maid netflix analisi

Immagine| Simone Durante

Non succede spesso di vedere la propria quotidianità diventare il soggetto di una serie tv. Soprattutto se si parla di lavoro nel sociale, un ambito magmatico e così sfaccettato, che è difficile vederlo diventare protagonista non stereotipato di una sceneggiatura televisiva. Eppure è quello che è successo con la serie Maid, “domestica”, trasmessa da Netflix, che pone al centro dei suoi 10 episodi le vicende di una giovane madre, Alex, con la sua bambina, Maddy.

È lei che ha il coraggio di dire basta alla violenza psicologica del compagno: le sue urla, il suo alcolismo latente, il suo disinteresse verso la piccola la spingono alla fuga. Viene accolta in una residenza per donne maltrattate, dove lotta, piange e fa di tutto per garantire un futuro alla figlia, a costo di scontrarsi con le ottuse categorie di una burocrazia spesso non a misura di persona. La situazione nella sua famiglia d’origine non la aiuta, anzi: deve farsi carico non solo di una figlia ma anche di una madre.

Alla fine ricasca ancora nel suo errore: un baratro le si apre sotto ai piedi, ma l’amore per la piccola Maddy, insieme al sostegno di altri che l’hanno conosciuta, la riporta in superficie e le permette di navigare verso il futuro.

Libera.

La sua storia, ambientata nella provincia americana, riflette e fa eco ai tanti drammi che incontriamo quotidianamente dall’altra parte del mondo: nelle nostre sedi di Milano, Roma e San Benedetto del Tronto. Spesso, per questioni di riservatezza e di ruoli lavorativi, non li conosciamo nella loro interezza, ma basta qualche informazione biografica, il sorriso e le due parole scambiate in cortile o in momenti comunitari per cogliere il dolore delle donne che affianchiamo ma anche la loro grande voglia di riscatto.

Ecco proprio questo ci trasmette la serie Maid e ci racconta la quotidianità di Arché da trent’anni: non ridurre la persona alla sua malattia o alle sue difficoltà ma considerarla un soggetto attivo con cui immaginare insieme un futuro non ancora scritto.

È stato l’approccio anche dei primi volontari e volontarie: ragazzi e ragazze che hanno accettato l’invito di p. Giuseppe Bettoni di non voltare la testa e di impegnarsi, tra i primi in Italia, a fianco dei bambini e delle bambine sieropositivi e delle loro famiglie. Era trent’anni fa, era un mondo diverso ma l’universo valoriale da cui quelle attività prendevano linfa e ispirazione è rimasto il medesimo.

Il ruolo del volontariato, il mettersi a disposizione dell’altro gratuitamente, il considerarsi fratelli non nemici, la capacità di creare comunità inclusive: sono solo alcune delle suggestioni ribadite nel corso degli appuntamenti degli ultimi mesi. “Vicinanza, tenerezza e compassione” le ha riassunte Papa Francesco nel corso dell’udienza di inizio settembre, augurandosi che siano proprio queste parole, proprie dello “stile di Dio”, a contraddistinguere l’attività delle strutture di Arché e della nuova CasArché a Roma. E non solo.

L’udienza privata con il pontefice è stato un momento straordinario di un anno eccezionale: abbiamo inaugurato CasArché anche a Roma e abbiamo organizzato un Arché Live partecipato da tanti amici e amiche, in cui ha preso parola un uomo carismatico come Don Ciotti.

Ogni occasione di questo anno è stata utile per ribadire che i valori della fratellanza e della solidarietà devono essere la bussola del nostro agire quotidiano. Sì, perché senza l’altro, senza le relazioni siamo ridotti a vivere di sfiducia e rancore, senza riuscire a apprezzare la bellezza dello stare insieme e della condivisione.

Da sempre sono questi gli anticorpi all’indifferenza e alla rabbia e che, ora, dopo il distanziamento imposto dal Covid, dobbiamo riprendere a far vivere.

Sono gli stessi valori che anche nella serie Maid permettono alla giovane mamma Alex di superare le proprie paure e di affrontare le tante sfide della società. È tornare a avere fiducia dell’altro, infatti, che le dà l’opportunità di fare dei passi avanti e di guardare con speranza al mondo intorno.  Di non sentirsi solo vittima ma di costruire qualcosa di diverso, in modo autonomo e generativo di futuro per lei e per la figlia. Arché non smette di offrire questa opportunità, affiancando e accompagnando le donne più in difficoltà, da trent’anni: non per creare dipendenza ma per curare prima e irrobustire poi le ali con cui prendere il volo.

Alessandro Pirovano

Direttore responsabile ArchéBaleno

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