migranti bosnia trieste

“Dov’è l’Italia, amore mio? Mi sono perso”. (F. Motta 2019)

Una domanda che si pongono in tanti su quella rotta balcanica mai abbastanza maledetta.

Sono tutte le persone che partecipano al gioco della vita, provando a sopravvivere tra gelo, poliziotti, torture, cani, sete, distruzione sistematica di beni e documenti d’identità, pandemia, fame. Lo chiamano the game, e io penso agli “Hunger games” (hunger significa fame), e penso anche che in quella saga chi perdeva al gioco, e moriva, aveva nome e cognome e si sapeva cosa gli accadeva. Qua non sempre. Quando la neve si scioglierà rivelerà dei corpi e chissà di quanti non si saprà mai nulla. Chissà quante famiglie rimarranno ad aspettare un messaggio o una telefonata da un numero non più reperibile.

La casella finale di questo gioco spesso non è l’Italia: il nostro Paese è solo una delle ultime mete di passaggio, per andare in Francia, Germania, Spagna, Svezia. Da qualche anno diverse persone, tra cui anche richiedenti asilo, arrivate in Italia, vengono riportate in Slovenia, dove il gioco ricomincia, ma con meno speranza, meno energie, meno tutto. Lo esplicita una sentenza del Tribunale di Roma del 18 gennaio 2021, che ha condannato il Ministero dell’Interno Italiano per il caso di un cittadino pakistano. Luciana Lamorgese, ministra dell’Interno ai tempi della condanna, meno di un mese dopo è stata confermata come ministra dell’Interno nel Governo di Mario Draghi.

Pietro Bartolo, Brando Benifei, Pierfrancesco Majorino e Alessandra Moretti, quattro europarlamentari italiani, sono andati a vedere cosa succedeva nella foresta di Bojna, al confine tra Croazia e Bosnia: sono stati anch’essi respinti dalla polizia croata. Quale realtà si voleva tenere lontano dagli occhi degli europarlamentari? Quella da cui tentano di scappare persone che arrivano, quando arrivano, a Trieste coi piedi aperti.

Scriveva l’anno scorso Lorena Fornasir: “Uomini, famiglie con bambini, minori non accompagnati, arrivano in condizioni disastrose. Hanno subito molti respingimenti, quasi sempre crudeli. Hanno camminato a piedi per 15, 20 giorni arrampicandosi sulle montagne con le unghie e lacerandosi i piedi nelle discese vertiginose. Hanno patito la sete che è più lancinante della fame. Sono siriani, curdi, irakeni, palestinesi, anche molti magrebini. Chi non riesce ad arrivare, o è respinto in Bosnia in violazione del diritto internazionale o è morto annegato”.

migranti bosnia trieste

Lorena e suo marito Gian Andrea e molti altri (ma mai troppi) invisibili si prendono cura di questi piedi, di queste anime, accogliendole e restituendo loro una goccia di fiducia nell’umanità; ogni giorno, da anni. Ieri, mercoledì 24 febbraio, all’alba, la loro casa è stata perquisita, i loro telefoni sequestrati “alla ricerca di prove per un’imputazione di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Vogliamo essere chiari. Il reato non è accogliere questi poveri cristi, il reato è non accoglierli. A voler essere pignoli lo dice anche la sentenza del Tribunale di Roma che ha condannato l’Italia, ma non è quella sentenza che fa la differenza. La differenza la fanno le persone che sono in grado di mettersi nei panni degli altri, uno Stato che dà valore nell’affiancare gli ultimi, un ministero dell’interno che non diventa ministero dell’inferno.

E Gian Andrea Franchi lo precisa: “Io rivendico il carattere politico, e non umanitario, del mio impegno quinquennale con i migranti. Impegno umanitario è un impegno che si limita a lenire la sofferenza senza tentar d’intervenire sulle cause che la producono. Siamo indignati e sconcertati nel constatare che la solidarietà sia vista come un reato dalle forze dell’ordine. Oggi, in Italia, regalare scarpe, vestiti e cibo a chi ne ha bisogno per sopravvivere è un’azione perseguitata più che l’apologia al fascismo”.

Gian Andrea e Lorena chiedono la solidarietà di tutta la società civile. Insieme a loro chiediamo giustizia.

Dov’è l’Italia, amore mio? Mi sono perso anch’io”.

Foto tratte dal sito dell’associazione linea d’ombra.