Proviamo a fare un semplice esercizio, a sostituire nella pagina di oggi (Gv 8, 31-59), ogniqualvolta incontriamo la parola verità (7 volte), termine astratto e tipicamente greco, l’avverbio ebraico amen (o il sostantivo derivato hemet) dal verbo aman che significa “essere stabile, poggiare i piedi sulla roccia”.
Questo esercizio aiuta a renderci conto che la verità di cui parla Gesù parte dai piedi, dall’essere saldi su una roccia, perché se tu appoggi bene i piedi per terra puoi anche avere le idee chiare.

Sorprende che Gesù si rivolga con queste parole a persone che credono. Così esordisce la pagina di oggi: “Il Signore Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: Se rimanete nella mia parola… conoscerete la verità e la verità vi farà liberi“.
Anzitutto ci aspetteremmo che discuta di verità con i non credenti, con i pagani, gli increduli… sorprende che Gesù invece discuta con coloro che credono. Non solo, ma chiedendo loro di conoscere la verità, li spiazza e li provoca. L’affermazione è forte perché non c’è come la sicurezza delle persone religiose di avere la verità in tasca che li rende sicuri di sé e Gesù dicendo loro che conosceranno la verità lascia capire che invece non sanno cosa sia la verità.

Il Signore tocca qui un nervo scoperto delle persone religiose di sempre che scambiano per fede una religione fatta di paura, come scrive ad esempio Deuteronomio 6, fatta di divinazione, di sortilegio, di magia, per non parlare dinegromanti, di indovini… c’è una falsa religiosità dice Mosè, alla cui base, al cui fondamento c’è la paura, l’angoscia, il senso di colpa.

Pensiamo ai gesti meccanici e ripetitivi che compiamo nei confronti di un Dio più temuto che amato: quante volte la preghiera si riduce a un baratto più che essere un affidamento, quante volte un gesto che vorrebbe essere religioso è dettato dal senso di colpa… e non ci rendiamo conto che questo modo di vivere la religiosità diventa fonte di ipocrisia, di falsità (8,55).
Se c’è una falsa religiosità, se c’è una paura di Dio che induce a diventare ipocriti e falsi, la domanda legittima allora è: che cos’è la verità? È la domanda di Pilato: Che cos’è verità? (18,38), come se fosse alla ricerca di un’idea chiara, di una rivelazione concettuale, di un’asserzione assoluta e illuminante…
La verità invece è lì, ben piantata in piedi davanti a lui, è Gesù.

Dopo aver detto: La verità vi farà liberi, Gesù dice: Se il figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero (18,32). La verità dunque è il figlio, la vera religiosità è essere figli e non sudditi. Non siamo schiavi di un tiranno, ma siamo figli. Ecco la verità del nostro rapporto con Dio, la verità della fede. Questo è quello che rispondiamo ogni volta che diciamo Amen. Diciamo di essere stabilmente piantati nella fede in Dio.

È questa la verità che rende liberi, è questa la verità liberante, nel senso che libera dalla paura, dai sensi di colpa, dall’angoscia religiosa dell’inadeguatezza, come dice Gesù: La verità vi farà liberi. Se siamo figli, siamo liberi.

Nel mondo religioso antico e non solo, Dio è sempre pensato legato all’ordine, Dio è il guardiano del mondo, dell’esistente, la mente che governa le cose. Dio e ordine sono sinonimi. L’uomo deve sottostare a quest’ordine e obbedire alle leggi implicite o esplicite che siano.

Infatti, basti pensare che nel mondo greco l’idea di libertà è sempre stata indissolubilmente fondata su un sistema sociale rigido e fissato. La libertà era propria di un certo gruppo sociale, a condizione però che un altro gruppo agisse schiavo. In Grecia la libertà era essenzialmente libertà dal lavoro materiale, dalla fatica del procurarsi il pane, da tutto quello che bisognava fare per vivere… questo lo faceva lo schiavo e allora tu eri libero nella misura in cui potevi dedicarti alla politica, all’arte, alla città… nella Grecia come a Roma, libertà degli uni e schiavitù degli altri sono speculari.

Nella Bibbia no, perché Dio è un Dio che libera, è il liberatore, è colui che salva. Dio è sinonimo di libertà: concetto inesistente nel mondo antico. Dio ti vuole libero, per lui l’ambizione è che l’uomo sia libero. Il mistero della libertà è un riflesso del mistero di Dio che nella Bibbia si rivela come colui che libera. La libertà è misteriosa proprio perché ha a che fare con Dio.

Nella Divina Commedia, quando Virgilio con Dante arriva alla soglia del Purgatorio, dove c’è Catone (Uticense), il quale aveva preferito suicidarsi piuttosto che cadere nelle mani dei suoi avversari che l’avrebbero fatto schiavo, chiede che ci stia a fare Dante in quel luogo, e Virgilio risponde con le famose parole: Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta!

Libertà va cercando… La storia umana non è che una infinita storia di ricerca di libertà, così che potremmo parlare più di liberazione, di un percorso continuo di libertà. È una forza insopprimibile. Pensiamo alle grandi liberazioni storiche, che poi tante volte sono diventate altrettante oppressioni, ma a noi sta a cuore riconoscere come la libertà sia un desiderio irrefrenabile per l’uomo. Solo più forte della libertà è la fame.

L’esodo biblico in questo è emblematico: il popolo ebraico che era stato liberato dalla schiavitù del faraone, quando si trovava nel deserto di fronte ai morsi della fame, si lamentava e avrebbe voluto addirittura essere riportato in schiavitù, avrebbe voluto tornare in Egitto!

Gesù viene e dice: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. Dove quel davvero, in greco è scritto “ontologicamente”, sarete cioè ontologicamente liberi, essenzialmente liberi. Ma se è così essenziale la libertà nel Vangelo, allora il cristianesimo avrebbe dovuto essere nella storia una scuola di libertà. E invece non è stato proprio così, non è sempre stato così, anche se alla fine questo seme evangelico profondamente radicato nella storia, doveva venire fuori. Ma è successo con immensa fatica.

Perché il cristianesimo non è stato sempre capace di ispirare libertà? Perché non è stato storicamente scuola di libertà?

Anzitutto perché nella chiesa costantiniana il vangelo della libertà è stato sostituito con il vangelo dell’obbedienza. La categoria della libertà è stata messa da parte e sostituita con la categoria dell’obbedienza. Quando il prototipo del cristiano diventa il monaco, che cosa gli si chiede di fare? Di fare tre voti: quello della libertà? No, ma quello dell’obbedienza all’abate, al vescovo, al re… il DNA del cristiano doveva essere la libertà e invece è diventato l’obbedienza, perché si è creduto che obbedendo all’abate uno obbedisse a Dio, obbedisci al vescovo obbedisci a Dio…

Seconda ragione è che non si è più parlato della libertà del cristiano, ma si è parlato della libertà della Chiesa, dell’istituzione in quanto tale rispetto al potere politico, all’imperatore… il tema della libertà si è concentrato sulla libertà della chiesa. Il tema del cristiano come uomo libero è scomparso fino a certi movimenti cosiddetti ereticali del XII secolo che rivendicavano delle libertà di cui erano stati privati, ma che vennero ben presto repressi… ci voleva don Milani per dirci che l’obbedienza non è più una virtù.

Non è più una virtù se non è frutto della verità, della verità del rapporto con Cristo, che ci vuole figli e fratelli fra di noi. Sarà Francesco d’Assisi a tentare di superare il modello patriarcale di vita fondata sull’obbedienza all’abate, al padre, per un modello di vita invece fraterno, per il quale appunto vivendo come figli dello stesso Dio ci si tratta tutti da fratelli in Gesù.

Quanto più impari a fidarti di Cristo tanto più impari a stare nella libertà dei figli di Dio. La fede in lui ci libera dall’angoscia del peccatore davanti a Dio, dalla paura di non corrispondere alla sua volontà, dalla disperazione. La fede ci libera dal peccato e dalla paura del peccato, dalla paura del castigo, ci dà la pace in Dio, nel senso che Cristo prende tutto questo su di sé e rendendoci figli amati dona la sua pace, il suo perdono, la sua gioia, che è libertà dall’obbligo, dall’insicurezza, dalla paura, la libertà dei figli di Dio (Rm 8).

Perché la verità di Gesù è che davanti a Dio siamo figli e quindi fratelli tra di noi, e questa è la libertà che rende capaci di amare: perché libera da sé stessi. Non c’è solo il tiranno esterno, ma abbiamo anche un tiranno interno che sei tu, per cui la libertà è anche essere liberati da se stessi.

Gesù ci libera facendo di noi persone che non vivono più per se stesse, ma nella fiducia in Dio e nell’amore del prossimo. Questa è la nostra solidità, il nostroamen, la nostra libertà nella vita.

Nel tempo di quaresima, con la preghiera, nell’ascolto della Parola ritroviamo la verità del nostro rapporto con Dio, di essere cioè figli amati, questa è la nostra fede e grazie a questa fede impariamo a vivere nella libertà di amare.

La libertà del cristiano è figlia della fede e ci rende capaci di amare.

L’alternativa è vivere nella paura di Dio e, come succede al termine del vangelo, tirarci addosso le pietre.

Immagine | @SkyLuke8