Raccogliamo l’invito del vangelo di Marco e torniamo ad ascoltare l’inizio, il principio, il cominciamento. Proprio in questi giorni in cui il nome di Dio è risuonato a sproposito, gridato con il secco crepitio dei kalashnikov e accompagnato dallo scorrere del sangue, torniamo all’umile discrezione di Marco con tutto il pudore di cui è capace questo evangelista nel nominare l’Eterno. Infatti inizia il Vangelo molto semplicemente: Inizio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio.

Marco è davvero parsimonioso nel ricorrere al nome di Dio[1] e noi vogliamo imparare da lui a non essere precipitosi e a non essere superficiali nel ripetere il nome del Signore… ma perché Marco ne parla poco?

Occorre ricordare che questo era il vangelo per il catecumeno, per chi si introduceva alla vita cristiana e i catecumeni della chiesa primitiva, soprattutto quelli a cui si rivolge Marco, venivano in gran parte dal paganesimo e avevano già di per sé un grande senso della religiosità e del sacro, specie a Roma dove c’erano divinità per ogni aspetto dell’esistenza e per ogni situazione di vita. Infatti la superstizione era molto diffusa.

Il vangelo veniva dunque annunciato a gente che, in fondo, ricorreva spesso a Dio e l’aveva in bocca anche troppo. Il problema non era tanto quello di porre in essi il senso della divinità che per loro era dappertutto e appariva in ogni fenomeno, ma di lottare contro una religiosità superstiziosa e erronea in cui non era opportuno parlare troppo di Dio, perché questo poteva essere frainteso.

 

Marco allora cosa fa? Comincia a parlare di Dio basandosi sulla testimonianza del Primo testamento. Infatti se non fosse che ci siamo abituati, dovrebbe sorprenderci che la seconda riga del Vangelo inizi con una citazione del profeta Isaia, per dire chi è questo Dio e cosa fa…

È colui che prende un’iniziativa misteriosa: Ecco dinanzi a te io mando il mio messaggero. Dio, in qualche modo, ci viene incontro. Dio è colui che viene.Preparate la via del Signore, Dio sta venendo.

Questa è un’indicazione chiara e misteriosa insieme, su Dio come qualcuno che sta venendo verso di noi, che si muove di sua iniziativa verso di noi, si fa presente nella nostra realtà, nella nostra esperienza.

E come avviene questo? Attraverso il figlio. È Gesù, dice Paolo ai cristiani di Efeso, colui nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio, nel quale possiamo comprendere qualcosa dell’inconoscibile mistero di Dio.

Dio è un mistero inconoscibile ma che ad un certo punto prende una iniziativa misteriosa nei nostri confronti e ci viene vicino.

Con questo non è che Marco dica molto, ma le sue parole suscitano un senso di attesa, un’aspettativa, proprio perché il catecumeno non è invitato a dire subito: Dio è qui, Dio è questo e quello…, ma è invitato a comprendere che Dio è colui che sta per entrare nella tua vita, che ti viene incontro facendosi lui incontrabile, senza che tu debba fare chissà che cosa, se non renderti disponibile.

Questa è una bella notizia, è davvero una bella cosa: Dio è colui che entra nella tua vita, non è un’idea che si impone con l’argomentazione stringente. Dio non irrompe nemmeno con la forza e l’esibizione di una potenza abbagliante, ma come semplice invito, come possibilità a coinvolgerti.

Da questi pochi cenni ci rendiamo conto che viene operato un certo rovesciamento della mentalità pagana, per la quale Dio era concepito come l’essere a disposizione dell’uomo, qualcuno cui l’uomo poteva chiedere e ottenere quello che voleva, un Dio sul quale l’uomo poteva mettere le mani. E non solo in senso figurato, ma anche fisico: statuette, templi, idoli…

Ora invece all’uomo è chiesto uno stato di attesa, di ascolto, di riconoscimento. È Dio che sta per agire, che sta per fare, che sta per mettere in opera il suo regno. A noi è chiesto umilmente di ascoltare, di essere pronti ad andare dove Egli ci vuole portare… in questo avvento è un poco come se tutti venissimo rimessi in uno stato catecumenale: a parlare un po’ meno di Dio e ad abbandonarci al suo mistero che vuole agire in noi, non a modo nostro, ma così come Lui vuole.

Non si tratta di gridare «Dio è questo, Dio è quello». Marco invita i pagani di ieri e di oggi a passare da un’idea umanamente prefabbricata di Dio, in cui tutto è predisposto, da un Dio al quale puoi appoggiarti per ottenere ciò che vuoi, facendo questo o quest’altro atto di culto… a un Dio che misteriosamente interviene e che ti porta là dove Lui vuole.

Non a caso in Marco l’ultimo testo in cui Gesù ci parla di Dio è il testo più drammatico del Vangelo, quando sulla croce Gesù grida: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? (15,34). Come mai in un vangelo che parla relativamente poco di Dio, questo grido è l’ultimo riferimento a Dio?

E sarà proprio un centurione romano a gridare: Quest’uomo è veramente il figlio di Dio (15,39). Proprio perché qui giunge al culmine la rivelazione del volto di Dio operata dal Figlio Gesù, per il quale Dio, cui tutto è possibile, ha in mano ogni cosa e non è obbligato a fare ciò che noi da Lui ci attendiamo. Questo è drammaticamente evidente nell’esperienza di sentirci abbandonati da Lui, come ha abbandonato suo Figlio.

È chiaro che nelle parole del salmo (22,2) pronunciate da Gesù c’è anche la speranza, ma nulla tolgono all’esperienza dolorosa dell’abbandono e per questo sono parole che suonano come un invito chiaro al catecumeno: «Guarda che questo Dio che ti viene incontro, che ti raggiunge… non ti porta su una strada facile, in una vita che passa di successo in successo, ma ti chiede di metterti nelle mani di un Dio misterioso, che è buono, che vuole da te il meglio, ma non a modo tuo».

In questo avvento, in questo tempo in cui appunto risuona spesso in maniera sguaiata, distorta, manipolatrice il nome di Dio, la parola che abbiamo ascoltato ci invita a tornare all’inizio del Vangelo perché impariamo ad accettare il mistero del Dio diverso da quello che vorremmo noi, che ci porta spesso e, impensatamente, là dove non vorremmo andare.

Il Signore viene, e noi, se vogliamo accogliere la buona notizia, non possiamo fare altro che abbandonarci totalmente al mistero di Dio, con tutte le sorprese che ad ogni momento, ad ogni età della vita, Egli ci può manifestare.

Una di queste sorprese ci è annunciata da Isaia con il ritornello ripetuto quattro volte: In quel giorno… si aprirà una strada dall’Egitto verso la Siria, verso l’Iraq… gli egiziani renderanno culto insieme ai siriani e agli iracheni! Anzi, Israele sarà terzo con l’Egitto e la Siria, una benedizione in mezzo alla terra.

Oggi è una maledizione di violenza quella terra: come è possibile immaginare che un giorno pregheranno insieme? Che un giorno potremo pregare insieme?

Non lo sappiamo, sappiamo però ciò che il Signore chiede a noi, la disponibilità non a moltiplicare le volte in cui nominiamo il nome di Dio, ma ad accogliere il suo venire nelle nostre vite con la disadorna semplicità del Vangelo di Gesù.

Il vangelo è «di» Gesù nel senso che parla di lui, è lui l’oggetto della narrazione (genitivo oggettivo), ma è «di» Gesù anche in senso soggettivo: è lui il vangelo, la narrazione di Dio, l’esegesi di Dio. È il suo modo di vivere e di amare, di guardare e di accogliere… che ci raccontano di Dio.

Allora oggi preghiamo perché il Signore ci doni di non bestemmiare il suo nome, di non nominarlo invano, soprattutto con il nostro modo di essere troppo lontano da lui.

Non abbiamo a bestemmiarlo quando invochiamo una presunta civiltà cristiana.

Non abbiamo a bestemmiarlo nel non lasciarci portare da lui dove lui vuole.

Non abbiamo a bestemmiarlo costruendo muri e recinti, anziché raccogliere l’invito di Isaia a costruire strade e ponti perché i popoli diversi e lontani possano un giorno pregare insieme.

Not in my name, è uno slogan in voga oggi per prendere le distanze dalle violente azioni terroristiche. Not in my name, ci dice il Signore, perché Gesù si è posto dalla parte delle vittime e non dei carnefici, per dirci da che parte sta Dio. Per questo anche noi impariamo una maggiore sobrietà nel nominarlo.

(Is 19, 18-24; Ef 3, 8-13; Mc 1, 1-8)

[1] Secondo C. M. Martini in Marco il nome di Dio occorre 37 volte, 46 in Matteo e 108 in Luca.