La caparbietà è granitica, come la roccia delle montagne tra cui è nato, nella bergamasca. Il sorriso solare, come quel paese, tra cielo e mare, che ormai è casa sua da anni.

A San Benedetto del Tronto, dove le basse colline dorate delle Marche si alternano all’acqua verdeblu dell’Adriatico, Arché è cresciuta grazie a padre Silvano Nicoli, 70 anni, bergamasco, dieci anni trascorsi a Milano dove, con padre Giuseppe Bettoni, ha condiviso «una bella amicizia e collaborazione, per inventare nuove modalità a servizio del territorio e porsi accanto alla persona “fragile”».

Oggi, dopo 25 anni da quella esperienza, ricorda: «Appena ordinato sacerdote, nel 1974, fui mandato a Sant’Angela Merici, come responsabile dell’oratorio. Rimasi a Milano per 10 anni e al termine del mio mandato chiesi a padre Giuseppe, che allora si trovava a Bergamo, di raggiungermi, per passare a lui il testimone, e seguire le attività oratoriali al mio posto.

Allora, in parrocchia, si stava radunando il primo gruppo di persone che poi sarebbero state le fondamenta di Arché.

Nel 1984, fui trasferito a San Benedetto del Tronto e padre Giuseppe iniziò a dare forma al gruppo di volontari che si andava costituendo».

Dopo altri dodici anni di servizio a Pesaro, padre Silvano tornò a San Benedetto nel 2007, quando ormai Arché era già una realtà ben avviata. «Qui, nelle Marche», rileva, «c’è molta gente disponibile e attenta agli altri. Per questo, ho pensato che sarebbe potuta “attecchire” facilmente una presenza di Arché, e così infatti è stato, grazie anche al sostegno di persone dell’Abruzzo, in particolare Tortoreto, Alba Adriatica, S. Egidio…

La gente è ricca di affetto e di solidarietà, anche se la partecipazione da noi, rispetto a quella che si ha a Milano, è più emotivo-affettiva che strutturale. Tuttavia, in questi anni abbiamo dato vita a numerosi progetti e iniziative, che ci hanno permesso di andare incontro alle fragilità della zona. La nostra sede, guidata dalla responsabile Ilaria Quondamatteo, conta una ventina di volontari, e offre risposte concrete alle situazioni di disagio che ci si presentano».

L’aver potuto camminare a fianco di Arché, mentre muoveva i primi passi, è stato un privilegio, che padre Silvano custodisce e, a distanza di anni, rielabora: «Come religioso sacramentino, ho vissuto questa esperienza considerandola “profetica” per la sua intuizione di mettere la persona al centro del nostro agire, del nostro pensare, e pienamente inserita nel nostro carisma, che ci sprona a vedere nell’Eucaristia una scelta di vita e di condivisione».

Certo, a volte qualche difficoltà c’è stata, ma è apparsa più forte la volontà di andare avanti. «Sicuramente», confida ancora padre Silvano, «uno dei “frutti” positivi di Arché è il confronto culturale sulla fragilità cui la Fondazione è riuscita a dar vita, sviluppando un dibattito di qualità, anche con il coinvolgimento delle istituzioni. Senza dimenticare l’importanza che hanno avuto le persone, che si sono messe in gioco e hanno donato se stesse, ma anche le strutture di solidarietà che abbiamo realizzato.

Nella nostra realtà locale, la difficoltà maggiore è nel tentativo di convertire l’enorme e grandissimo slancio emotivo che esiste nella popolazione in uno stile di vita più strutturato, perché il nostro impegno non si traduca in un momento di solidarietà fine a se stessa, ma diventi una provocazione capace di trasformarci, di diventare proposta di vita, che ci spinga ad essere cittadini solidali». Per inventare, ogni giorno, la speranza.