale perché fisicamente ci aiutano a fare delle cose e, credetemi, il messaggio che passa a una donna con il vissuto di una qualunque delle nostre mamme, nel vedere una persona spendersi per lei, per i suoi figli, senza volere nulla in cambio ma per il solo piacere di farlo, è fortissimo. I nostri volontari fanno scoprire a bambini e mamme una realtà che, semplicemente, la maggior parte di loro ignoravano, mostrano loro il bello ed il bello può anche essere, mi si passi il termine, terapeutico.

Ieri, in platea, c’era un signore, volontario per un’associazione, che nel momento delle riflessioni in seguito all’intervento del Dott. Gaiera, raccontava di come lui ed altri volontari come lui, si assumano l’onere di accompagnare alla morte i pazienti terminali e diceva: “Noi non facciamo niente, stiamo lì”. Beh, io credo che quello sia molto, moltissimo, quella sia vera accoglienza, che si concretizza nel soddisfacimento