Il progetto MOMO è attivo dal 2007 nel reparto di pediatria generale dell’Ospedale dei bambini V. Buzzi di Milano. Lo scopo, concordato dall’associazione e dall’équipe medica e infermieristica del reparto, è quello di fornire alle mamme e ai papà, spazi di ascolto in modo che possano sentirsi alleggeriti nel passare del tempo in ospedale.
Oggi le volontarie presenti in ospedale sono 5 e garantiscono la copertura tutti i giorni della settimana.
bisogni delle mamme o dei parenti di Progetto Momo sono molteplici e di varia natura: si va da richieste di ordine pratico (prendersi cura del bambini per qualche minuto, indicazioni pratiche sulla città e sull’ospedale, funzionamento dei servizi sociali, educativi, sanitari o dei sussidi, ecc.) a richieste di supporto più propriamente di ascolto e di condivisionedelle problematiche, delle fatiche e dei dolori della quotidianità.

Le mamme apprezzano il poter essere ascoltati da qualcuno, condividere le proprie preoccupazioni per la malattia del figlio e ricevere un momentaneo sollievo. Alcune madri, quelle straniere e molto giovani, apprezzano particolarmente la presenza di volontarie a loro volta madri con più esperienza di loro, capaci di fornire con leggerezza e tatto un aiuto (con qualche consiglio pratico) nel prendersi cura del proprio bambino.

Alcune mamme si sentono libere di raccontare angosce, ansie e paure relative alla patologia del proprio bambino e all’essere genitore, specialmente nel momento particolare di un ricovero del figlio. Molti genitori, specialmente le mamme di origine straniera o quelle provenienti da altre Regioni di Italia, mostrano il bisogno di sentirsi accolte, per poter far fronte ad un profondo senso di solitudine, causato dalla lontananza da casa, spesso percepita non solo come distanza fisica, ma anche come differenza di linguaggi e mondi culturali.

Un pomeriggio… di Adele:

“…a metà del corridoio c’è una stanza con la porta aperta, anche se buia e senza luci accese, entro e incontro Paul, un bimbo di pochi mesi, con la sua mamma, il suo papà e la sua sorellina. Parliamo un pò e quando la sorellina e il papà vanno via, io resto con Paul e sua mamma: parla poco l’italiano ma si dimostra contenta di vedermi e poter parlare con qualcuno, le spiego chi sono e cosa ci faccio lì… lei mi ascolta con lo sguardo un pò perso. Sta cercando di far mangiare Paul, le suona il telefono, le cadono i tovaglioli e il cucchiaino… raccolgo quello che è caduto e le dico che se vuole intanto che parla al telefono posso tenerle il bambino. In quell’istante mi guarda e mi dice solo “grazie”, ma è lo sguardo e il grazie più autentico e vero che abbia mai sentito.”

Un pomeriggio… di Giovanna:

“sono entrata nella stanza di una bimba piccolissima, forse troppo piccola per la sua età.
La stanza era un po’ buia e Giada dormiva completamente intubata.
La mamma ha 19 anni, è brasiliana.
Fuori nevica.
Dico alla mamma di andare a fare due passi in mezzo alla neve.
Mi dice che non se la sente di lasciare la bimba.
Insisto, solo un po’.
Si veste.
La vedo passeggiare dalla finestra; sta quasi correndo.
Torna con le guance arrossate.
Mi dice che non vedeva la neve da quando era bambina.”