L’viv in ucraino, Leopoli in italiano, è la città delle dicotomie; da un lato le nostre aspettative, la guerra, le pattuglie, le luci spente, l’umore nero, dall’altro la realtà che si apre davanti ai nostri occhi quando entriamo in città al termine del lungo viaggio umanitario dall’Italia all’Ucraina. L’viv è una città di un paese in guerra che profuma di vita, una città con i sacchi di sabbia vicino alle finestre dei seminterrati per ripararle dalle onde d’urto delle bombe ma con artisti di strada in piazza che suonano musica vibrante, una città dove vige il coprifuoco dalle 23 alle 5 ma che vive fiera e coraggiosa fino a quando è consentito, una città rispettosa di ciò che è stato e ciò che, purtroppo, è ancora a solo qualche centinaio di km ma dove, come ci ha detto un ragazzo ucraino quella sera, the life goes on, la vita va avanti. 

Prendiamo questa voglia di normalità e di vita dei cittadini di L’viv come uno degli insegnamenti più grandi e profondi che potessimo mai ricevere da questo viaggio.

Alcuni artisti si esibiscono nella piazza centrale di Leopoli

Tutto è iniziato mercoledì 1° giugno quando alle 14:00 da CasArché siamo partiti io, Jacopo Palmieri, Alessandro Pirovano, Federica Berton e Stefano Carpani con due furgoni pieni di generi alimentari e pannoloni per i profughi che si sono riversati in quell’isola di (relativa) pace che avremmo scoperto essere Leopoli. Giusto il tempo per un controllo finale ai documenti, per preparare tre moke di caffè e per salutare i colleghi e le colleghe di Arché e poi via. Ancora non sapevamo, poveri ingenui, che sarebbe state 30 (30!) le ore di viaggio e che avremmo trovato non poche difficoltà: la meccanica dei furgoni, gli incidenti incontrati in autostrada e i frontalieri al confine tra la Polonia e la nostra meta.

Il viaggio umanitario (il quarto dopo quello di metà marzo, inizio aprile e fine aprile) attraverso Italia, Austria, Repubblica Ceca, Polonia ed Ucraina, nonostante le mille peripezie, ci ha dato la bellissima opportunità di conoscere meglio i compagni di avventura, di compiere la nostra missione e di fare qualcosa che ti faccia sentire vivo ed utile, anche solo per un attimo. L’allegria spontanea. e a tratti anche cercata per tenere alto l’umore e per rimanere svegli, lascia spazio a densi silenzi al nostro arrivo in frontiera; una volta passati i controlli, varchiamo il confine tra Polonia ed Ucraina e entriamo ufficialmente in uno stato in guerra. Il cielo sopra di noi sembra diverso: più cupo, fa volare il pensiero a quelle persone e a quei bambini che lì sotto ci vivono e, imprevedibilmente, ci possono anche morire.

Una lacrima scende, il cuore inizia a battere più forte e in quei furgoni, anche senza parlare, si dicono tante cose.

Il sole nascosto dalle nuvole lungo il percorso verso l’Ucraina

Entriamo in Ucraina giovedì 2 giugno alle ore 17:00 e lo facciamo in punta di piedi, in silenzio, con rispetto; ci mettiamo poi ancora un’ora e mezza ad arrivare al seminario di padre Ihor a L’viv attraversando minuscoli paesini, campagne ucraine e check point per lo più ormai abbandonati. Uno di questi era stato proprio costruito affianco ad una fermata dell’autobus dove, al nostro passaggio, vediamo un piccolo gruppo di studenti in attesa della loro corsa: nonostante tutto, appunto, the life goes on. Arriviamo finalmente al seminario dove ci attendono a braccia aperte padre Ihor e altri preti e seminaristi. Scarichiamo il cibo e tutto quanto raccolto a Milano, grazie alle donazioni e custodito come merce preziosa per oltre 1500 km, e finalmente possiamo prendere fiato e goderci questa accoglienza e questa nuova meravigliosa conoscenza.

Lo striscione per la pace a Leopoli realizzato dalle mani dei bambini accolti nelle strutture di Arché

Padre Ihor ci accoglie con un sorriso rassicurante: siamo suoi ospiti questa sera e ci fa trovare un banchetto pieno di specialità ucraine. Mangiare allo stesso tavolo, si sa, è uno dei modi più belli per conoscere un paese e la sua cultura, anche in guerra. Durante la cena si chiacchiera, si ride, ci si intrattiene e ci si commuove. Padre Ihor ci mostra dei video di alcune esplosioni avvenute il 18 marzo a pochi km dal seminario, ci racconta la paura della gente, ma ci dice anche che, ad oggi, a L’viv la situazione è più tranquilla e tutti ci auguriamo che ciò possa essere l’inizio della fine di questa guerra. Ci ringraziano e ci dicono che con il nostro viaggio abbiamo dimostrato di essere vicini al cuore degli ucraini. È proprio così o almeno, è così che ci sentiamo noi in questo momento. Ci spostiamo nel centro della città.

P. Ihor dà una mano a scaricare e sistemare gli scatoloni arrivati da Milano

Dopo aver parcheggiato i furgoni e lasciato gli zaini in hotel, ci permettiamo una visita in città. Quattro passi e tante emozioni nelle bellissime strade e piazze che trasmettono ancora un’identità austroungarica come non si stanca di ricordarci Stefano, ammaliato dalla città che ci ha accolto per la notte. Sono le 23, scatta il coprifuoco, noi siamo già in hotel, pronti per andare a dormire con l’orecchio teso, sperando di non sentire il maledetto suono delle sirene antiaeree. La notte, però, passa silenziosa.

Ci svegliamo al 100esimo giorno di guerra; già, perché venerdì 3 giugno 2022 sono passati più di tre mesi da quando le truppe russe sono entrate nel territorio ucraino. Sulla strada del ritorno, nel vortice di emozioni, una certezza mi accompagna: aver preso la decisione giusta e la gratitudine di aver vissuto il viaggio più significativo della mia vita. È con le parole della canzone che ha fatto da sottofondo a tutto il nostro viaggio che voglio lasciare scorrere i pensieri e i sentimenti che mi sono rimasti dentro.

“Apriti cielo

sulla frontiera,

per chi non ha bandiera,

per chi non ha preghiera,

per chi cammina dondolando nella sera

Apriti cielo,

e lasciali passare,

non hanno fatto niente,

niente di male

Apriti cielo

e manda un po’ di sole

su chi cammina solo

tra milioni di persone”.

Elisa Cavoretto, educatrice Area Housing