Ascoltando le tre letture che la liturgia di questa domenica ci propone, ho ripensato alla Lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco (maggio 2015). Infatti la prima lettura ci fa contemplare il grande dono della creazione, il salmo 103 ci invita a benedire Dio, nello stesso Vangelo di Matteo le parole di Gesù ci invitano ad alzare lo sguardo a quel Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni e infine Paolo nella lettera ai Romani ci mette dinnanzi alle terribili conseguenze della nostra irresponsabilità di fronte ai doni di Dio.

Sia l’enciclica che le letture di oggi ci aiutano a compiere una sorta di rivoluzione copernicana: passare da  quell’antropocentrismo che ci ha fatto vivere il sogno prometeico di dominare il mondo e che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli, alla consapevolezza che siamo tutti interdipendenti, perché al centro della creazione c’è sì l’uomo, l’essere umano ma come colui che si pone al servizio del dono di Dio, l’uomo e la donna intesi come amministratori responsabili della creazione.

Ed è la prospettiva che incontriamo nella prima lettura composta da una selezione di versetti del libro di Ben Sira, detto appunto il Siracide, libro che tra l’altro il canone ebraico non include nella sua Bibbia. Già per come si presenta quest’autore definendosi semplicemente come il figlio di Sira, ben Sira, imposta la sua riflessione riconoscendo che la vita nessuno se la dà da solo, è un dono che viene da chi ci ha voluti e amati, riconosce di fatto che tutti siamo «figli di», figli di quel Padre di cui ci parla Gesù.

Ebbene duecento anni prima di Gesù quest’uomo saggio e profondo, mette per iscritto a Gerusalemme le sue riflessioni e la sua sapienza, come per rispondere alla cultura allora dominante nel Mediterraneo che era l’ellenismo. Vale a dire si parlava greco un po’ ovunque e la cultura greca, la filosofia greca, il teatro greco erano egemoni in questa parte di mondo e Ben Sira dice: certo c’è la filosofia greca, c’è la conoscenza della scuola di Atene… ma non dimentichiamo che nessuno si fa da sé.

La pagina di oggi è esemplare da questo punto di vista. Sembra dire Ben Sira: guardate la creazione, è bello conoscere il movimento delle stelle, le regole che governano il creato e scoprire le regole matematiche di come funzionano le cose, ma non dimentichiamo che esse sono dono di Dio, le viviamo, le usiamo, le abitiamo da figli!

Ci sono delle cose che noi, per quanto possiamo essere intelligenti e intraprendenti, non possiamo fare: le stagioni, il giorno e la notte…. Come dice bene ai vv.6-8: Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede all’uomo per pensare. Li riempì di scienza e di intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male. Pose il timore di sé nei loro cuori.

Ecco ben Sira, questo Gesù che precede il Gesù di Nazaret di duecento anni, dice alle intelligenze brillanti della cultura del suo tempo: guardate, studiate, approfondite tutto con gli occhi della gratitudine perché tutto è dono di Dio e quindi: lodatelo, ringraziatelo e poi al v.14: Guardatevi da ogni ingiustizia e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo.

Perché questa è anche la grande sfida che l’enciclica assume e rilancia: con quale responsabilità noi abitiamo la terra, come noi viviamo l’ambiente… perché, per dirla con Paolo, c’è anche una intelligenza depravata le cui conseguenze sono tutte lì da misurare. L’intelligenza depravata di chi coltiva i propri interessi senza avere a cuore la cura della casa comune, come papa Francesco definisce la terra, la creazione. È l’intelligenza depravata della lobby delle armi, o quella del petrolio o quella delle industrie chimiche che per il loro profitto condizionano le scelte politiche e fanno pagare un prezzo altissimo alla casa comune.

L’ingiustizia per l’uomo biblico è non riconoscere il dono di Dio e spadroneggiare sul mondo e sul creato. Se dimentichi che Dio è il donatore, che è lui che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni… come dice Gesù nel vangelo, se perdi questo riferimento spirituale alto, anche le relazioni tra le persone si guastano. La preoccupazione ecologica è sempre anche una preoccupazione sociale.

Ascoltiamo il grido della terra ma anche il grido dei poveri. Perché siamo interdipendenti, tutto è collegato, il mondo creato è una trama di relazioni. Per invitarvi a riprendere in mano l’enciclica Laudato sì, leggo il n.240.

… Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità.

Quando perdiamo di vista questa prospettiva, succede quello che Paolo nella lettera ai Romani descrive in maniera puntigliosa, vale a dire  che arriviamo ad essere pieni di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia, d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia (vv.29-31).

In questo lungo elenco possiamo trovare un poco di noi, dei nostri atteggiamenti sbagliati, ci siamo tutti. Ed è proprio a questo punto che si inseriscono le parole folgoranti di Gesù riportate da Matteo, tratte dal discorso della Montagna, dalla pagina delle Beatitudini. Cosa dice Gesù?

Anzitutto ci fa volgere lo sguardo a ciò che il Padre fa. E cosa fa Dio? Fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Significa forse che Dio sia indifferente, che se uno fa’ bene o male non gliene importa nulla? O piuttosto che l’amore di Dio non si ferma davanti alle nostre povertà, non si misura sul nostro impegno, ma lui continua ad amare, è ostinato nell’amore.

La pienezza dell’amore, la perfezione che ci chiede Gesù, non è la perfezione dell’impeccabilità, di chi pensa di essere a posto, non è la perfezione morale di chi presume di essere talmente pio da non aver bisogno neanche di Dio, ma la perfezione del Padre è quella di un amore che non si ferma davanti a nulla. Nemmeno davanti ai suoi nemici, nemmeno davanti agli atei, Dio ama tutti. Se così non fosse la creazione sarebbe già finita! Il mondo sarebbe già andato in frantumi.

Allora impariamo come diceva Ben Sira a lodare il Signore. In questo tempo ci è dato di avere un maggior contatto con la natura, con il mare, le montagne… impariamo a pregare davanti ai doni di Dio, impariamo a ringraziare. Riprendiamo magari il salmo 103 e anche altri salmi che i nostri padri e le nostre madri nella fede hanno pregato prima di noi. Preghiamo perché possiamo essere capaci di consegnare alle nuove generazioni il giardino che Dio ci ha donato e non abbiamo a consegnare loro un deserto.

E poi prendiamoci cura degli altri con quella marcia in più che ci ha indicato Gesù, vale a dire a non amare soltanto quelli che ci amano, a non salutare soltanto quelli che ci salutano… perché siamo tutti cittadini del mondo, abitiamo tutti la stessa casa comune.

Un antropologo propose un gioco ad alcuni bambini di una tribù africana. Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta. Quando fu dato il segnale di partire, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, dopodiché, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero insieme il premio. Quando fu chiesto ai bambini perché avessero voluto correre assieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, risposero: come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi? Ubuntu nella cultura africana sub-sahariana vuol dire: Io sono perché noi siamo.

Papa Francesco al termine dell’enciclica propone due preghiere, una per quanti credono in un Dio creatore e un’altra per i cristiani. Nella prima scrive: Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa, a contemplare con stupore, a riconoscere che siamo profondamente uniti con tutte le creature.

(Sir 17,1-4.6-11-14; Rm 1,22-25.28-32; Mt 5,43-48)