marilina aguiari marzocchi

Con grandissimo dolore, vi scriviamo che Marilina ci ha lasciato. Il funerale è stato presieduto da p. Giuseppe martedì 8 settembre 2020 nella Parrocchia Sant’Angela Merici alle 14:45.

Marilina Aguiari Marzocchi, cara amica di moltissimi di noi, è tra le fondatrici di Arché 29 anni fa. Per il primo decennio di vita di Arché fu dato un segno ai 12 fondatori; Marilina descrisse quel momento così:

“Mi hanno dato un premio: un ciondolo d’argento raffigurante un bimbo a braccia aperte. Me l’hanno dato perché, dieci anni fa, sono stata una dei dodici che hanno fondato Arché, insieme a padre Giuseppe. Non me lo aspettavo questo riconoscimento “ufficiale”, avvenuto in pieno Convegno Nazionale, davanti a tutti, responsabili, operatori, volontari delle tre sedi, alla fine di due giornate dense di significato, sicché quando padre Giuseppe ha fatto il mio nome, sono salita accanto a lui in preda ad un’emozione fortissima, incapace di dire una parola.
Sono grata a tutti, ma soprattutto a questi dieci anni di forte esperienza che hanno cambiato la mia vita: spero di essere riuscita a dare il meglio di me e di poter continuare a farlo finché Dio lo vorrà”.

Marilina continuava a seguire il Gruppo di auto-aiuto counselling individuale, e nell’Arché Live 2018 le era stato attribuito un riconoscimento particolare come volontaria in quanto “Testimone fin dalla nascita di Arché di una solidarietà caparbia, intelligente e appassionata”. Non sappiamo trovare tante altre parole e vogliamo riportare qua un testo che aveva scritto per “Legami che curano – L’esperienza del gruppo di famiglie di Arché“, quaderno curato da lei del 2009, in cui ripercorre l’impegno con il “gruppo dei genitori”. Grazie Marilina.

 

Gli occhi del volontario

Ottobre 2001. La mia prima volta col gruppo dei genitori… Carla mi aveva chiesto di affiancarla nella conduzione: con la generosità che l’ha sempre contraddistinta, aveva in mente di trovare qualcuno che la sostituisse quando non fosse stato più possibile per lei continuare, non voleva che l’esperienza portata avanti da Arché in tutti quegli anni, si interrompesse, andasse persa.

Il gruppo, infatti, è sempre esistito, da quando Arché ha iniziato la sua attività, con finalità di sostegno alle famiglie. Il primo conduttore: padre Giuseppe, poi si sono avvicendate nella conduzione due responsabili di sede.

Dall’esigenza di aggregazione…

All’inizio i partecipanti, per lo più individui singoli (genitori o nonni), rispondevano ad un’esigenza di aggregazione per parlare della malattia, delle terapie, della loro condizione di difficoltà sia riferita a loro stessi che ai famigliari; non esisteva allora nessun tipo di sostegno alle famiglie, tutto era emergenza, si doveva trovare il farmaco, le cure per arrestare il flagello, bisognava stare negli ospedali, accompagnare le persone a morire.

Il mio impegno in Arché per molti anni è stato caratterizzato dai colloqui di sostegno individuali: con i ragazzi tossicodipendenti degli inizi, con le madri dei nostri bambini poi nel periodo dell’emergenza, con le selezioni dei volontari per i corsi di formazione.

La dimensione del gruppo, quindi, era del tutto nuova per me, e mi ci avvicinai con comprensibile timore ma anche con il desiderio grande di mettermi in gioco in questa nuova esperienza: dalla nascita di Arché, della quale sono stata socio fondatore, ho sempre cercato di modulare il mio apporto secondo le necessità.

Fino a giugno del 2004 sono stata con Carla una volta al mese ad ascoltare storie importanti, molto tristi, a conoscere sempre meglio le persone che le avevano vissute, a chiedermi se avrei potuto essere di aiuto in qualche modo quando fossi rimasta sola alla conduzione.

…allo sguardo sul mondo esterno

Nel settembre dello stesso anno, in accordo e con il supporto della dirigenza di Arché, ho iniziato il mio percorso da sola e alla fine del primo anno sono stata in grado di presentare un profilo e una valutazione del gruppo: era necessario operare un cambiamento, favorire l’apertura all’esterno per uscire da una dimensione spesso depressiva che impediva ai singoli di riconoscere le proprie risorse necessarie per continuare a vivere.

È iniziato così un modo nuovo di lavorare nel gruppo: sono state coinvolte, in alcuni dei nostri incontri, figure di esperti (infettivologo, psicologo) per momenti di approfondimento intesi a facilitare l’atteggiamento propositivo, lo stimolo alla progettualità, il confronto, elementi tutti indispensabili per un vero cambiamento. Padre Giuseppe ha dato subito la sua disponibilità a seguirci: quanta parte abbia avuto la fede nell’affrontare il dolore, la perdita, è emerso in più di un’occasione… e chi meglio di lui che ha conosciuto molti di loro ed è stato il primo conduttore del gruppo!

Oltre il fatto in sé… un risveglio di interessi

Nel tempo ho assistito ad un significativo cambiamento, un’attenzione a voler capire, ad andare oltre il racconto del fatto in sé, a cercare un significato che servisse poi come indicazione per vivere: quindi la malattia, vissuta come pensiero angosciante di morte che non lasciava spazio ad altro, ora sembrava essere vissuta come qualcosa con la quale si può convivere, si possono fare progetti per sé e per i figli, si cerca la soluzione migliore, ci si attiva per avere risposte.

La nuova tendenza ha prodotto un risveglio di interessi con particolare riguardo al rapporto con i figli (era importante arrivare in molti casi alla comunicazione della diagnosi di malattia propria o dei figli stessi), all’apertura all’esterno sollecitata e molto apprezzata, all’accoglienza di nuovi elementi entrati a far parte del gruppo che, in qualche modo, andavano a compensare quei compagni di viaggio che si erano persi lungo la strada.

L’ingresso di una coppia che si è aggiunta all’altra coppia già presente, ha permesso uno spostamento importante dalla dinamica del singolo (genitore o nonno) a quella famigliare con diverse rappresentazioni dei problemi: quindi il gruppo ha potuto contare su altre risorse, confrontarsi con ottiche diverse, uscire da una dimensione autoreferente.

Una ricerca in continua evoluzione

Oggi posso affermare che il cambiamento auspicato è stato raggiunto: si verifica una continua evoluzione, le tematiche che affrontiamo riguardano l’insieme della famiglia, quindi la coppia, i rapporti coi figli, il contenimento dell’ansia circa la gestione di tutti questi rapporti, l’esterno che è sempre più invasivo (figli cresciuti quindi situazioni diverse che si intrecciano a quelle famigliari), il disorientamento degli adulti, la società civile che non è più riferimento sicuro, deriva dei valori… ricerca di possibili percorsi da seguire… si parla di tutto!

Anche il modo di vivere la malattia ha subito un sostanziale cambiamento: dopo la comunicazione della diagnosi (la propria ai figli oppure quella dei ragazzi) è caduto l’aspetto del silenzio che appesantiva il rapporto, e per quanto sia stato difficile per ognuno di loro il dire tutto o in parte, c’è la consapevolezza che il segreto non è più un muro da scavalcare. Sempre nell’ottica del cambiamento, in collaborazione con Carmine responsabile dell’area, quest’anno è stata introdotta la visione di un film a tema seguito da dibattito… iniziativa molto apprezzata che verrà sicuramente ripresa e mantenuta.

E per non dimenticare che vivere significa anche condividere momenti di serenità, in questi ultimi tre anni abbiamo “varato” anche un progetto di svago assoluto: la gita ogni anno fuori porta, la cena preparata da noi al termine dell’ultimo incontro di giugno!

Ho ricevuto più di quanto ho dato

Così ogni anno, alla fine ci interroghiamo sul lavoro fatto, se vogliamo continuarlo, non diamo per scontato nulla… e ci ritroviamo sempre a dirci che sì, vogliamo continuare, e ci piacerebbe che altri potessero usufruire di questo spazio che Arché ha creato. Tento un bilancio e non solo di questa ultima esperienza: se penso a quanto ho vissuto in Arché, spesso anche nella difficoltà, in tutti questi anni, riconosco che ho ricevuto più di quanto ho dato, mi sento diversa e molto più forte.

Marilina Aguiari Marzocchi