Dice padre Bettoni: “La gente, i fedeli si chiedono il perché, sono spaesati e impauriti di fronte all’immensità della situazione. I cristiani costruivano gli altari  sulle tombe dei martiri proprio perché lì prosegue la vita. C’è molta divisione sul tema della riapertura delle chiese per le messe e nella più grande Diocesi del mondo si levano molte voci per il sì. Ne abbiamo ascoltata una.

La Chiesa si è schierata apertamente contro la decisione di non autorizzare ancora le messe. Ma perché è così necessaria la messa?

“In questi momenti particolarmente difficili c’è bisogno di ancora più spiritualità. La gente, i fedeli si chiedono il perché, sono spaesati e impauriti di fronte alla immensità della situazione. E allora ecco che una risposta la puoi trovare proprio nella eucarestia, è lì che si trasmette il mistero del pane che si spezza e che continua a vivere. I cristiani costruivano gli altari sulle tombe dei martiri proprio perché lì prosegue la vita. E oltre alla spiritualità c’è un altro motivo”.

Quale?

“Il bisogno di solidarietà e di comunità. Che è cresciuto in questi due mesi di solitudine, di vite bloccate nelle proprie mura. E la messa è della comunità, l’eucarestia è il popolo dei fedeli che la celebra, il prete la presiede non la celebra”.

La politica si è però subito buttata sul tema, il centrodestra sta facendo propaganda sostenendo che sia una vergogna rimanere senza la messa. Non c’è il rischio che la posizione della Chiesa venga strumentalizzata?

“Italia sì, Italia no…messe sì messe no. Mi vengono in mente Elio e le storie Tese, verrebbe da metterla in musica se non fosse che la questione è molto seria. Da una parte veniamo rintronati dai rigurgiti di un clericalismo becero e strumentale, vacuo di significati spirituali come quello espresso dall’ultra destra che è abituata a servirsi della religione, perché ha sempre preferito avere servi più che uomini liberi”.

Però al governo in Italia non ci sono loro…

“Per contro ci troviamo a fare i conti con un clericalismo apparentemente raffinato, un po’ radical chic, che oscilla tra questioni di teologia e di politica, esattamente come facevano i dottori del tempio nella totale incapacità di cogliere la posta in gioco, perché il paternalismo con cui siamo governati suscita sentimenti che ben presto possono sfociare nella rabbia e nell’ira. E spero che ci si fermi qui. Ma affinché la speranza non sia un’illusione, occorre dare un altro segnale per non sprofondare nell’inganno di aver trascorso inutilmente due mesi in casa, giorni di fatica e di rinuncia. Chi deve governare una situazione complessa non può riproporre oggi lo stesso approccio di sessanta giorni fa”.

Motivi di salute, è la motivazione.

“Non stiamo assistendo a una riedizione del conflitto scienza e fede: emerge drammatica l’insipiente incapacità a governare con strumenti e politiche moderne un fenomeno antico”.

E d’altra parte chi stabilisce chi entra e chi no? Ci sono ancora messe pienissime, Milano ha un radicamento forte: chi controlla il numero limitato, il distanziamento tra fedeli? Non è un pericolo?

“Basterebbe organizzarsi”.

E come, con i numerini come il supermercato?

“Certamente no. Non possiamo pensare a soluzioni così prive di calore. Il modo di garantire la sicurezza va trovato, è certo. E io penso a volontari delle nostre parrocchie a segnalare fuori dalla chiesa e a spiegare al fedele che si è raggiunto il numero sufficiente. In più, noi preti dovremo fare uno sforzo in più, aumentare il numero delle messe festive. Così il fedele avrà più possibilità per partecipare alla messa”.

Messe no ma funerali sì. Però non più di quindici…

“Ma la fede delle persone semplici non è stupida, la fede di chi ogni giorno fa davvero fatica per tanti motivi non ha solo bisogno di idee, ma di contatti, di segni, di gesti, per sentirsi popolo e non solo via streaming, e per questo si sente presa in giro quando si dice che il funerale può essere fatto con 15 persone: vale lo stesso nel duomo di Milano o nella cappella dell’ospedale?“.

Articolo pubblicato martedì 28 aprile 2020 sulle pagine milanesi di Repubblica.