percorsi sicurezza vittime

  • Quando si parla di violenza di genere, sono due gli atteggiamenti prevalenti: o si minimizza la gravità di quanto accaduto o ci si concentra solo sulla vittima. L’impegno del CIPM (Centro Italiano per la Promozione della Mediazione) invece sembra arrivare prima, con la prevenzione, e dopo, con il recupero degli autori della violenza. Perché avete scelto questo ambito, cosa vi ha spinto?

Paolo Giulini (presidente del CIPM): Il nostro intervento va a integrare l’efficacia del sistema penale per quanto riguarda i reati relazionali come, spesso, si configurano quali connessi alla violenza di genere. Quando viene comminata una pena, infatti si dà una risposta esclusivamente punitiva senza occuparsi degli effetti del tessuto relazionale della persona.

E ciò è molto rischioso, anche in vista del rientro in società di un condannato. Ciò che facciamo come CIPM, invece, è prevenzione sia della vittimizzazione secondaria, entrando in contatto con le persone che hanno iniziato un percorso giudiziario e offrendo loro un intervento trattamentale per evitare che replichino le loro condotte. sia di quella primaria, agendo affinché certe condotte non sfocino in atti di violenza, in ulteriori lesioni dei diritti delle vittime.

Lo facciamo attraverso il protocollo Zeus con la Questura di Milano, incontrando le persone che sono state “ammonite”, oppure con il Presidio Criminologico Territoriale del Comune di Milano.

  • In particolare, in che modalità intervenite per quanto concerne la violenza di genere? Qual è l’esito auspicato?

Primariamente, siamo convinti che sia necessario porre attenzione alla messa in sicurezza della vittima. E ciò si può ottenere conoscendo bene l’autore e le sue modalità d’azione. Si tratta quindi di lavorare con queste persone che spesso hanno grandi difficoltà a livello psicologico-relazionale: in molti casi hanno già subito eventi traumatici e sono stati a loro volta vittima di violenza, determinando in loro una palese difficoltà all’entrare in contatto con la sfera affettiva che può sfociare in atti persecutori e violenti.

In questo senso un percorso trattamentale dell’autore è ancora più necessario perché spesso la narrazione dell’autore non coincide con quelli che sono i suoi atti lesivi.

  • Cioè?

In parole povere, da parte dell’autore manca spesso una presa di coscienza della gravità e della lesività dei suoi comportamenti. E ciò si manifesta nella tendenza a spostare la responsabilità di quanto successo sulla vittima stessa, favorendo così anche una reiterazione degli stessi atti violenti.

  • Nel vostro lavoro quotidiano, quali sono le maggiori difficoltà che incontrate nell’interfacciarvi con gli autori delle violenze? Cosa li motiva?

È un interrogativo centrale per noi e il nostro lavoro. Spesso ci troviamo a che fare con persone che non hanno una vera e propria motivazione e che non chiedono neppure aiuto per gestire la situazione relazionale problematica che si è conclusa con la violenza.

Da parte loro spesso vengono messi in atto, così, meccanismi di negazione e minimizzazione, favoriti da una risposta solo punitiva che  spesso impedisce una rielaborazione sulla propria responsabilità e che conduce semplicemente a dare la colpa alla donna. Insomma, c’è una grande difficoltà a vedere l’altro.

  • Come facciamo quindi a lavorare con questi soggetti?

Dobbiamo pensare a motivarli, prevedendo attività di gruppo e mettendo in campo degli sportelli di ascolto sia in carcere che fuori. Anche la magistratura si sta muovendo in questa direzione, attraverso un ricorso sempre più ricorrente a misure alternative, anche con prescrizioni trattamentali.

percorsi sicurezza vittime

  • Quant’è probabile il rischio di reiterazione del reato? Può esistere nella violenza di genere una possibilità di riabilitazione?

In questo lavoro abbiamo spesso a che fare con soggetti fragili. Studi recenti indicano che il 40% degli autori di questi reati è recidivo, mentre a seguito di un programma trattamentale le recidive si abbattono del 35%.

Quel 5% degli effetti del trattamento corrisponde comunque ad un numero molto alto di potenziali vittime; in generale però, si può dire che gli interventi con gli autori sono importanti non tanto per il singolo quanto per il sistema nel suo complesso: aumentano la sicurezza delle potenziali vittime visto che più conosciamo gli autori, più li possiamo accompagnare e anche controllare.

Una volta che  qualcuno entra nel campo del trattamento, noi continuiamo a occuparcene e chiediamo non tanto la disposizione al cambiamento quanto l’impegno e la disposizione al trattamento. Non siamo lì per cambiare qualcuno, quanto per assicurare la messa in sicurezza di chi con questa persona ha e avrà a che fare.

E ciò accade a partire da una piena presa di coscienza dei danni che l’autore ha causato e può causare.

  • Cosa può fare la società? E l’impianto normativo è efficace?

Già esistono convenzioni internazionali che all’avanguardia che sono state ratificate in Italia come la recente legge 172 del 2012 che introduce l’articolo 13 bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede la possibilità di un trattamento per gli autori di “reati relazionali”, e la legge 69 del 2019, il cosiddetto “Codice Rosso”, che prevede la possibilità di sospendere la pena per il maltrattante, lo stalker e il reo sessuale, a condizione che lo stesso si predisponga a frequentare un percorso trattamentale.

È poi importante ricordare che la Magistratura milanese, in questi ultimi tre anni, ha arricchito i contenuti delle recenti integrazioni normative del c.d “Codice Antimafia” (D.L. 159/2011), che estendono a maltrattamenti e stalker la misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale, prevedendo tra le possibili prescrizioni l’ingiunzione trattamentale per i sorvegliati.

  • Si può prescindere, dunque, dal trattamento degli autori delle violenze?

PG: Riteniamo fondamentale un trattamento criminologico, non una terapia psicologica, in quanto rivolto a persone che commettono un reato o sono a rischio di farlo a seguito di una pluralità di fattori.

Siamo lì ad aiutare queste persone a non ricadere nelle cadute violente e a ricostruire un senso della loro vita, a partire dalle loro fragilità, nella speranza di favorire un maggior benessere nelle loro relazioni interpersonali. A beneficio, anche e soprattutto, della sicurezza delle vittime.

Intervista a Paolo Giulini, Presidente del CIPM (Centro Italiano per la Promozione della Mediazione)

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