“Che lavoro fai?”. “L’educatore”. “Ma di lavoro?”. Eh.
L’educatore professionale è un mestiere che nel migliore dei casi non è conosciuto (“Cioè? Di cosa ti occupi in concreto?”), nel peggiore dei casi non è riconosciuto, “Ah, bravo, fai giocare i bambini”. Le anime belle.

Ma se domani dal mercato del lavoro italiano sparissero tutte le educatrici e gli educatori, saremmo costretti a chiudere comunità alloggio, asili nido, servizi destinati a minori, tossicodipendenti, alcolisti, carcerati, persone disabili, pazienti psichiatrici, anziani. Le persone in maggiore difficoltà. Con conseguenze difficilmente immaginabili.
Non siamo ancora a quel punto, ma da Milano abbiamo levato un allarme: alcune comunità hanno chiuso perché non trovavano educatori e anche alle nostre ricerche di personale per le case accoglienza si candidano molte meno persone rispetto anche soltanto a due anni fa. Arché, insieme ad altre organizzazioni come Comin, Farsi Prossimo e La Grande Casa, ha rinunciato al convenzionamento con il Comune di Milano: le rette sono troppo basse e non ci permettono di garantire la qualità del lavoro di accoglienza che ci prefiggiamo.
Il paradosso verso cui si sta muovendo il lavoro sociale è quello per cui gli operatori sociali (e quindi gli educatori), a causa dei ritmi di lavoro estenuanti e della bassa retribuzione, costituiscono una popolazione portatrice sempre più delle difficoltà tipiche di chi affiancano con le loro persone. Gravi disagi economici, burnout, relazioni familiari logorate. La scelta di non avere figli.
Spesso gli educatori sono impegnati su turni, anche i finesettimana, talvolta anche le notti. Chi lavorava nelle case accoglienza è tra i pochissimi (insieme a medici ed infermieri) che nel 2020 non ha conosciuto il lockdown, perché il lavoro nelle comunità non poteva essere bloccato e quindi se aveva dei conviventi è stato costretto ad autoisolarsi, o a fermarsi direttamente in comunità a vivere per qualche settimana.
Comunità alloggio, asili nido, servizi educativi per l’infanzia e per le famiglie sono luoghi invisibili ai più, eppure, osserva Valerina Negrini, portavoce Forum Terzo Settore Lombardia: “Pensiamo alla pandemia: quello sociale è il lavoro più produttivo, perché consente agli altri lavori di essere esercitati”. Prova è che in questo momento un asilo nido sta educando mia figlia.
Quello dell’operatore sociale è un mestiere in cui è difficile non portarsi il lavoro a casa, perché si è in relazione con persone fragili, che affrontano snodi decisivi per loro vita. Se si è scelta questa strada professionale non è sempre facile prendere sonno la sera, anche se la gratificazione di vedere percorsi educativi riuscire felicemente (qualunque cosa significhi) è incommensurabile.
Incommensurabile ma mal ripagata: i contratti di lavoro da educatore prevedono le retribuzioni tra le più basse per le professioni che necessitano di una laurea e se Milano attirava molti neolaureati che risalivano la penisola oggi i costi degli affitti rendono insostenibile questa decisione.
La cosiddetta Legge Iori, in vigore dal 2018, riconosce per la prima volta la figura dell’educatore professionale socio pedagogico a chi consegue una laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione (oltre all’educatore professionale socio sanitario e al pedagogista). Si vuole rafforzare la professione, prevedendo che ad una specializzazione formativa specifica consegua gradualmente un maggiore riconoscimento economico, ma l’obiettivo non è raggiunto.
E gradualmente molti educatori professionali migrano verso l’istituzione scolastica per le “Messe a disposizione”, per incarichi di supplenza. La delibera 6443 della giunta regionale lombarda del 31 maggio 2022 reintroduce, in via transitoria, la possibilità d’inserire in equipe anche operatori con titoli diversi dalla laurea L19: una toppa con scadenza, 31 maggio 2023, che stupisce per estrema apertura, consentendo a determinate condizioni perfino l’assunzione di personale non laureato.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede nuovi asili nido in cui sarebbero assunti 42mila educatori: dove trovarli? E il personale educativo per le comunità? Su che alberi crescono le anime belle? Domande che esigono risposta.
Paolo Dell’Oca
Portavoce
Leggi anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #67:
✍🏻 Poeti sociali – Paolo Dell’Oca
✌🏻 Dal lavoro sociale il riscatto di tutti – Alessandro Pirovano
🦸🏻 Essere un professionista, il superpotere dell’educatore – Lino Latella
🚴🏻 Fermarsi, ripartire e ripartire insieme: la bellezza del lavoro educativo – Roberta Sabbatini
👨🏻🏫 Educatore, professione “ossigeno” – Fabio Olivieri
⛅ La testimonianza che promuove il cambiamento – Ingrid Bianchetti
📜 Cari poeti sociali! – p. Giuseppe Bettoni
🌼 L’incontro con l’altro: necessità e bellezza – Silvia Carameli
❤️ Ne vale veramente la pena – Giada Violanda e Vittoria Veneroni
🚀 Il lavoro educativo verso il futuro – Silvia Murolo