volontari pandemia

Come avevamo già raccontato, l’ArchéBaleno #64 è stato pensato e scritto sulla base del lavoro di gruppo a cui i volontari e le volontarie hanno partecipato durante i mesi più intensi della pandemia. 

Ci hanno raccontato i loro personalissimi lockdown e le emozioni contrastanti che caratterizzavano ogni giornata.

Da foto o quadri per raccontarci un momento di quel periodo a riflessioni scaturite durante le tante ore in casa.

E dopo avervi presentato i lavori dei primi due gruppi, è arrivato il momento di leggere (e vedere) gli spunti che abbiamo raccolto con il terzo.

Buona lettura (e visione)!

Fioravante Tanzillo

Palermo, Cappella Palatina, Fuga in Egitto, Mosaico 1148 circa

Massimo Caldarone

Il Carnevale di Arlecchino – Joan Mirò

Maria Schwarz

Morning Sun – Edward Hopper

Viktor Frankl «Luomo in cerca di senso

“Tutto può essere tolto ad un uomo ad eccezione di una cosa: l’ultima delle libertà umane – poter scegliere il proprio atteggiamento in ogni determinata situazione, anche se solo per pochi secondi.”

Jessica Caruso

La persistenza della memoria – Salvador Dalì

Da «La Peste» Albert Camus

A partire da quel momento, è possibile dire che la peste fu dominio di tutti. Fino a quel momento, malgrado la sorpresa e l’inquietudine che questi avvenimenti singolari avevano apportato, i nostri concittadini avevano portato avanti le loro occupazioni, come potevano. E senza dubbio, ciò doveva continuare.

Ma una volta chiuse le porte, si resero conto che erano tutti, narratore compreso, chiusi nello stesso sacco e che bisognava trovare una soluzione.

È così, per esempio, che un sentimento individuale come quello della separazione da un essere amato divenne, improvvisamente, fin dalle prime settimane, quello di tutto un popolo, e, con la paura, principale motivo di sofferenza di questo lungo periodo di esilio.

Una delle conseguenze più evidenti della chiusura delle porte della città fu, in effetti, l’improvvisa separazione cui le persone non erano preparate.

Delle madri e dei bimbi, degli sposi, degli amanti che avevano creduto che sarebbe stata una separazione temporanea, che si erano abbracciati sulle banchine della stazione con due o tre raccomandazioni, certi di rivedersi qualche giorno o qualche settimana più tardi, rifugiandosi nella stupida speranza tipica degli uomini, si videro in un solo colpo allontanati senza soluzioni, impossibilitati a ricongiungersi o a comunicare. (…)

Si può dire che questa invasione brutale della malattia ebbe come primo effetto quello di obbligare i nostri concittadini ad agire come se non avessero dei sentimenti individuali.

Elisabetta Savazzi

L’immagine rappresenta un orologio che ha come sfondo il mondo: questo a significare che siamo tutti accomunati da questo tempo che passerà, ma con la speranza che non venga dimenticato e che sia tesoro per “ricominciare”.

Patriza Mauracher

Collage

Tiziana Pulcrano

Pittura ad olio

Gettito di pensieri

Quel periodo così inaspettato ci aveva lasciati stupiti e siamo sprofondati, in poche ore, in una realtà irreale, fatta di silenzi inusuali che facevano capire al nostro udito e alla nostra mente che esisteva ben altro oltre il frenetico e costante rombo delle auto.

Tutti i sensi riesumavano da un letargo epocale e ci si scopriva a sorridere mentre ascoltavamo il cinguettio degli uccellini o mentre scorgevamo in un cespuglio una famigliola di conigli che, intrepidi e desiderosi di avventura, sbucavano proprio dinnanzi a noi, durante le nostre solitarie passeggiate.

E che dire della bellezza e del calore dei primi soli primaverili, dell’esplosione di colori, dell’ondata di profumi che ci inebria e sembra ubriacarci di serenità e, quasi quasi… siamo felici!!!

Ci voleva questo blocco di tutta nostra quotidianità, così ovvia, così scontata per farci riflettere sul senso di tutto ciò, sul significato più profondo della precarietà, del ritorno a qualcosa di primordiale, di essenzialità, della fragilità umana e della forza inimmaginabile della natura che recupera, si rigenera, si reinventa e non perde mai un’occasione, anche senza di noi.

La natura si è risvegliata silenziosamente ma repentinamente non appena gli umani si sono fermati. Non c’è dubbio, la natura fa le cose per bene, sa sempre organizzarsi e riportare i suoi equilibri, la sua armonia.

Era necessario fermarsi per restituire lo spazio ed il tempo agli altri essere viventi che hanno compreso subito che, finalmente, era arrivato il loro momento, la rinascita.

E la natura ci ha dato la sua ennesima lezione: il nostro tempo è stato stravolto ed il suo ritmo accelerato sostituito da quello naturale della stagione, dei prati fioriti e delle ore che scorrono tra le nostre mani davanti ai nostri occhi che hanno ricominciato a stupirsi ed a godere della semplicità.

Ci siamo fermati ed abbiamo sentito rinascere qualcosa, abbiamo capito che siamo piccoli ma che sono le piccole cose, i passi brevi, i ritmi delicati e la consapevolezza del nostro respiro ad essere fondamentali, perché sono la nostra primitiva essenza, il nostro naturale cammino.

Allora questo blocco totalizzante ha una sua ragion d’essere: ci serve, o meglio, ci deve servire, per raccogliere gli insegnamenti più naturali che avevamo dimenticato e ricominciare dai piccoli gesti, dagli sguardi di chi incrociamo dietro le mascherine, dal desiderio di stare uniti, di cercare un senso a tutto ciò, di capire che siamo fatti per qualcosa che merita di essere lasciato ai nostri posteri ed al mondo che un giorno non ci vedrà più.

La storia di ognuno di noi non è isolata da quella di tutti gli altri: ognuno è una parte del tutto ed il tutto si realizza con la mente e con il cuore di ciascuno di noi.

Ogni goccia, seppur piccola ed apparentemente insignificante, è fondamentale per creare il mare, così potente, così vitale, così indispensabile.

La seconda ondata

Quel senso di precarietà ed impotenza inizia a farsi sentire sempre di più ed a percepirsi nell’aria intorno a sé: ormai si respira insieme all’ossigeno ed alle altre infinite sostanze più o meno tossiche.

Ci si era abituati anche a questo e solo gli occhi impauriti che si incrociava danno un segno di vita disperata, un urlo silenzioso e soffocato che implora di ridarci la nostra banale, stupida ed insopportabile quotidianità, tanto criticata ma – in questo momento – tanto desiderata.

Eppure, occorre andare avanti, cercare e trovare a tutti i costi la strada da riprendere dal punto in cui ci eravamo fermati, un giorno indefinito, ma percepito lontano nel ricordo.

Il sogno, l’incubo e la realtà diventano un tutt’uno: non ci sono più distinzioni e sembra di essere ovattati, chiusi in una sfera che vorticosamente continua a girare su sé stessa. Si percepisce solo la volontà di fermare questo folle peregrinare senza meta, ma la fatica sembra sovraumana.

È il momento di far emergere ogni scintilla di energia, ogni piccola goccia di vita in un mare grigio che sembra sprofondare nel buio dell’abisso.

Ed è proprio in questa seconda ondata che le donne possono diventare le artefici di un nuovo progetto, incentrato sulla solidarietà, l’altruismo, la collaborazione e gratuità in un’ottica della vita che cerca altri canoni, altri principi da perseguire avendo capito che la nostra società, la nostra economia non hanno soddisfatto e non ci hanno resi sereni.

Dinnanzi ad eventi straordinari sono crollate, con effetto domino, tutte le certezze e fortezze che erano state costruite, lasciandoci con le mani nude, vuote, sconsolate.

Bisogna cambiare mentalità, atteggiamento, dal quotidiano delle nostre realtà per arrivare al mondo lavorativo, economico, sociale e credo che questa situazione possa diventare un’utile occasione da cogliere per intraprendere un cammino in cui la forza, l’energia, la creatività ed umanità femminile possano trovare la più naturale espressione e realizzazione. La vera Rinascita!!!

Anna Scisci

Raccontami di te…  La cura che sostiene ri-genera: le storie di tre ragazzi, due mamme e una nonna.

Durante i mei tre anni di volontariato presso l’Ospedale dei Bambini V. Buzzi di Milano ho avuto modo di incontrare tante storie di mamme (e papà e nonni) di bambini e ragazzi ricoverati, ciascuna importante e unica, ma tre di queste storie mi sono rimaste particolarmente impresse, per motivi diversi.

Si tratta solo di tre storie (a mio avviso esemplari) tra le tante che ho incontrato nelle quali una presenza realmente accudente (che ha espresso e realizzato una cura in senso pieno, cioè come attenzione e impegno concreto nei confronti di un ragazzo in difficoltà – nei casi specifici due mamme e una nonna) ha consentito, attraverso il sostegno, una ri-generazione di condizioni di vita autenticamente umane (ripresa e/o miglioramento da un punto di vista fisico, psicologico e relazionale).

“M. una ragazza di 14 anni ricoverata per un intervento di riduzione dell’intestino, in seguito ad una patologia che ne stava compromettendo lo sviluppo: studentessa curiosa ed impegnata anche durante i lunghi periodi di ricovero, socievole e interessata a tutto (anche agli altri ragazzi ricoverati), con una mamma intelligente energica, che ha sempre sostenuto e incoraggiato la figlia.”

“D. un ragazzo di 9 anni, affetto da una malattia genetica, paraplegico, con due genitori coraggiosissimi (hanno avuto altri due figli dopo D., sani) e attentissimi, molto presenti. La mamma ha organizzato una piccola Associazione con lo scopo di ricavare contributi per perone in difficoltà attraverso la vendita di manufatti realizzati da lei stessa e dal marito. Quando D. con uno dei genitori riusciva a trascorrere qualche mattina presso lo Spazio Mamme dell’Ospedale manifestava la propria gioia, interagendo, nonostante le difficoltà, con i presenti.”

“R. un ragazzo egiziano di 8 anni, si trovava ricoverato per accertamenti e manifestava notevoli difficoltà ad interagire con il personale sanitario e con gli altri bambini/ragazzi ricoverati. R. si trovava a Milano solo con il papà (la mamma era rimasta in Egitto) che però vedeva poco a causa degli impegni di lavoro del papà. La nonna paterna era in un certo senso la figura adulta di riferimento di R., in presenza della quale quest’ultimo sembrava accantonare almeno temporaneamente atteggiamenti di ribellione (se non apertamente ostili) nei confronti del mondo adulto (rifiuto del cibo, dell’igiene personale) dal quale si sentiva forse abbandonato.”

 Qualche breve considerazione sul volontariato in Archè

Mi sono resa conto che fare volontariato in Archè non significa solo “fare cose”, “realizzare interventi” (pur sempre a favore di qualcuno che ha bisogno di qualcosa). Questo lo fanno in tanti.

Piuttosto, significa “prendersi cura” di un altro debole, in stato di necessità, nel duplice significato di occuparsi e pre-occuparsi (in senso simbolico) e agire a sostegno e a supporto dell’altro (in senso concreto).

Ciò si realizza nella relazione tra due (o più) soggetti e significa innanzi tutto garantire la possibilità della relazione attraverso la presa in carico dei bisogni dell’altro. Si tratta di una relazione sociale di tipo donativo. Prendersi cura dell’altro, nella sua forma pura, fa riferimento al dono di sé.

La cura si esprime, ma non si esaurisce nel comportamento di aiuto. In ogni azione di cura si realizza il dono come relazione sociale. La cura come atto del donare innesca uno “squilibrio” nel rapporto, è una sfida, che può provocare una risposa. Si instaura un obbligo libero (restituire il dono) che fa procedere il dare, nella catena del ricevere e ricambiare, dove il ricambiare vuol dire ristabilire un’equivalenza, ma piuttosto ripristinare volontariamente uno stato di dono/debito che alimenta la relazione.

Nella mia esperienza di volontaria in Archè ho potuto sperimenta questa semantica del dono. Sicuramente ho donato tempo, attenzione e competenza, ma ho ricevuto nuove conoscenze (umane e culturali) e gratitudine. 

Articolo del 17/02/21 su La Repubblica di Oriana Liso

“Nella prima fase della pandemia le donne avevano reagito meglio degli uomini, forse perché c’è una maggiore propensione alla gestione più positiva degli eventi traumatici. Ma dalla fase due si è evidenziato un decremento pesante del benessere psico-fisico, ma anche un abbattimento della capacità di vedere, o almeno di cercare, gli aspetti positivi della crisi, con livelli di stress più alti degli uomini”.

Lo afferma Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale della Cattolica e coordinatrice del progetto Howcare, che con Sara Mazzucchelli, che insegna Psicologia dei processi organizzativi e culturali, è autrice del lavoro “Famiglia e lavoro: intrecci possibili. Studi interdisciplinari sulla famiglia”.

“Anche con la riapertura di una parte delle scuole e di una parte di servizi dopo il lockdown non abbiamo notato nessun effetto positivo nella percezione del conflitto tra ambito familiare e lavorativo per le donne. Semmai, il dato interessante è che le donne che hanno avuto una percezione di miglioramento del loro benessere sono quelle che hanno avuto un aiuto dal sistema di welfare delle loro aziende, che hanno avuto un supporto. Ma questo, ovviamente, non riguarda tutti, anzi”.

Da ricordare sempre il dato dell’Istat: 99 mila posti di lavoro persi a dicembre 2020 rispetto al mese precedente erano posti occupati da donne. Nello stesso mese sono stati 2 mila i posti di lavoro persi dagli uomini. E se ogni persona che resta disoccupata vale allo stesso modo, la sproporzione dei numeri è impressionate. Cala l’occupazione, e aumenta il tasso di donne inattive (+0,4%). Faticosamente si era arrivati a un tasso di occupazione femminile del 50%, e adesso scende di nuovo.

Valeria Pedante

Eric-Emmanuel Schmitt “Oscar e la dama in rosa”

“Caro Dio,

grazie di essere venuto.

Sei arrivato proprio al momento giusto, perché non stavo bene… quando mi sono svegliato mi sono girato verso la finestra per guardare la neve. In quel momento ho capito che stavi venendo. Era mattina. Ero solo sulla Terra. Era talmente presto che gli uccelli dormivano ancora mentre tu fabbricavi l’alba. Era difficile, ma non ti perdevi d’animo. Il cielo impallidiva. Gonfiavi l’aria di bianco, di grigio, di azzurro, respingevi la notte, ridavi vita al mondo. Non ti fermavi e lì ho capito la differenza tra te e noi: tu sei l’essere infaticabile! Quello che non si stanca mai. Sempre al lavoro. Ed ecco a voi il giorno! Ecco la notte! Ecco la primavera! Ecco l’inverno!

Ho capito che c’eri, che mi dicevi il tuo segreto: guarda ogni giorno il mondo come se fosse la prima volta.

Così ho seguito il tuo consiglio e mi sono applicato a farlo. Era la prima volta. Contemplavo la luce, i colori, gli alberi, gli uccelli, gli animali. Odoravo l’aria che mi passava alle narici e mi faceva respirare… mi scoprivo vivo. Rabbrividivo di gioia pura. Felicità di esistere. Ero pieno di meraviglia. Grazie Dio di aver fatto questo per me…”

Alberto Gnes