lavoro donne italia

No, non ci voleva proprio!

La crisi di governo, dico. Sia per tutti i motivi che riguardano la gestione economica, politica, strutturale del Paese, per non pensare a quella internazionale… ma anche per i problemi quotidiani, specie per la cura dei più deboli. Sono sempre loro a pagare il prezzo delle scelte miopi e meschine di chi ha ribaltato il tavolo. Nel suo discorso al Senato, Draghi ha messo in dura evidenza lo scollamento, la distanza tra la politica e il Paese. Si cominciava a vedere l’inizio dell’attuazione della riforma del terzo settore, e… ora siamo punto e a capo. Migliaia di organizzazioni e milioni di lavoratori rimangono al palo in attesa dell’attuazione di un riordino che si profila dal 2016!

Ancora una volta siamo chiamati a inventare iniziative e a rimboccarci le maniche per dare risposte a problemi che dovrebbero trovare soluzione intorno a un tavolo condiviso tra istituzioni, privati e terzo settore. Già è difficile per un cittadino comune trovare lavoro, immaginiamo come sia complicato per una donna che ha subito violenza ed è stata in comunità per riprendersi in mano la sua vita e ora si trova, con uno, due o tre figli!

Eppure miracoli, perché così dobbiamo chiamarli a questo punto, ne accadono in questa nostra laboriosa città, che non è sempre escludente, non è solo performante, ma è capace nei suoi cittadini migliori di grande umanità, perché di questo si tratta.

Negli anni, osservando le tante storie che hanno attraversato le stanze, i corridoi, i cortili delle nostre realtà, abbiamo compreso profondamente quanto, per le donne accolte, il lavoro sia una delle principali leve di riscatto personale e sociale. Non solo inteso come un’attività da svolgere, fonte di guadagno economico, quanto come motore, una spinta propulsiva che va oltre il quotidiano, legata al riconoscimento personale, al “darsi valore”, al saper affrontare le sfide di ogni giorno guardando con una rinnovata fiducia al domani.

In questa ricerca è nata la collaborazione con Manfredi Catella e il gruppo Coima di cui si è parlato su questo giornale. Cosa c’entra un’impresa di tale tradizione e solidità con una fondazione come Arché? Basti sapere che nei mesi scorsi abbiamo sottoscritto un protocollo che si propone di definire un modello integrato, così che alle donne inviate da Arché viene offerta la possibilità di apprendere un mestiere, formandosi mentre lavorano a contatto con professionisti preparati e disponibili al tutoraggio e all’affiancamento.

A chi continua con la retorica delle periferie, rispondiamo con iniziative come queste o come quella che abbiamo avviato già da qualche anno con lo Studio Legale Giovanardi: il gruppo ha accolto alcune donne provenienti dalle nostre Comunità, affiancandole in un percorso di formazione a tutto tondo, offrendo loro un’esperienza di lavoro di front office che, altrimenti, non avrebbero mai potuto cogliere.

Grazie a queste importanti collaborazioni, e ad altre che andiamo tessendo, abbiamo costruito un primo ponte, tra persone e quartieri, nello specifico tra Quarto Oggiaro e il centro città, nell’ottica di tracciare traiettorie condivise tra privato, pubblico e terzo settore, coinvolgendo le aziende che hanno vocazione sociale, costruendo insieme il bene comune.

Di questo non può che ricevere beneficio la città, la politica, la vita sociale. Lo dico sempre a queste donne che accompagniamo per un tratto della loro vita:

“Un giorno dovete restituire alla comunità, alla città, al Paese il bene che avete ricevuto, la cura che vi è stata donata”.

Il giorno in cui la prima mamma accolta ha firmato il contratto di lavoro si è così espressa: “In Comunità ho avuto bisogno di prendermi il mio tempo, ora ho davanti l’occasione più grande della mia vita”.

Bellissimo, , ma la politica è la grande assente.

p. Giuseppe Bettoni

Presidente Fondazione Arché

Articolo pubblicato il 28 luglio 2022 sulle pagine milanesi di La Repubblica.