«Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» sono le parole di Gesù riportate all’inizio del Vangelo e chiediamo al Signore per l’appunto di lasciarci illuminare il cuore e la mente.

Certamente sappiamo che non è Gesù l’unico a ricorrere alla metafora della luce, anzi in tutte le civiltà, culture e religioni, la luce da fenomeno fisico diventa un archetipo simbolico, al punto che ci porterebbe via tanto tempo ripercorrerne la storia dall’antica cultura egizia con le divinità solari Amon e Aton per passare all’arcaica teologia indiana dei Rig-Veda che considerava la divinità creatrice Prajapati come un suono primordiale che esplodeva in una miriade di luci, di creature, di armonie. Non per nulla, in un altro movimento religioso originatosi in quella stessa terra, il suo grande fondatore assumerà il titolo di Buddha, che significa appunto “l’Illuminato”.

Anche l’Islam conosce la luce come simbolo teologico, tant’è vero che un’intera sura del Corano, la XXIV, è intitolata An-nûr, “la Luce”. È il verso 35 che suona così: «Dio è luce in cielo e sulla terra… Luce su luce è Dio. Egli guida chi ama verso la sua luce». Questo per dire come le molteplici espressioni culturali e religiose dell’ Oriente e dell’ Occidente adottano come cardine teologico un dato che è alla radice della comune esperienza umana. La vita, infatti, è un «venire alla luce» (come in molte lingue è definita la nascita), ed è un vivere alla luce del sole o guidati nella notte dalla luce della luna e delle stelle.

Questa comune radice esprime la qualità “teologica” della luce per cui diventa un’analogia per parlare di Dio. Ma a differenza di altre civiltà che, in modo semplificato, identificano la luce (soprattutto solare), con la stessa divinità, la Bibbia introduce una distinzione significativa: la luce non è Dio, ma Dio è luce (1Gv 1,5). La luce, dice la Scrittura escludendo ogni forma di panteismo, è “opera delle sue mani”; in Genesi leggiamo: «Dio disse: “Sia la luce” e la luce fu» (1,3).

Ora noi inserendoci in questo percorso ci lasciamo raggiungere dalla parola di Gesù che dice: Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. Tre frasi molto semplici.

Anzitutto Gesù richiamando le parole dell’Eterno rivolte a Mosè nel roveto ardente afferma: Io sono la luce, e dice di essere partecipe di quel mistero che la Scrittura ha sempre ritenuto. Non è la luce ad essere Dio, ma Dio è luce. È luce della creazione, ma è luce anche nella storia, è questa l’esperienza possibile al popolo che viveva nelle tenebre della schiavitù in Egitto: essere tratto alla luce della libertà da Dio stesso. La metafora della luce indica dunque una dimensione che non viene semplicemente da noi, ma da fuori di noi, non per questo però è indifferente a noi. La luce, almeno a occhio nudo, non la vedi se non per i riflessi che ha sulle cose, sulle persone, sugli oggetti.

Gesù inoltre non dice semplicemente: «Sono solo la luce del tuo cuore e della tua anima», ma «Io sono la luce del mondo»! A questo proposito ne abbiamo un esempio nelle due letture degli Atti e della Lettera ai Romani che attestano come la luce del Vangelo non sia rimasta chiusa tra le mura del Cenacolo a Gerusalemme, ma è arrivata al cuore dell’impero, a Roma, al centro del «mondo» di allora. Il vangelo, l’incontro con Gesù non è per pochi iniziati, non è una luce per adepti, ma è del mondo, nel senso che riguarda e illumina tutti e tutte le esistenze.

E poi Gesù dice una seconda cosa: Chi segue me non camminerà nelle tenebre. E qui si introduce la dimensione morale, quella del camminare secondo la luce e non secondo le tenebre del peccato, della chiusura e della morte. L’antitesi lucetenebre diventa un paradigma morale e spirituale, nello stesso quarto Vangelo, si legge: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che non la luce … Chi fa il male odia la luce e non viene alla luce … Chi fa la verità viene invece verso la luce» (Gv 3,1921)[1].

Ai discepoli che vivono le Beatitudini, nel vangelo di Matteo, al termine del Discorso della Montagna Gesù aveva detto: «Voi siete la luce del mondo … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Mt 5,14.16).

Proviamo a superare una certa visione moralistica, più che morale, nel senso che l’essere luce, il camminare nella luce non è uno sforzo che dipende dall’uomo, se Dio è luce all’uomo non rimane che assecondare il processo della luce, e la luce cosa fa? attrae, la luce in natura fa venire alla luce, come succede in primavera, la luce fa emergere il seme dalla zolla oscura e lo fa fiorire. Quella del fiore è un’immagine cara a don Michele Do che amava condensare in essa il cammino dell’uomo e del cristiano: la luce si interiorizza nel fiore, vi si esprime, prende volto; e il fiore diventa sacramento della luce.

La luce ha bisogno del fiore per esprimersi e il fiore tende con tutto se stesso a diventare sacramento della luce, se obbedisce alla spinta vitale che dalla zolla lo fa crescere verso la luce. Così Dio si interiorizza nell’uomo, e dal di dentro, senza violenza, senza esercizi muscolari, diventa presenza silenziosamente operante.  Ciascuno di noi quando si apre ad accogliere la Parola inizia un cammino ascensionale e trasfigurante guidato dallo Spirito che dal di dentro lo spinge ad ascendere. Nel Vangelo Gesù non ci dà delle leggi, ma ci indica delle vette: «Lascia che Dio sia grande in te, lascia che Dio si esprima nella tua vita» e non affannarti a diventare eroe dell’inutile e servo delle cose.

Infine, nella terza frase Gesù afferma: avrà la luce della vita. Che è un’espressione già compresa nell’immagine del fiore, perché la luce è anche calore che dà vita. La luce certo dirada le tenebre, permette di vedere, ma al tempo stesso la luce è calore, scalda.

La fede in Gesù è generativa. Ce ne offre un esempio papa Francesco nel momento in cui ha deciso di recarsi nei prossimi giorni sull’isola di Lesbo, che vive le medesime condizioni di Lampedusa nel 2011. Una iniziativa come questa è un faro di luce per la vita in un’Europa offuscata dalle tenebre, un faro di umanità che costringe a riflettere e a pensare, a rivedere certi atteggiamenti ignavi e vigliacchi come gli accordi fatti con la Turchia.

Accordi che sono un espediente europeo per sottrarsi agli obblighi di accoglienza, rinnegando i valori fondamentali di cui l’Europa si fa paladina. Non vi sono garanzie circa il trattamento che la Turchia riserverà ai rifugiati – è un paese che non ha adottato la convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati – né sul buon uso delle ingenti risorse che l’UE si è impegnata a elargire (oltre 6 miliardi di euro, raddoppiati rispetto all’offerta iniziale).

I leader europei sono in realtà spaventati dalle reazioni ostili della maggioranza dell’opinione pubblica nei confronti dei rifugiati. Il punto è che si continuano a governare grandi fenomeni internazionali mediante istituzioni e politiche nazionali. Di qui i continui tentativi di scaricare l’onere su altri Paesi, mostrando agli elettori che si difendono i confini.

Così succede che se per salvarti la vita l’hai messa a rischio su un gommone verso le coste greche, violando però le leggi di ingresso, allora sei un siriano di serie B il cui destino sarà il rientro in Turchia.

Se invece sei un siriano attualmente presente in Turchia senza aver ancora tentato di raggiungere l’Ue, allora sei un siriano di seria A che verrà accolto – grazie allo scambio con un siriano di serie B – in un paese dell’Ue. Da non credere se non fosse scritto nero su bianco. Una vergogna.

Questi accordi peseranno sulla memoria storica dell’Europa. Come ha scritto Amnesty International in un messaggio rivolto ai leader europei, «non è delle urne che dovreste preoccuparvi, ma dei libri di storia».

Il fatto stesso poi che Papa Francesco ci vada insieme con il patriarca ortodosso Bartolomeo, aggiunge più intensità alla luminosità del gesto perché assume un carattere ecumenico, di un ecumenismo che si realizza nel momento in cui le chiese tornano a rimettere al centro l’essenziale, il vangelo di Gesù, vangelo vissuto.

Una parabola ebraica dice che ogni uomo viene al mondo con una piccola fiammella sulla fronte. Quando due persone si incontrano, le loro due stelle si fondono e si ravvivano – ognuna dà e prende energia dall’altra – come due ceppi di legno posti insieme nel focolare.

L’incontro genera luce. Quando, invece, un uomo non cerca l’incontro, la stella che gli splende in fronte piano piano si affievolisce, fino a che si spegne. La nostra luce vive di comunione, di incontri, di condivisione.

La luce non attira l’attenzione su di sé, non si mette al centro, ma valorizza ciò che incontra. Non conta essere visibili o rilevanti, essere guardati o ignorati, ma essere trasparenza della luce, con umiltà. Non preoccupiamoci di quanti riusciamo a illuminare, ma di come potremmo essere capaci di sguardi luminosi che quando si posano sulle persone fanno emergere tutto ciò che più bello c’è in loro.

(At 28, 16-28; Rm 1, 1-16; Gv 8, 12-19)

[1] Anche nella comunità giudaica attiva dal I sec. a. C. in avanti, scoperta a Qumran lungo le sponde occidentali del mar Morto, un testo descrive «la guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre», seguendo un modulo simbolico costante per definire il contrasto tra bene e male, tra eletti e reprobi. Questo dualismo si riflette anche nell’opposizione angelidemoni o nei principi antitetici yangyin, nelle divinità in lotta tra loro come il Marduk creatore e la Tiamat distruttrice le divinità delle cosmogonie babilonesi, o come Ormuzd (o Ahura Mazdah) e Ahriman della religione persiana mazdeista o come Deva e Ashura nel mondo indiano.

Immagine | @Quique Macìa