parco giochi bambini

Queste tre semplici parole costituiscono l’assunto fondamentale della pedagogia sociale, la disciplina che si occupa di studiare e mappare le esperienze educative formali, non formali e informali che incontrano le vite delle persone.

Queste esperienze si sviluppano e si concretizzano, in modo intenzionale, non dichiaratamente intenzionale o non intenzionale, proprio nel territorio, inteso come luogo fisico, materiale e sociale: il territorio costituisce quell’ancoraggio concreto dove l’educazione si fa e si rende esperienza.

Sebbene questa disciplina sia da quasi dieci anni oggetto dei miei studi e del mio interesse professionale, questo assunto di base si è reso concreto nella mia esperienza di vita quando ho cominciato a vivere il territorio, i territori, con i miei figli.

Da quando ci sono loro i criteri con cui scegliere dove andare, per una passeggiata, per una cena o anche per una vacanza sono necessariamente cambiati, in direzioni molteplici che possono essere così riassunte: andiamo ovunque, solo se c’è un bel parco giochi.

I parchi giochi non sono mai stati luoghi centrali della mia infanzia, cresciuta in provincia, in una casa con giardino e vicino a colline e parchi naturali. Lo sono diventati, potentemente, ora che accompagno l’infanzia dei miei bambini a Milano e, purtroppo sempre meno di quanto vorrei, in giro per il mondo.

Da allora ho scoperto che Praga, ricca di fascino per il suo profilo e le sue luci serali, è fantastica perché costellata di bar e ristoranti “baby friendly”, con uno spazio gioco al proprio interno.

Che Parigi, città del cuore della mia giovinezza per la sua ricchezza di musei, teatri, localini e librerie, non è poi così accogliente nei suoi giardini così impostati, dove non si possono tirare sassi nelle pittoresche fontane.

Che Bologna, dalla vita universitaria eccellente, chiede alle famiglie con bimbi di andare fuori porta per trovare uno scivolo.

Che nei Balcani, Bascarsija a Sarajevo è stupefacente per le sue moschee e i suoi caffè, ma impedisce una sosta per allattare all’aperto nelle sue viuzze acciottolate sempre troppo strette e affollate; mentre i campeggi sloveni sono i migliori, perché ciascuno è dotato del suo ampissimo e curato parco giochi in legno su un prato naturale, che non annoia mai.

Che Stoccolma e Copenaghen, che per il loro clima inviterebbero a starsene al chiuso h24, in realtà sono sempre ricche di vita all’aria aperta, grazie ai parchi giochi colorati in ogni quartiere, ben illuminati per essere utilizzati anche nelle lunghissime serate invernali.

Avendo bandito dal programma dei nostri viaggi le visite guidate e i locali notturni, sono i parchi giochi che mi hanno permesso di scambiare quattro chiacchiere con turisti da tutta Europa e persone locali, mentre mio figlio che stava imparando a parlare scopriva l’esistenza delle lingue straniere. Ci hanno permesso, come famiglia, un assaggio della quotidianità degli abitanti di quelle città e ci hanno fatti sentire più o meno accolti, più o meno benvenuti, mostrandoci se e dove era pensato uno spazio per noi.

E Milano?

parco giochi bambini

Milano è velocità, è puntualità, è opportunità sconfinate, è lavoro, è business. È anche isolamento sociale, individualismo e solitudine, è difficoltà di intessere relazioni. I parchi giochi, quelli fatti bene, possono essere parziali antidoti a tutto questo. Un parco è la possibilità per i bambini e le bambine di stare all’aria aperta e per gli adulti di incontrarsi e di confrontarsi al di fuori del proprio contesto lavorativo.

È l’opportunità per chi diventa genitore ed è inserito in un gruppo di amici che non lo è, o in nessun gruppo, di costruire una rete di relazione nel quartiere, che condivide ritmi di vita e abitudini, sa indicare servizi e propone attività. Per chi vive in appartamento è luogo fondamentale di socializzazione spontanea e di “respiro”, di aria, se non proprio pura (siamo pur sempre a Milano), almeno frizzante e allegra.

Nelle periferie, quelle popolari dove gli appartamenti sono spesso troppo piccoli e troppo affollati, quelle dove le strade sono sporche e le piazze intrappolate da grandi viali pieni di macchine, un parco giochi, se fatto bene, è luogo di incontro, di attività fisica e di fuga dalle asfissianti dinamiche chiuse dentro le mura domestiche.

Il parco giochi è gratuito, e per questo democratico e interculturale, permette quel preziosissimo métissage tra persone di ambienti diversi, classi diverse, background culturali diversi, offrendo la possibilità di respirare un po’ di mondo fuori dalla porta di casa.

Il parco giochi è versatile e si trasforma. Osservare come cambia l’occupazione delle sue panchine col trascorrere delle ore è affascinante: la mattina è sportivi e sportive, anziani e anziane, bimbi e bimbe nei passeggini solitamente spinti da mamme in congedo (purtroppo, a differenza di Stoccolma, pochi papà…), nonni o baby sitter; al pomeriggio bambini e bambine che escono dalla scuola dell’infanzia e dalla primaria con i loro genitori; all’imbrunire gli e le adolescenti, che preferiscono vedersi all’aperto, piuttosto che nei locali troppo cari dell’aperitivo.

Se un vecchio e noto proverbio africano dice che “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”, nelle metropoli occidentali quel villaggio è lì che si può trovare, nei parchi giochi. Un villaggio che a volte accoglie e include, altre invece può essere percepito come fastidioso e inopportuno, soprattutto da chi ha scelto e voluto l’indipendenza e la libertà che altrove concede lo spazio urbano.

Gli abitanti del villaggio possono non pensarla come te. Possono intervenire con commenti sgradevoli o invadenti, criticando il tuo modo di educare, vedere, pensare, vestire i tuoi bambini e le tue bambine. Possono rivolgersi loro con domande o rimproveri che non condividi. Possono cercare di intavolare con te discorsi che preferiresti non sentire, che non ti appartengono e non appartengono alla cerchia di persone che ti sei scelto e costruito altrove.

A volte è faticoso, ma è l’altro lato della medaglia, anche questo è intercultura, anche questo è mondo e, in qualche modo, anche se sul momento non sembra sempre, anche questo è ricchezza. Non sempre i parchi giochi di Milano sono in buone condizioni. Alcuni sono vecchi, sporchi e rotti, altri mancano di strutture o di fontanelle, altri ancora si trovano in collocazioni poco felici, esposti ai gas di scarico delle troppe macchine in circolazione.

Ma negli ultimi anni, Milano che cresce in tanti aspetti, sta crescendo anche dal punto di vista dei suoi parchi, ce ne sono di sempre più inclusivi, di sempre più variegati e colorati, di sempre più ben tenuti e curati.

Ogni intervento di restauro o costruzione di un parco giochi mostra ai bambini e alle famiglie che la città è anche loro, li invita ad uscire e a non rifugiarsi nel proprio appartamento e nella propria solitudine, li educa ad accogliere e apprezzare il mondo.

Ed è di questo tipo di educazione territoriale che una città come Milano, aspirante all’avanguardia non solo economica ma anche sociale e culturale, ha tremendamente bisogno.

Giulia Pozzebon

Dottoressa di ricerca in pedagogia e coordinatrice di servizi educativi

Foto| Isabella De Maddalena

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