Penso che potrebbe aiutarci a portare a casa qualcosa da una pagina così intensa e complessa come questo capitolo ottavo di Giovanni, provare a sintetizzare così il testo:

Comincia Gesù

  1. La verità vi farà liberi!
  2. Il Figlio vi farà liberi!
  3. E allora fate le opere di Abramo
  4. Voi non ascoltate: non siete da Dio
  5. Se uno osserva la mia parola non vedrà la morte
  6. Abramo vide il mio giorno e fu pieno di gioia
  7. Io sono.

rispondono i Giudei

  1. Non siamo schiavi di nessuno.
  2. Il nostro padre è Abramo.
  3. Abbiamo un solo padre: Dio.
  4. Tu sei indemoniato e samaritano.
  5. Chi ti credi di essere?
  6. Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?
  7. Raccolsero pietre…

È un dialogo tra sordi, potremmo dire: una di quelle situazioni in cui anche se la discussione fosse andata avanti per ore, l’esito non sarebbe stato diverso, ovvero: eliminare l’altro.

Possiamo parlare di malinteso, di un fraintendimento, anche di ipocrisia… ma ognuno di questi termini dice un qualche aspetto della vicenda e non ci aiuta a definire la questione, perché il problema è Gesù.

Al centro c’è lui, Gesù, con la sua presenza e le sue parole provocatorie, ma intorno a lui ci sono i discepoli (che stanno sullo sfondo nella discussione di oggi) e soprattutto ci sono gli anti-discepoli chiamati appunto Giudei, dove il termine Giudei assume un valore rappresentativo, non si tratta di categorie semplicemente storiche o sociologiche, sono uno stereotipo, nella loro presunzione sono simboli e tipi dell’universale condizione umana e nella loro risposta a Gesù sono il contrario dei discepoli.

Giovanni raccoglie sotto questo nome figure diverse a seconda dei contesti: ora indicano la gente, il popolo; ora rimanda alle autorità, ora sono i contemporanei di Gesù oppure sono anche definiti tali in opposizione ai pagani… Insomma Giovanni li cita nel suo vangelo almeno settanta volte e con sfumature diverse, ma in sintesi, senza entrare troppo nei dettagli, possiamo dire che sono figure in netto contrasto con i discepoli, come se facessero da controparte a coloro che hanno deciso di seguire il Signore.

Dal punto di vista narrativo la funzione più significativa di questa come altre discussioni in Giovanni è quella di dirci come leggere il Vangelo.

I lettori come noi sono orientati al livello sul quale deve essere compreso il linguaggio evangelico che secondo Giovanni è come se fosse polarizzato tra la sequela di Cristo e il suo rifiuto. Giovanni con queste figure radicalizza un poco il discorso, è come se ci dicesse: o sei con Gesù e gli vuoi bene e lo segui, oppure lo rifiuti, non comprendi le sue parole, resisti alla sua proposta e arrivi al punto di eliminarlo.

Siamo avvertiti che la dialettica può arrivare alla deriva violenta esattamente come ieri i Giudei o i romani… così oggi nella misura in cui ognuno di noi presume di avere la Verità o di essere nella Verità.

Ecco di fronte a Gesù è la presunzione l’atteggiamento sul quale si sviluppa la discussione; è la presunzione che arriva ad armare le mani con pietre da scagliare contro l’altro; è ancora la presunzione che impedisce di fidarsi di Gesù. La presunzione di sapere ti fa guardare l’altro dall’alto in basso, lo classifichi e lo squalifichi. Non è tanto l’incredulità di chi non accetta la fede, non crede in Dio… anzi è la presunzione tipica di chi invece crede, delle persone che si ritengono religiose. Non è soltanto una questione individuale, personale, ci sono sistemi di vita che tengono insieme una cultura di morte e una certa devozione religiosa. Che è il tipico atteggiamento delle mafie.

Lo spunto mi viene dal fatto che proprio come oggi, 23 anni fa, il 19 marzo del 1994, alle 7,20 del mattino, la camorra con quattro colpi sparati al volto ammazzava don Peppe Diana, un prete di Casal di Principe che aveva dedicato la vita e l’impegno pastorale alla lotta per contrastare illegalità, abusi, privilegi, connivenze…

Don Diana era della stessa pasta dei don Puglisi (+ Palermo, 1993) o dell’arcivescovo Romero (+ 1980) il cui martirio ricorderemo il 24 marzo, ammazzato sull’altare perché aveva scelto di stare dalla parte degli ultimi, di chi contrastava emarginazione e sfruttamento.

Don Diana aveva avuto il coraggio di prendere le distanze e di lavorare per una Chiesa che non avesse nulla a che spartire con la connivenza e la convivenza con la camorra ed il suo sistema di potere, quello invisibile e quello visibile, rappresentato dai suoi delegati nelle istituzioni, negli affari, nelle professioni. E purtroppo anche in quella parte della Chiesa che benedice le feste della camorra, si inchina davanti ai boss, frequenta corrotti e collusi, arrivando persino a negare la esistenza stessa delle mafie.

Don Diana in un’intervista raccontava che A Scampia nei laboratori di stoccaggio della droga spesso vengono tagliati 33 panetti di hashish per volta, come gli anni di Cristo. Poi ci riferma per 33 minuti, si fa il segno della croce e si ritorna al lavoro.

…A Pignataro Maggiore il clan Lubrano fece restaurare a proprie spese un affresco raffigurante una madonna: è detta la “Madonna della camorra”, poiché a lei si sono rivolti per chiedere protezione i più importanti latitanti di Cosa Nostra fuggiti dalla Sicilia a Pignataro Maggiore.

Una cultura simile non viene da sé, si sviluppa anche grazie a supporti, sostegni, o anche più semplicemente al silenzio. Infatti una volta mentre celebrava un funerale – e diceva di essere stanco di celebrare funerali in una terra che aveva il primato per morti ammazzati e morti bianche sul lavoro -, iniziò così l’omelia: “A me non importa sapere chi è Dio”. Non è difficile immaginare il brusio delle navate di una chiesa di paese che sente pronunciare parole simili. E poi continuò: “Mi importa sapere da che parte sta”.

Non era una domanda retorica, ma una provocazione per scuotere i silenzi e le connivenze di parte della Chiesa, perché se la Chiesa avesse messo lo stesso impegno nella denuncia della mafia come incompatibile con la fede, così come lo ha messo per esempio nella minuziosa classificazione delle eresie e della vita affettiva e sessuale delle persone, avrebbe offerto una chiara testimonianza evangelica e avrebbe dato un buon contributo di civismo alla democrazia.

Per svegliare una Chiesa assopita e silente di fronte a questo sistema, don Diana insieme a un gruppo di preti della forania di Casal di Principe, nel 1991 pubblicò un messaggio dal titolo profetico: Per amore del mio popolo non tacerò. Un testo in cui sembra di sentire l’eco delle parole di Gesù con i suoi interlocutori di oggi, come recita la parte finale del messaggio: Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili.

Guardate che non parliamo solo del Sud, lo sappiamo bene come i traffici di droga e di armi che avvengono soprattutto nella ricca Lombardia, non sarebbero possibili senza una rete delinquenziale e mafiosa. Per questo teniamo vivo il ricordo di un testimone del Vangelo come don Diana, così come di tutte le vittime della mafia che ricorderemo il 21 di questo mese per due motivi: anzitutto perché non abbiamo a cadere nella stessa presunzione degli interlocutori di Gesù, una presunzione che si serve della religione e della fede, una presunzione che ti rende connivente con il male, che non ti fa stare in ascolto perché pensi già di sapere…

C’è una sorta di presunzione anche nell’indifferenza e nella pigrizia, proprio perché l’indifferente presume di poter vivere di rendita, anche nella fede, presume di poter bastare a se stesso. Come il pigro che crede di vivere tranquillo senza troppo impegno. La verità vi farà liberi, dice Gesù. Allora cerchiamo di rimanere nella verità del Vangelo, nella verità della nostra amicizia con Cristo per essere liberi di scuotere l’indifferenza e la pigrizia che ci circondano, per amore del nostro popolo.

(Gv 8,31-59)