“Ho sofferto io e non voglio che altri provino dolore. Non bisogna essere egoisti”. È l’insegnamento che le vite spezzate dall’AIDS della figlia e della nipotina, a inizio anni ‘90, hanno trasmesso alla signora Maria. E che vale ancora oggi nel pieno di un’altra pandemia: “Ho conosciuto persone che sono morte anche per questa tragedia. Cambia poco, davvero. Anche la domanda rimane la stessa in questa situazione: che cosa possiamo fare per gli altri?”.

A lei, madre di Marilena, donna sieropositiva incinta, è stata proprio la vicinanza degli altri a darle la forza di andare avanti. “In ospedale abbiamo conosciuto p. Giuseppe Bettoni e quella che allora si chiamava associazione Arché. Offriva supporto psicologico, organizzava colloqui con tutto il gruppo e per noi è stato davvero un respiro di ossigeno mentre affogavamo nel disastro”, dice Maria che negli anni ’90 ha perso la figlia e la nipotina.

Un dolore che ogni anno, il 1° dicembre, nella Giornata Mondiale contro l’Aids, si rinnova. Nonostante i dati confermino che l’AIDS non sia più un’emergenza (nel 2019 in Italia si è registrata una diminuzione complessiva delle persone con diagnosi di Aids che scopre di essere HIV positivo e un numero di decessi stabile intorno ai 500), per la signora Maria la giornata del 1° dicembre vuol dire “tornare all’angoscia di quegli anni: anche tra i medici c’era tanta paura. Le porte si chiudevano ed era difficile levarsi di dosso lo stigma che la famiglia di un sieropositivo avvertiva”.

Un sentimento contro cui Maria e la sua famiglia sono riusciti a reagire, mettendosi insieme e condividendo con altri le piccole gioie e i grandi dolori. “È stato il grande merito di Arché mettersi insieme, reagire e superare la paura. Insieme”. La paura della pandemia dell’AIDS, allora, e degli altri, oggi e in futuro.