Appassionata, coinvolgente, ricca di spunti: la relazione di Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, all’Arché Live, che potete leggere nella sua interezza qua, tocca le corde più profonde delle persone, interroga la coscienza e l’intelligenza dell’uditorio. «È il nostro cuore, molto più dei nostri occhi», ha spiegato all’inizio del suo intervento, «lo strumento che ci è utile per osservare e per comprendere la realtà, gli altri e tutto il mondo che ci circonda».

L’essenziale che forse gli occhi non vedono è la dignità, aggiunge il garante, «ma il contrario si vede: è la persona ridotta a cosa, umiliata, trattata in modo inumano e degradante». Perché, se «ogni essere umano è diverso dagli altri, tutti, però, sono eguali, appunto in dignità».

Del resto, la nostra è la Costituzione della dignità della persona.

«La legge», evidenzia Maisto, «non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Eppure oggi, nelle nostre democrazie avanzate, si manifesta l’intolleranza, il disprezzo e la paura per quei diversi per antonomasia, che sono i migranti, raffigurati dalla propaganda populista come alieni, pericolosi e virtualmente nemici». Il veleno razzista dell’esclusione del diverso si «sta diffondendo non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente, nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, quale base del consenso nei confronti degli odierni populismi e delle loro politiche di esclusione»

Bisogna, allora, ricostruire le motivazioni reali delle leggi ingiuste, in modo da disvelarne le ingiustizie. «Il che può essere fatto evidenziando tutte le alterazioni dei fatti che trasformano lo straniero in un soggetto pericoloso ed ostile: in sostanza, proiettando sull’altro le nostre ostilità verso di lui. Questi meccanismi hanno avuto piena applicazione in tutte le politiche di apartheid e di razzismo». Perché c’è oggi una «tentazione della conformazione alla legge ingiusta, perché questa favorisce la quiete sociale, mentre, all’opposto, la contestazione provoca divisioni e tensioni».

Sono tre le «nevrosi da insicurezza» del populismo: «Le relazioni fra le persone si fanno incerte e il primo moto è di diffidenza, difesa, chiusura; viviamo in un’epoca di restrizione delle cerchie della socievolezza; avvertiamo la perdita di futuro come bene collettivo». Tutto ciò fa sì che «si procede alla cieca e, non sapendoci dare una meta che meriti sacrifici, cresciamo in particolarismi e aggressività. Le visioni del futuro, che una volta assumevano le vesti dell’ideologia, sono state distrutte e, con esse, sono andati perduti anche gli ideali che contenevano. Sono stati sostituiti da mere forze fini a sé stesse, come pura tecnica.

La perdita di futuro ha tre risvolti: morale, politico, costituzionale».

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Secondo Maisto, il Decreto sicurezza, o Decreto Salvini, estremizza queste posizioni e rappresenta un punto di rottura della già fragile legislazione previgente. «La nuova disciplina dell’immigrazione e della cittadinanza presenta aspetti allarmanti di incostituzionalità: l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari è mirata a ridurne drasticamente il volume, creando una serie di drammi personali ed un’esplosione del contenzioso giudiziario. Poiché, nella stragrande maggioranza dei casi, non sarà possibile procedere al rimpatrio, l’unico effetto reale sarà l’allargamento dell’area della clandestinità, che produrrà l’incremento di una popolazione di persone senza diritti, impossibilitate a lavorare e costrette al lavoro schiavile, facile preda della criminalità». Tale situazione, in particolare, inciderà sulla sicurezza degli italiani e renderà più spietato il mercato del lavoro e la competizione fra i lavoratori italiani poveri e la mano d’opera degli stranieri senza diritti.

Ma c’è di più: «Il raddoppio (sei mesi anziché tre) della durata massima del trattenimento nei Centri Permanenza Rimpatri appare irragionevole perché si risolve in una pena senza delitto. Tale misura comporterà il raddoppio degli stranieri in detenzione amministrativa, con un incremento esponenziale dei costi che gravano sui contribuenti. Insomma, si realizzano, per la prima volta nel nostro Ordinamento, le prigioni del ministro di polizia».

Ugualmente incostituzionale, a detta del magistrato, «appare la norma che prevede la sospensione della procedura d’asilo ed il rimpatrio del richiedente asilo che abbia subito una condanna in primo grado, perché palesemente contraria alla presunzione di non colpevolezza ed al principio di inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento». Senza contare che «il sostanziale smantellamento del sistema di protezione su base comunale dei rifugiati e richiedenti asilo (S.P.R.A.R.) bloccherà possibilità di inclusione degli immigrati nel tessuto sociale, rendendo più problematica la convivenza; e che il Decreto Salvini associa, non a caso, norme sulla sicurezza a norme sugli extracomunitari e così, ad esempio, prevede le cosiddette armi ad impulsi elettrici, creando una situazione pericolosa per la pubblica incolumità, trattandosi di dispositivi potenzialmente letali». Infine, con il Decreto Salvini «viene ampliata l’area dell’intervento penale con riferimento alle condotte di blocco stradale e ferroviario, di occupazione di edifici, di accattonaggio molesto. Ovvero, come introdurre il delitto di povertà».

Leggi razziste presuppongono anche una burocrazia razzista. Emblematico, secondo Maisto, «il caso della mensa scolastica del Comune di Lodi. Una storia che mette in luce la straordinaria capacità della burocrazia di funzionare da strumento di esclusione». In pratica, il Regolamento comunale – che, facendo leva sulla necessità di una certificazione della situazione patrimoniale dei migranti, al limite dell’inesigibile per la situazione, politica ed amministrativa, dei Paesi di provenienza, di fatto discrimina i bambini extracomunitari, precludendo loro l’accesso alla mensa – «viola, in contrasto con norme statali sovraordinate, i diritti di una parte della popolazione abitante in quel territorio, in ragione della nazionalità e dell’etnologia della stessa».

Ma anche altri Comuni (ad esempio, Cascina), secondo il Garante, hanno «imposto la clausola discriminatoria per l’accesso alle tariffe agevolate dei servizi scolastici educativi, in violazione del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa», il quale prevede che i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione regolarmente soggiornanti in Italia, possono utilizzare le dichiarazioni sostitutive. E spiega: «In uno degli ultimi racconti di Leonardo Sciascia, Porte Aperte, il protagonista – giudice della Corte d’Assise di Palermo, davanti alla quale si sta svolgendo il processo a carico dell’imputato di un triplice omicidio, suscettibile di essere condannato a morte per l’evidenza delle prove a suo carico – non accetta la pena di morte, prevista, in quel caso specifico, dal vigente codice Rocco. Sviluppa, quindi, d’udienza in udienza, la sua linea di resistenza, persuadendo il presidente del Collegio ed i giudici popolari fino al giudizio di responsabilità, ma non con l’esito della condanna a morte. Nel racconto di Sciascia l’interlocutore del giudice è il Procuratore del Re, il quale cerca di persuaderlo, nel corso dei colloqui intrattenuti, che la pena di morte è nella legge e che questa va rispettata. Il giudice, tuttavia, pur riconoscendo l’esistenza di una generale aspettativa della condanna a morte, mantiene ferma la sua contrarietà alla pena capitale. Il Procuratore l’incalza, rappresentandogli gli effetti di una giustizia severa: “…dobbiamo riconoscere che le condizioni della sicurezza pubblica, da quindici anni a questa parte, sono notevolmente migliorate. Anche in Sicilia, malgrado tutto.”. E aggiunge: “Qui, sa, corre l’opinione che da quando c’è il fascismo si dorme con le porte aperte…”. A questa frase, che dà il titolo al racconto, il giudice risponde: “Io chiudo sempre la mia.”. Dopo la sentenza di condanna, con cui effettivamente non viene inflitta la pena di morte, il Procuratore, in un ulteriore colloquio col giudice, afferma: “Di fronte alla gravità della pena non si è tenuto conto della gravità del reato: e dunque si è violata la legge e non si è fatta giustizia”. Osserva, poi, come sia convinzione di tutti che la giuria si sia arresa all’opinione del giudice. Questi, di rimando, replica: “Ma non si è arresa per nulla: aveva già quella che lei chiama opinione ed io chiamo principio. Ed è un principio, quello contro la pena di morte, che si può essere certi di essere nel giusto anche se si resta soli a sostenerlo».

In sostanza: a prescindere dalle leggi divine («di cui oggi si parla tanto, spesso a sproposito, e che non devono interessare uno Stato laico»), ci sono principi di fondo «che si riconducono al comune senso di umanità e che decidono della giustizia o dell’ingiustizia delle leggi. La resistenza all’ingiustizia della pena di morte, opposta dal giudice di Sciascia, consiste, alla fine, nel fare di tutto per non applicarla, risvegliando, in quanti sono chiamati ad applicare la legge insieme a lui, la coscienza comune di quell’ingiustizia».

Il parere di Maisto è che le stesse conclusioni «si impongono ogni qualvolta sia in discussione l’applicazione di leggi che, come sopra evidenziato, sono indifferenti al senso di umanità ed anzi, animate da sentimenti ad esso contrari».

Naturalmente, però, «l’interpretazione delle leggi secondo i principi costituzionali non è dovuta solo dai giudici, ma grava, come imperativo categorico, su qualunque cittadino. È questo, del resto, il pensiero di Durkheimsecondo cui è proprio il grido non è giusto!” a produrre il mutamento».

Legalità e giustizia non sono la stessa cosa. «E comunque, i diritti servono se si lotta per essi, altrimenti deperiscono e muoiono, anche nel senso comune». Lo spiegava la filosofa e storica Hannah Arendt: «Il male è come un fungo che ammanta in superficie la società; il pensiero, invece, è qualcosa che penetra in profondità le sue radici».

 

Dossier “Il potere delle relazioni. Il potere nelle relazioni”