mondo vogliamo

[📸 Sara Fileti]

Qualcuno ha contestato subito il titolo dell’Arché Live “Di confini si muore, di orizzonti si vive” scrivendo che i confini sono necessari e non possiamo che dargli ragione. I confini sono necessari per l’amministratore che ha bisogno di uno spazio limitato in cui agire. I confini sono necessari anche per noi stessi: il corpo è un confine, è un limite. C’è un dentro e un fuori.

Avere il senso del limite è saggio, anzi doveroso ed è anche un atto di responsabilità. Significa sapere fin dove possiamo spingerci, fin dove arrivano le nostre capacità e possibilità. Significa avere un po’ il senso della realtà. Anche nell’accoglienza abbiamo dei limiti. Lo sanno bene i nostri educatori: c’è un numero di persone che possiamo accogliere nelle nostre comunità oltre il quale non possiamo farci carico, c’è un massimo anche nel carico di lavoro di un educatore. Insomma, mi sembra ovvio.

Il problema è che noi guardiamo le cose esclusivamente da questo punto di vista, ma è solo questa la prospettiva da cui guardare la realtà?

Il passaggio dalla declamazione dei confini alla necessità di difenderli, ce lo stanno dicendo in maniera a dir poco ossessiva, è abbastanza rapido. Si costruiscono muri, si costruiscono barriere, ma noi non vogliamo giocare in difesa, vogliamo aprire il cielo e gli orizzonti, alzare lo sguardo, guardare al di là perché “se in testa hai un martello, in giro vedrai solo chiodi” (Abraham Maslow). Se continui a ricevere messaggi che ti fanno credere in un’invasione, chiaramente avvertirai il pericolo e sentirai il dovere di difenderti. Ma il problema, il nucleo centrale che dobbiamo affrontare sta su un piano diverso, si tratta di contrastare quello che viene evidenziato anche dall’obbiettivo numero 10 dell’Agenda Onu 2030, vale a dire il continuo accrescersi delle disuguaglianze nel mondo.

Per condurre una società, l’umanità verso un futuro diverso questo, a mio parere, è un punto sul quale anche noi, nel nostro quotidiano agire e impegno, siamo chiamati ad operare con chiarezza di intenti. Nel luglio scorso un gruppo di economisti di circa 67 paesi ha scritto alle Nazioni Unite e alla Banca Mondiale chiedendo di agire d’urgenza per fermare l’aumento più significativo, mai registrato, del divario tra i più ricchi e i più poveri del mondo.

L’involuzione identitaria a cui assistiamo, che agisce sempre in difesa ovviamente, oltre a dimenticare che l’identità si costruisce nella relazione e non nel fortino dell’isolamento, è propria di diversi paesi e delle loro politiche e rinuncia a trasformare il sistema economico in senso egualitario a tutela dello status quo che garantisce ad alcuni, privilegi e diritti che altri non hanno. Questa è la conseguenza vera del nazionalismo, dell’identità esasperata. Ci lasciamo alle spalle una pandemia che non ci ha resi affatto più buoni come declamava la retorica di quei giorni, piuttosto ha creato ulteriori diseguaglianze e accresciuto povertà; siamo nel perdurare di una guerra in Europa che fa crescere l’inflazione e quindi le difficoltà per i più vulnerabili; siamo sommersi da una propaganda che alimenta la paura e identifica lo straniero, il nero e non quello bianco, povero e irregolare, come il nemico da cui difenderci, come la causa di tutti i nostri mali… Oggi appare del tutto normale chiedere a un richiedente asilo di versare una cauzione di quasi 5000 euro allo Stato italiano per evitare i CPR, cinquemila euro per vendere l’umanità. Giuda si era accontentato di molto meno. Di confini si muore: lo dice anche la nostra politica, asfittica e incapace di tracciare orizzonti, che rincorre una comunicazione semplificatoria, come se non ci fosse interconnessione tra gli eventi, agevolando la strumentalizzazione di fatti e notizie per incrementare il proprio consenso elettorale. Ecco una propaganda del genere non solo è iniqua e ingiusta, ma è anche terribilmente pericolosa.

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Amici, amiche, operatori e operatrici all’Arché Live [📸 Sara Fileti]

L’imperativo necessario, che non possiamo più ignorare, è che dobbiamo ridurre le disuguaglianze. Il mondo è troppo disuguale e ingiusto, è necessario ridurre le disuguaglianze. Ecco l’orizzonte della nostra mission, nel momento in cui accompagniamo una mamma con i suoi figli nel ricostruirsi un futuro, perché non vorremmo restituirla a una società dove ancora una volta dovrà subire lo scarto, lo sfruttamento e la diseguaglianza, nella quale dovrà subire l’impossibilità di salire la scala sociale che è ferma da troppo tempo.

È un altro il mondo che vogliamo e noi ci impegniamo perché vogliamo un altro modo di stare al mondo. È un’altra la città che vogliamo: non ci incanta la narrazione di una città performante e scintillante di modernità con le sue settimane a tema. Abitiamo in una città in cui le disuguaglianze aumentano, la cura della salute viene sempre più privatizzata, il lavoro è precario, le case sempre più lussuose esclusive e escludenti, in tutta la città monta la protesta contro la movida selvaggia della foodification, il dibattito pubblico è anestetizzato, una pseudo solidarietà sostituisce i diritti con sentimenti morali… Scrive il giornalista Barbacetto: “Sotto la facciata luminosa della città della moda, del design, della finanza, dei grattacieli, del food, del glam, sono emerse le rughe di una metropoli crudele, in cui i valori immobiliari crescono, ma anche le disuguaglianze aumentano, le file alle mense dei poveri si allungano, il ceto medio s’impoverisce, molti milanesi sono espulsi. […] Tutto viene privatizzato, dai marciapiedi (usati per i dehors dei locali) alle piscine comunali”.

Potrei continuare a fare un Cahiers de doléances ma non è il caso. È importante che ci aiutiamo ad avere consapevolezza e coscienza degli aspetti critici che stiamo vivendo. Come Arché sia con gli operatori, i volontari e gli amici in questi mesi ci siamo interrogati su come ripensare la nostra mission in un orizzonte di senso e significato per non far mancare il nostro contributo che non sia semplicemente assistenziale ma che sia di lotta alle diseguaglianze. Il risultato è davvero un lavoro corale che potete ritrovare nel Manifesto. È il Manifesto dei Diritti e dei Valori che vogliamo consegnarvi e tenere come bussola oggi e nel tempo che abbiamo davanti. Guardando la Rosa dei Venti disegnata da Cristiano nel cortile di CasArché quando lo sguardo vede i quattro punti cardinali, ricordate i quattro valori fondamentali e i quattro diritti imprescindibili che guidano la nostra azione e che trovate ben descritti nel testo.

Giuseppe Bettoni
Presidente e fondatore di Fondazione Arché

Leggi gli altri articoli dell’Archébaleno 69:

🛂 Di confini si muore, di orizzonti si vive – Paolo Dell’Oca
📜 L’attualità della costituzione – Alessandro Pirovano
📖 Io sono Joy – Joy Ezekiel
🫂 L’educazione alla sensibilità – Carlo Alberto Giovanardi
🧒🏼 Dare una speranza ai più giovani – Alessandro Albizzati
🤝🏻 Manifesto dei diritti e dei valori

Guarda l’intervento completo di p. Giuseppe Bettoni all’Arché Live: