Qualcuno dice: finalmente! Altri dicono: ma no, si doveva aspettare. E così la polemica è uscita dalle curie e dai confini clericali, grazie al protocollo concordato tra il governo e la CEI che prevede una serie di disposizioni più problematiche che risolutive, come vorrebbe la natura di un protocollo, e che hanno suscitato non poche ilarità e ironie. Come si può celebrare la messa con la mascherina? Come si può avere il numero chiuso in chiesa? e poi è fattibile distribuire la comunione con i guanti? Ma è davvero possibile che tutte le parrocchie siano in grado di fare i controlli e gli adempimenti di sanificazione? Le questioni sono davvero tante. Dopo aver letto il protocollo, ho avuto una reazione stizzita e ho avvertito in me un certo fastidio, ma poi ho lasciato che si affacciasse alla memoria un ricordo fotografico di quando da bambino frequentavo le messe nella chiesa parrocchiale del mio paese affacciato sulle rive del lago d’Iseo. Erano gli anni in cui avveniva il cambiamento voluto dal Concilio, un passaggio, detto in maniera riduttiva e semplice, dal latino all’italiano e con gli altari che si rivolgevano al popolo. Ricordo perfettamente la netta separazione tra i bambini e le bambine, distanziati rigorosamente nei rispettivi banchi assegnati e controllati da un super agente, la suora dell’oratorio, e poi soprattutto il grande spazio destinato alle donne e alle nonne che occupava la maggior parte della navata e quello più risicato e destinato agli uomini, il più possibile vicino alle porte laterali, che riconosceva loro una libertà inaudita eppure indiscussa, di poter entrare dopo la predica e entro il termine massimo che era la cosiddetta “scopertura” del calice. Non è preistoria, parliamo di 50-60 anni fa. Situazione che nulla a che fare con le circostanze attuali, ma che dice bene come la fede della gente e dei pastori avesse saputo coniugare in modo molto pratico il buon senso e il rispetto per il mistero ricevuto e di cui non si poteva sentire in nessun modo “proprietario” e che era necessario tramandare di generazione in generazione. Ma anche la libertà del credente di contestare in maniera schietta e serena, il ripetersi di prediche inascoltabili. C’è una libertà di culto riconosciuta, ma c’è anche una libertà dal culto che ci si può prendere! Ora è evidente che facciamo fatica ad adattarci a una cornice che ci destabilizza nella vita di tutti i giorni e ha ridotto la nostra socialità. Eppure il distanziamento fisico non ci isola dagli altri, anzi paradossalmente proprio perché stiamo distanti, siamo partecipi gli uni del destino degli altri, e non è una forma di comunione questa? Certo preferiamo i momenti intensi di affiatamento e di concordia, ma nella vita dobbiamo fare i conti anche con i momenti di distanza e di conflitto. Ora quando un cappellano passa tra i letti d’ospedale in camice e talvolta anche con la mascherina, portando l’eucaristia ai malati, porta il dono di Gesù a quell’umanità malata, per la quale, come dice s. Ambrogio: “Cristo è tutto: Se desideri risanare le tue ferite, egli è medico; se sei angustiato dall’arsura dalla febbre, egli è fonte; se hai bisogno di aiuto, egli è potenza” (Sulla verginità). Siamo o no un’umanità malata? E fors’anche una chiesa malata … Basterà una mascherina a impedire di essere popolo amato che riceve la sorgente dell’amore, distribuendoci magari in diversi orari? Credo che anche in questa occasione la libertà del popolo di Dio sarà grande e sapiente, rispettosa e schietta. Abbiamo cercato di vivere una fede celebrata nella dimensione domestica, abbiamo accettato di connetterci con le celebrazioni in streaming, possiamo attraversare questa fase, speriamo transitoria, consapevoli di fare i conti con alcune limitazioni straordinarie, ma quello che conta è continuare a vivere il dono di Cristo qui e ora, in questa situazione.

Articolo a firma di p. Giuseppe Bettoni, pubblicato sulle pagine milanesi de La Repubblica domenica 10 maggio