Ricordo con una certa emozione la risposta che da giovane novizio raccolsi da un prete anziano, tornato alla fine della Seconda guerra dal campo di concentramento, quando gli chiesi come potesse celebrare l’eucaristia in quelle condizioni. I suoi occhi si illuminarono nel raccontarmi che gli bastava una briciola (!), ma proprio una briciola di pane da consacrare e per il vino neanche a parlarne. Una briciola di pane per dare forza, coraggio e fede alla baracca.

Chissà perché la mia mente ha collegato quei ricordi quando ho letto sul portale della diocesi: “La celebrazione che apre la Quaresima ambrosiana trasmessa grazie alla collaborazione di TgrLombardia avverrà senza pubblico, in accordo con l’ordinanza regionale. Tutti i fedeli dalle loro case potranno unirsi in Comunione spirituale…”. A pensarci bene il motivo c’è. Faccio fatica a immaginare che quel prete anziano mentre celebrava l’eucaristia in una baracca del campo di concentramento ritenesse gli altri “il pubblico” di uno spettacolo… e non piuttosto una comunità che teneva viva una speranza, una memoria vivente! E dire che mancava ancora qualche decennio al Concilio Vaticano II!

Ora se chi partecipa alla celebrazione dell’eucaristia venga considerato come “pubblico”, potrà dirlo forse un’ordinanza regionale, ma non lo può dire una chiesa di sé stessa, non lo può dire una comunità che celebra la memoria del suo Signore con la presidenza del prete o del vescovo. Ridurre la celebrazione di una memoria così preziosa a spettacolo dove un presunto attore (il prete) recita la parte principale e un pubblico (il popolo di Dio) vi assiste più o meno attivamente, riflette una visione di chiesa che mi rattrista. Non vorrei sembrare blasfemo ma non credo che la sera del giovedì santo i Dodici fossero il “pubblico” dello spettacolo di Gesù.

Il secondo aspetto che mi ha fatto riflettere è che data l’impossibilità di accedere a quella sacramentale si suggerisce il rimedio della “comunione spirituale”. A mio modesto parere trovo un poco infelice questo approccio. Non sarebbe meglio anzitutto, come la tradizione ambrosiana ci insegna, parlare di digiuno eucaristico? Ancora oggi nel rito ambrosiano i venerdì di quaresima vengono detti con un termine specifico “aneucaristici”, ovvero senza eucaristia. Cosa che anche se fosse estesa agli altri giorni feriali non sarebbe una novità in assoluto, infatti fino al IV e V secolo i giorni quaresimali, tranne la domenica, non prevedevano la celebrazione dell’eucaristia.

Infine dobbiamo fare i conti anche con chi nella chiesa ci viene a dire che il Covid-19 viene dalla Cina perché è atea, che l’epidemia ci inonda perché siamo peccatori e Dio allora ci castiga… che è un bel modo per annunciare una religione della paura, dell’angoscia, non certamente il messaggio evangelico. Ora abbiamo attraversato la pandemia dell’Aids, c’è stata poi tutta una sequela di mucche pazze, pesti suine, tsunami, attentati terroristici e Sars a guastare i nostri giorni di figli prediletti della storia umana e c’è sempre stato chi vi ha visto la punizione di un Dio castigamatti che, guarda caso, ricade sempre sugli altri e non aiuta ad avere chiara la nostra vulnerabilità personale e ad avere atteggiamenti di fratellanza responsabile.

Ora, l’epidemia da Covid-19 pare si protrarrà e non poco nel tempo e dunque il digiuno eucaristico potrebbe andare per le lunghe. Perché allora non condividere un nutrimento sostanzioso almeno quanto l’Eucaristia e cogliere l’occasione per attuare quanto auspicato dal Vaticano II nella Dei VerbumLa Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo (DV 21). È un tempo di forzato digiuno eucaristico, facciamolo diventare l’occasione per condividere qualche briciola in più della Parola di Dio.

p. Giuseppe Bettoni

Presidente Arché

Articolo pubblicato a pagina 6 dell’edizione del 28 febbraio di Repubblica Milano.