
La comunità allargata degli amici e delle amiche di Arché
Padre Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Fondazione Arché, che Pasqua è per Milano?
“Dal mio osservatorio, che è un osservatorio particolare, di periferia e, nel carcere di Bollate, di periferia della periferia, è una Pasqua di marginalità sofferta ma nel segno della speranza, come chiesto da papa Francesco. Però…”.
Dica.
“Non si sa bene in che cosa sperare. Il turbocapitalismo, la competizione continua, la concentrazione di potere sta erodendo sempre più i diritti delle persone”.
Anche a Milano?
“A Milano ma anche alla Città metropolitana. I problemi sono quelli conosciuti: la difficoltà ad avere una casa, a trovare un lavoro. E questo sta generando sempre più violenza tra i giovani e dell’uomo nei confronti delle donne. E questo mi spinge a una riflessione”.
Quale?
“Che l’uomo alla fine non ha mai dato fiducia a Maria di Magdala e al suo annuncio della Resurrezione, della vita nuova. Un annuncio che ci farebbe affrontare le sfide di tutti i giorni in un modo diverso”.
Qui però entriamo nell’ambito della fede.
“Non solo, non è un credere dogmatico, teologico, ma un modo per poter stare al mondo in una maniera migliore, di vivere la quotidianità diversamente. Mi viene in mente quello che diceva il cardinal Martini”.
Di Martini è appena uscito un libro di inediti, “Donne della Risurrezione”.
“E lì lui parla proprio di germi di speranza, di eternità che si può trovare in ogni atto gratuito, che coinvolga tutti”.
Ma si può fare a Milano, oggi?
“C’è una aggressività che espelle le persone dalle cose di tutti i giorni, la concentrazione di poteri spinge fuori dalla vita sempre più persone”.
E che cosa possiamo concretamente mettere in pratica per opporci? Un piccolo passo per l’uomo che diventi un grande passo per l’umanità…
“È una domanda che ci stiamo ponendo come Arché. Ovvero, se rimanere con i cerotti a curare le ferite o costruire un argine dando vita a un movimento popolare. Promuovere i diritti umani, ambientali a partire dal basso”.
Tutto questo presuppone però un salto di qualità del Terzo settore. Come?
“Unendo le forze. C’è bisogno di una coscienza comune, di una voce stimolante. Il Terzo settore in questo momento è isolato nel suo alveo, io credo che sia arrivato il momento di uscire, di allargare gli orizzonti per costruire un futuro diverso. Il primo passo deve essere dialogare con chi gestisce il potere. E per avere più forza dobbiamo agire insieme”.
All’inizio ha accennato a un osservatorio particolare. Come ha vissuto questi giorni del Triduo?
“Con una forte partecipazione, sia con le donne della comunità sia nel carcere femminile di Bollate nel mio ruolo di cappellano volontario. Ho percepito profondità nell’ascolto e attenzione, ci sono stati momenti di confronto di qualità. Ci siamo interrogati. E sono stati gettati germi di speranza”.
Intervista realizzata da Carlo Annovazzi e pubblicata sull’edizione milanese di La Repubblica di domenica 20 aprile 2025.