Una mamma, con il suo bambino, rimane in Casa Accoglienza per due anni al massimo. È questa la durata limite del percorso che assistenti sociali ed educatori pensano per lei.

Una volta una mamma è rimasta lì poche ore: tempo di stringere la mano alle altre mamme, di conoscere gli educatori, poi ha chiesto che le venisse data la liberatoria per uscire, ha preso la sua valigia e nessuno da quelle parti l’ha più vista. Suo figlio non aveva fatto neppure in tempo a svegliarsi.

Che si fermino un giorno o 700, sono tutte donne che recano con sé una storia e un figlio. O più figli.

Le mamme che oggi abitano in Casa Accoglienza sono nate in Paesi lontani o in Italia, credono in Dio o in Allah, sono abitate da disagi sociali o psichici. All’inizio no. All’inizio Arché si prendeva cura di mamme sieropositive.

In 18 anni l’emergenza pediatrica dell’HIV è stata vinta, e da allora sono cambiati educatori e volontari: è un lavoro duro, che ti vuole sempre pronto, in relazione, attento a misurare toni e gesti. Ma tutti, anche gli ultimi arrivati, conoscono le origini di Arché, e riconducono nel proprio servizio la memoria dei primi tempi. Lo fanno per come gli viene raccontata, per lo sguardo che intercettano quando un anziano volontario prende parola, la sera, mentre ci si accompagna a vicenda alla banchina del tram.

Lui parla con cautela delle mamme, lo facciamo tutti: le si vuole proteggere, le si vuole benedire. Ci sta a cuore la loro riservatezza e spesso sono vicende dai contorni delicati, che pare inopportuno infastidire con troppi pensieri. Che di pensieri ne hanno già avuti abbastanza e continuano ad averne.

Ma, come talvolta accade, la vita ci pone di fronte a delle eccezioni, ed è bello che lo faccia: ci sono squarci di umanità che hanno un impatto così deciso da sbaragliare ogni teoria. È il caso di Serena, e del suo pezzetto di vita in Casa Accoglienza. Che ha toccato il cuore di molti, direttamente o indirettamente. Mamme e operatori, volontari e bambini. Per la persona che era Serena, e per quello che le era successo: il suo amore non è stato protetto ed era stato ferito, quasi a morte. Il suo amore per sé stessa e per la vita. Il suo amore per suo figlio.

Ve la racconto come l’hanno raccontata a me.

I genitori di Serena non avevano badato molto a lei quando era piccola. E neanche quando è cresciuta, a dire il vero. Così, con il primo innamoramento, è uscita di casa: sarebbe stato lui a proteggere lei e il loro bambino. Fino a quando.

“Purtroppo è un caso di trasmissione verticale”. “In che senso?”. “Suo figlio è sieropositivo”.

Serena precipita dentro di sé. Era stata contagiata da lui senza saperlo, e aveva condannato (condannato è una parola sua) Giacomo, loro figlio. Che diventa immediatamente suo figlio, non appena lei gli comunica di avere scoperto la sua condizione. “Suo” di lei, la lingua italiana non aiuta queste frasi intrise di povertà prima che di viltà: lui sparisce.

“Visto quello che è successo, forse è il suo modo di proteggermi”, passò per la mente di Serena, rabbiosa e impotente. “È colpa mia, soltanto colpa mia”, sorrise amaramente quella dannata mattinata di primavera. E disperata accettò, prima di capire, quello che l’assistente sociale le propose: da soli lei e il piccolo non ce la potevano fare, le veniva detto, qualcuno li avrebbe dovuti aiutare.

Non aveva altra scelta, che era ben diverso dal credere che Casa Accoglienza fosse una buona scelta. Se ne rese conto quando dovette varcarne la soglia con il passeggino. Era. Una. Pessima. Scelta.

L’ingresso in Casa era qualcosa che urlava al mondo il suo fallimento. E lo certificava a se stessa. Non sapeva più cosa la sconfortasse maggiormente. E poi c’era Giacomo e lui avrebbe vissuto i primi mesi di vita in Quel Posto, che non era una vera casa.

E poi c’era il virus. Prima di tutto c’era il virus. E ci sarebbe sempre stato. Il virus era qualcosa che l’aveva sottratta da se stessa. Qualcosa che le aveva sottratto la vita e voleva prendersi anche quella di suo figlio.

Il giorno che entrarono, la neomamma era pallida, esangue, grigiastra. All’apparenza atarassica. Chi la vide non dimentica quella fotografia, perché ne fu raggelato. Anche per questo la sua è una storia che si presta ad essere raccontata: da una narrazione in bianco e nero, su differenti toni di grigio, diventa gradualmente in technicolor.

In Casa Accoglienza, Serena e Giacomo stanno male, poi benino, poi malissimo, poi benino, poi bene. Passa dal “Non penso di potercela fare” al “Ma è davvero colpa mia?”, dal “Non merito di vivere” al “Devo accettare la mia condizione”. Progredisce e regredisce, in un lavoro quotidiano graduale.

Una casa ti può proteggere. Il mondo sta fuori, con le nari ferine schiacciate contro i vetri delle finestre. Talvolta ti viene da sperare che si dimentichi di te, e quando credi che questo sia accaduto ti ritrovi ancora più solo, abbandonato. Gli inconsulti gesti di disperazione ti fanno andare sempre più sotto.

Sono circuiti ossessivi, chiusi, cortocircuiti di un Gran Prix senza traguardo, che consuma chi continua a girarvi, muto o ululante che sia. Nessuno ti può capire, ma molti in realtà possono farlo. Ci riescono perché hanno vissuto situazioni simili, o perché sono preparati per affiancarle. È il loro mestiere, magari la loro vocazione.

Il punto è che non era solo Serena ad avere bisogno di protezione, ma anche Giacomo. E chi non è in grado di proteggere se stesso, non può proteggere nessun altro.

Serena abbisognava di protezione, scrivevo, e di alleviare la capacità stessa di accudire; per iniziare necessitava di un luogo caldo: un tetto, delle mura, un materasso, dei pasti. E poi persone benevolenti intorno. Una casa.

Una dimora abitata anche da garbati professionisti, educatori e psicologi, che potevano raccogliere gli sfoghi e i piccoli successi di Serena. Un luogo frequentato da cortesi volontari che intrattenevano Giacomo mentre lei era impegnata con le incombenze domestiche.

La ragazza non si alzava quasi mai da tavola con il piatto vuoto, non ci riusciva, e lasciava sempre un gran caos di briciole e avanzi. Matteo, un educatore della Casa Accoglienza, glielo faceva notare. E lei, assente, gli spiegava ciò che era evidente a lui e a voi: “Quel casino è lo stesso che c’è nel mio cuore, Matteo. Lo stesso che non se ne andrà mai”.

Non andò esattamente così, e nessuno può avere la presunzione di sapere cosa passò per la testa di Serena, quanto buio conobbe e quella che chiamava la “fatica della convivenza”. “Non si tratta della convivenza con le altre mamme”, spiegava sardonica, “il mio coinquilino è il virus”.

Trascorre l’inverno, Giacomo cresce sotto le sue cure, protetto dalle attenzioni di Serena e di tutti, con biberon e siringone di antiretrovirale. Lei diventa un punto di riferimento per le altre mamme, ognuna con un malessere differente: sa ascoltare. Termina la scuola che aveva interrotto. Impara a gestire i farmaci per sé. Cerca dappertutto momenti di normalità cui abbeverarsi.

Arrivata la primavera, il tavolo è pulito quando Serena scosta la sedia per alzarsi, e così il suo piatto.

Perché Serena e Giacomo, dopo più di un anno nella Casa Accoglienza hanno ritrovato un bell’equilibrio. Lei si è riscoperta capace di proteggerlo, ed essere mamma significa donare la vita al figlio, non soltanto dandolo alla luce, ma amandolo.

L’amore che protegge è quello che Serena ha trovato in Casa Accoglienza, dove è stata aiutata nella ricerca di un lavoretto come segretaria e, pian piano, ha riguadagnato ai propri occhi pezzetti di dignità.

È qui che s’innamora nuovamente e, ricambiata, chiede a Matteo di essere presente quando lei avrebbe svelato la sua sieropositività al suo ragazzo (passo che non va dato per scontato per nessuno, neanche per chi è stato contagiato a sua insaputa). Ma Serena non ha dubbi rispetto alla trasparenza su cui vuole impostare una nuova relazione sentimentale. E Matteo, meglio di lei, avrebbe potuto rispondere ad ogni dubbio che fosse emerso. Circolavano molte leggende metropolitane sull’HIV. E circolano tuttora, nonostante l’Area C.

Il ragazzo ascoltò attento le parole di Serena e le sue pause. Quando lei finì, cominciò lui: aveva molte domande, e Matteo gli offrì tutte le risposte. Una storia d’amore è ancora possibile, lesse Matteo negli occhi dei due giovani. Più avanti lo avrebbe spesso dimenticato, ma aveva chiaro che aveva scelto quel mestiere per abitare dei momenti così.

È estate quando il percorso di Serena e Giacomo in Casa Accoglienza volge al traguardo: la repulsione che lei provava all’idea di entrare in Casa Accoglienza si era gradualmente trasformata in paura di uscire, per chissà quale cambio di travestimento delle sue insicurezze. E quando venne Il Giorno sorrideva nervosa, mentre Giacomo, non ancora duenne, sorrideva e basta. Aveva, come sempre, tutti i bambini della Casa intorno, e quella giornata lì gli pareva molto simile a quella prima.

Sarebbe stata diversa da quella dopo: nell’appartamento in cui Serena lo portò iniziarono a vivere da soli, mamma e bambino, prima incerti, poi sempre più disinvolti. La mamma aveva imparato l’arte della protezione, la cui etimologia deriva da un verbo composto da “davanti” e “coprire”: ci si protegge dal sole, ma anche dalle botte della vita. Ed avere dei genitori amorevoli è una forma di protezione preventiva, come Serena aveva appreso a sue spese.

L’epilogo è dolce, perché, dopo qualche anno, Serena si sposò e dal matrimonio ebbe un bambino, Marco.

“Sieronegativo”, ha annunciato il medico. E questa espressione le ha aperto un gran sorriso.

È così che la ricordano a Casa Accoglienza: la vera leggenda metropolitana è il suo sorriso.

Paolo Dell’Oca