
La morte di Marjane Satrapi, autrice iraniana di Persepolis, lascia un vuoto nella cultura contemporanea. La sua opera è stata molto più di un fumetto autobiografico o di un film d’animazione: è stata una finestra aperta su un Paese che troppo spesso l’Occidente ha raccontato soltanto attraverso stereotipi, conflitti e tensioni geopolitiche.
Avevo poco più di vent’anni quando vidi Persepolis al cinema. Ricordo ancora l’impatto di quelle immagini in bianco e nero, della voce di una ragazza che raccontava la propria infanzia nella Teheran della rivoluzione islamica e della guerra. Non era un documentario, non era una lezione di storia. Era una storia umana.
E proprio per questo mi colpì così profondamente.

Fino a quel momento l’Iran era per me un luogo lontano, raccontato quasi esclusivamente attraverso i telegiornali. Persepolis mi fece capire che dietro le cronache esistevano persone, famiglie, sogni, paure, amori, ribellioni. Mi fece venire voglia di leggere libri, approfondire la storia persiana, conoscere la rivoluzione del 1979, comprendere il rapporto complesso tra tradizione e modernità che attraversa la società iraniana.
Scoprii un Paese dalla storia millenaria, erede di una delle più grandi civiltà del mondo. Scoprii poeti come Hafez e Rumi, città leggendarie come Isfahan e Shiraz, una cultura raffinata che nulla aveva a che fare con le immagini semplicistiche a cui ero abituato.
Satrapi aveva compiuto un piccolo miracolo: attraverso la sua vicenda personale era riuscita a raccontare un popolo intero.
A vent’anni cercavo risposte. Oggi, a quarantadue, mi accorgo che quel film mi ha lasciato soprattutto una lezione: la curiosità è un antidoto al pregiudizio.
Per questo la scomparsa di Marjane Satrapi non riguarda soltanto il mondo del fumetto o del cinema. Riguarda tutti coloro che, grazie alle sue pagine e ai suoi disegni, hanno imparato a guardare l’Iran con occhi diversi.
Anch’io sono uno di loro.
Simone Zambelli