Conosciamo bene la lettura per così dire «storica» della parabola raccontata da Gesù, ovvero quella lettura che identifica gli invitati della prima ora con il popolo ebraico, popolo che appunto non avendo riconosciuto in Gesù il figlio di Dio viene sostituito dagli invitati dell’ultima ora, che sarebbero rappresentanti di quella che sarà la Chiesa.

Questa interpretazione si fa forte delle parole conclusive: «Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena», e ha avuto grande seguito nella storia perché i cristiani hanno pensato che ad un certo punto Dio avesse sostituito il popolo eletto con i nuovi credenti.

Visto che gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù come l’inviato di Dio… allora, Dio, come si dice al v.21, adirato, cambia pagina e dice: «Andate e portate qui poveri e storpi, ciechi e zoppi , che sarebbero quelle categorie sociali che già a Qumran erano escluse dal combattimento escatologico e dal banchetto che ne seguiva.

 

Questa interpretazione però dimentica che non solo gli apostoli erano ebrei e quindi quel «Nessuno gusterà la mia cena» non può essere letto come rivolto agli ebrei, anche perché gli invitati dell’ultima ora, siano essi poveri e storpi, ciechi e zoppi…  sono comunque ebrei, sono appartenenti al popolo dell’alleanza. Certo meno fortunati dei primi chiamati, ma sempre allo stesso popolo appartengono.

È quindi una lettura che non ci aiuta, anzi dobbiamo liberarcene perché ha già fatto molti danni nella storia (Costringili a entrare! v.23)[1].

Allora potremmo tentare un’interpretazione più sociologica. Se osserviamo attentamente, gli invitati della prima ora sono persone abbienti: il primo ha comprato un campo, il secondo cinque paia di buoi (un capitale)[2], il terzo s’è appena sposato e non poteva dividersi in un altro banchetto. E comunque sia l’ultimo che aveva programmato il matrimonio da tempo, ma anche gli altri, sapevano già da tempo del loro impegno e dell’invito, così che potevano organizzarsi diversamente.

Ma anche questa lettura ha almeno un punto debole e sarebbe proprio al v.21, quando in seguito al rifiuto degli invitati della prima ora, si dice che il padrone di casa «adirato» manda il servo a invitare i poveri.

È solo perché i primi hanno rifiutato che allora Dio, arrabbiatosi, invita i poveri? Sono dunque un ripiego? È certo una costatazione che non fa fare un bella figura a Dio, se così possiamo dire.

Occorre che noi teniamo sempre presente il contesto e non isoliamo la parabola come un’isola nell’oceano, perché potremmo trarre delle conclusioni arbitrarie senza entrare nel pensiero e nel cuore di Gesù.

Infatti il cap. 14 di Luca si svolge tutto a tavola. A Gerusalemme, Gesù è invitato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare… siamo già al banchetto e il Signore osservando attentamente come gli invitati si diano da fare per prendere i primi posti, si rivolge a colui che lo ha invitato e gli dice: Quando dai un banchetto invita poveri e storpi, ciechi e zoppi (v.13)! Sono le stesse quattro categorie di poveri che incontriamo nel nostro passo: i pitocchi, gli sciancati, gli zoppi e i ciechi perché non hanno da ricambiarti.

Quindi se lo dice già al v. 13 non è vero che il loro essere invitati sia subordinato all’ira di Dio! Dio da sempre vuole che i poveri vengano invitati al suo banchetto… l’ira di Dio è per coloro che invece impediscono ai poveri di partecipare perché si invitano tra loro e si accaparrano i primi posti, quando il banchetto messianico imbandito da Dio vuole seduti gli uni accanto agli altri, i poveri e gli infermi a tavola insieme con i benestanti e i potenti.

Allora mi viene il dubbio: non è che gli invitati della prima ora hanno preso una scusa proprio perché sapevano che Dio avrebbe invitato anche i barboni, i profughi, i disperati? Era impensabile per loro anche solo immaginare di sedersi accanto a questa gente? Come mettersi sullo stesso livello di chi vive per strada?

Allora non c’è sostituzione, come non c’è problema sociologico… la questione è che Dio si indigna, si arrabbia quando uomini e donne, suoi figli e sue figlie, non riconoscono tutti gli invitati al banchetto della vita con la stessa dignità.

«Noi oggi temiamo di usare l’espressione “l’ira di Dio”, ma è invece necessario comprendere il senso di questa parola, che ci spaventa e che volutamente abbiamo allontanato dai nostri discorsi»[3], perché troppo spesso ci hanno abituato a pensare all’ira di Dio come alla nostra ira, a quel sentimento umano che nasce dall’invidia e dalla gelosia… quando un bollore improvviso emerge dal nostro intimo e divampa sul volto come un fuoco, e ci sembra di perdere il fiato, si infiamma il viso e si altera lo sguardo… E così pensiamo a un Dio che si «arrabbia» per le nostre trasgressioni e i nostri peccati! Proprio come quando noi ci arrabbiamo contro gli altri, soprattutto coloro che amiamo e che deludono le nostre aspettative… oppure, più sottilmente, quando scopriamo in loro dei difetti che non sopportiamo in noi stessi. Questa ira è un peccato capitale, ma non è l’orghé di Dio.

Perché c’è un’orghé, un’ira, un’indignazione che non solo è legittima, ma che palesa la convinzione e la passione della nostra sete di giustizia.

Esiste un’ira, una collera «positiva», necessaria alla vita umana ed è una sorta di zelo, di rigore positivo che è addirittura necessario manifestare di fronte al male, all’ingiustizia, alla sofferenza delle vittime… Si pensi alle invettive dei profeti, allo sdegno di Gesù di fronte alle ingiustizie, alla durezza di cuore, alle malattie che sfigurano l’uomo. Addirittura «La collera dell’uomo dà gloria a Dio», ricorda il salmo (76,11) quando si contrappone a una falsa dolcezza che nasconde un odio infinito, represso fino alla follia.

C’è voluto il novantatreenne Stéphane Hessel, ex partigiano, che in un librino da titolo inequivocabile: Indignatevi (2011) ha lanciato un grido che ha saputo farsi ascoltare diventando un vero manifesto oltre gli schieramenti politici e le divisioni ideologiche. L’indignazione, dice Hessel, è il primo passo per un vero risveglio delle coscienze.

Noi tutt’al più ci esprimiamo con una certa rabbia per le mille piccole cose di ogni giorno, per un inconveniente, per un contrattempo… che proviamo su di noi, che tocca le nostre cose, i nostri interessi, i nostri valori… Ma, vedete, solo se l’ingiustizia la subisco io nella mia vita. Se la subiscono altri, poco importa.

Fa un poco specie il ritornello che ci incalza in questi giorni: «Si ritorna a consumare, riprende il mercato… è tornata la fiducia degli italiani»! Ma allora non abbiamo imparato nulla da questi anni e continuiamo a identificare la felicità, il futuro e il nostro bene con il consumare?

Sembra di riascoltare le scuse degli invitati della prima ora: Ho comprato un campo, ho comprato cinque paia di buoi… L’avere toglie la libertà e fornisce le scuse per rifiutare l’invito alla grande cena! La cena però è preparata e la casa è pronta a ricevere tutti, proprio come questa tavola che Dio continua a preparare per noi.

Noi oggi preghiamo un Dio che si indigna, un Dio la cui ira si scatena nel momento in cui pensiamo che cinque paia di buoi siano più importanti della condivisione, un Dio la cui ira si scatena quando mettiamo i campi e le cose avanti a tutto e accampiamo scuse per chiuderci su noi stessi.

È questo il nostro Dio: è il Dio della Bibbia, diremmo con Paolo VI a quasi cinquant’anni dalla «Populorum progressio» (1967),  che ode il grido e conosce l’ira dei poveri.

[1] Queste parole “spingili, costringili” furono applicate a eresie e scismi (Agostino), quando in realtà dato che l’élite viveva nel centro della città, gli altri i poveri e i mendicanti venivano segregati in zone marginali, per cui il servo deve costringerli ad entrare perché temevano di essere puniti.

[2] Nella letteratura rabbinica vengono menzionati dei prezzi di duecento denari per un bue.

[3] C. M. Martini, L’ira di Dio e altri scritti, 1995.