Per l’Archébaleno #63 abbiamo deciso di ascoltare la voce dei nostri fantastici volontari.

Abbiamo tratto spunto da un lavoro di gruppo che hanno svolto nel corso dei mesi, nel quale ci hanno raccontato i loro vissuti, le loro riflessioni e le emozioni che hanno provato nel corso dell’ultimo anno.

Cosa hanno provato durante il lockdown e la pandemia?

Come hanno passato il periodo di quarantena?

C’è stata un’immagine, un video, una canzone, un frame che racconta (secondo loro) tutto quello che abbiamo vissuto?

I loro spunti sono stati tanti e così interessanti che l’idea di inserirli all’interno della nostra rivista ci è sembrato un gesto del tutto naturale.

E ora, quei contenuti, li riportiamo qui.

Integralmente.

Divisi soltanto in ordine cronologico a seconda di quando è stato svolto il lavoro di gruppo.

Sia quelli usciti all’interno dell’Archébaleno #63, sia quelli “inediti” che non erano ancora stati pubblicati.

Buona lettura! (Cliccando sul nome della volontaria o del volontario, arriverete direttamente al suo contributo).

Alexia

Durante questo periodo di grande cambio, incertezza e riadattamento, c’è una cosa che non mi ha mai abbandonato.

La scrittura.

La penna sul foglio che segue i miei pensieri meglio di come provi a seguirli io con la logica, la ragione, quell’entità che prova a dare un senso alle persone che abbiamo perso in questo anno di emergenza sanitaria.

Poi un altro pensiero è giunto alla mente, uno di quelli che non mi visitava da un po’; il pensiero è quello di non pensare più tanto a me stessa ma agli altri. L’altruismo ed il volontariato sono caratteristiche che secondo me appartengono a tutti noi, in maniera diversa ma che tutti siamo in grado di comprendere e sentire.

Poi c’è la vita che si mette di mezzo, quella che ci impegniamo a vivere in maniera matta e disperatissima molte volte perdendoci di vista, perdendoci anche a noi stessi di vista.

Ecco se c’è una cosa a cui sono grata per questo anno che è stato il 2020 in cui sono stata male come mai prima d’ora, in cui sono stata bene come mai prima d’ora, sono lieta di essermi fermata anche solo un attimo e di essermi riaccostata al volontariato.

Spero che sarà possibile dare un aiuto concreto presto, perché mi rendo conto che essendo entrata in questo momento non ho avuto ancora la possibilità di aiutare effettivamente nessuno, ma intanto faccio questo, butto giù i miei pensieri e provo a renderli comprensibili a chi li leggerà e forse maturerà un pensiero riguardo a questo che ho scritto o forse no.

Forse resterà una pagina con due cose scritte sopra, come restiamo noi quando non ascoltiamo e non diamo opportunità a tutte le cose che potremo essere.

In questo momento storico che ha avuto inizio per me il 17 marzo mi sono innamorata, disinnamorata, ho lavorato usando la mia voce, mi sono emozionata, ho pianto tanto, ho preso il mio primo gatto, ho passato del tempo con me stessa, mi sono riconosciuta, ho nuotato in due mari diversi, ho visto tramonti e rocce che non dimenticherò e tutto ciò per dire che è stato un anno bello, bellissimo.

Chantal

Mi sento di salvare tante cose di quest’anno irreale, forse sono un po’ controcorrente, ma per me è così. Sebbene sia impossibile non pensare all’impatto che il virus ha avuto sulla vita di ognuno di ognuno di noi, alle enormi sofferenze che ha provocato e che ancora infliggerà in futuro, vorrei portare con me alcune cose ritrovate e molto apprezzate.

In primis il tempo, che passo ad inseguire incessantemente da una vita, come tutti del resto, un tempo improvvisamente moltiplicato, fino ad oggi così prezioso e raro.

Salverei i pomeriggi passati a giocare a Trivial e a Monopoli, le ore trascorse sulla terrazza condominiale con i figli ad improvvisare lezioni di ginnastica, il pane e le tagliatelle fatte in casa, gli aperitivi su zoom, le serie di Netflix, il mio orto che tante verdure e tante ore di sole mi ha regalato, i numerosi chilometri di macchina risparmiati, i silenzi della piazza sotto casa generalmente così trafficata e chiassosa, le passeggiate in solitaria nei boschi, i caffe all’alba con la gatta intorno, a lavorare, ma al sicuro tra le mura di casa mia.

Rivisondoli con le sue montagne, con gli acquazzoni improvvisi ad alta quota e i suoi tramonti dorati, gli amici, i figli e gli amici dei figli che tanta allegria e spensieratezza ci hanno regalato.

Mio marito, i miei genitori, mio fratello e i miei adorabili nipotini, le mie insostituibili amiche alcune simili ed altre diverse con cui ci amiamo e rispettiamo, la mia meravigliosa miciona schiva e solitaria che in questo periodo più che mai ha sopportato le coccole, gli abbracci e il nostro bisogno di affetto, perché gli amici, quelli veri, hanno gambe ma hanno anche code.

La vicina di casa, prima sconosciuta, oggi valore aggiunto della nostra quotidianità.

I miei figli, di cui vado orgogliosa, che hanno condiviso tutto, con me e contro di me, nelle lunghe giornate scadenzate dalla didattica a distanza e dall’attesissimo ed insensato esame di maturità.

Insomma, un 2020 che non scorderò e non scorderemo mai, che mi vede ancora qui con chi amo e che quindi mi fa sentire fortunata e molto privilegiata.

Buon anno a tutti, d’amore

Raffaella

Lo scorso lunedì, tra i vari argomenti, abbiamo parlato del fatto che questa situazione non ci ha reso né migliori, né peggiori.

Ha mostrato semplicemente quello che siamo. Ho voluto approfondire un po’ il discorso, cercando anche qualcosa che potesse in qualche modo “parlarne”.

Fin dai primi giorni della pandemia si è detto che ne saremo usciti migliori. Forse si pensava ad una sorta di insegnamento che tutti avremmo avuto dalla situazione di emergenza appena iniziata e che avrebbe indubbiamente cambiato le nostre vite.

Avremmo capito che per essere felici sarebbero bastate le cose più semplici e che sarebbe stato necessario guardare al bene comune.

Con il passare del tempo abbiamo visto che probabilmente non ne saremo usciti migliori.

Leggendo notizie e ascoltando interviste, c’è addirittura chi ha detto che, non solo non ne saremo usciti migliori, ma che forse saremo addirittura risultati peggiori.

Questa pandemia sembrerebbe aver tirato fuori il peggio delle persone e non il meglio.

Dove sta la verità?

Ne usciremo migliori o peggiori?

In realtà entrambe le teorie non rappresentano la realtà dei fatti.

Quello che questa pandemia ha tirato fuori è esattamente ciò che siamo.

Ha semplicemente mostrato quello che era già dentro di noi. La situazione d’emergenza ha messo a nudo ciò che prima non sempre si vedeva o, quantomeno, non del tutto. Ha tirato fuori sia il meglio che il peggio. In un certo senso la situazione di emergenza è stata come una sorta di specchio che ha mostrato esattamente noi stessi.

Ecco perché ho scelto questo dipinto: si tratta di “Narciso” di Caravaggio.

una pandemia di parole libri e quadri

Ho dato all’opera una chiave di lettura diversa rispetto all’originale: l’acqua rispecchia quello che siamo.

Inizialmente avevo pensato di cercare un’immagine che raffigurasse Dorian Grey di fronte al suo ritratto.

Questo perché, nell’opera di Oscar Wilde, il protagonista riceve un ritratto che lentamente cambia in base al suo comportamento. Il ritratto diventa una sorta di specchio dell’anima.

Naturalmente l’opera prende una piega particolare e negativa che ovviamente si discosta dal nostro discorso, ma in qualche modo una certa attinenza con l’argomento mi sembra di poterla trovare.

Alla fine ho preferito scegliere un’altra immagine, ma ho pensato che poteva essere interessante comunque inserire anche quest’opera nel discorso, proprio per quell’idea di ritratto come specchio dell’anima (niente di migliore o di peggiore, ma esattamente uno specchio).

Alessandra

Somewhere over the rainbow. 

L’ho cantata tante volte con il naso fuori dalla finestra e una tazza di the nero fumante. 

I leggins al posto del tailleur. 

Il silenzio faceva così rumore da esser quasi assordante

Ho studiato come i raggi del sole entrassero nella mia cucina oltre le finestre. L’angolatura che ad ogni settimana cambiava. E terminava l’inverno. Ed iniziava la primavera. La vista era sempre la stessa. Il parcheggio, l’auto del vicino ferma da giorni. La signora Rosi che fumava sul balcone nascondendosi dal marito. I bambini che soffiavano bolle di sapone. Le mail, le call. Le video. I ritardi, la radio, il TG. 

Le stesse notizie. Morti, infetti, nessun traffico sulle strade. La natura che si riprende i suoi spazi. I pesci nel canalgrande. 

Le canzoni sui balconi. I pasti condivisi. Il profumo del pane. E le tragedie consumate nelle case. Ancora silenzi, assordanti. Ed i morti in fila tutti uguali. Senza un saluto. Le sirene ed ancora i TG, la radio, i giornali, i lavori persi, le file alle mense dei poveri. 

La speranza di uscirne migliori

La palestra in casa. Mi alleno, ne approfitto. 

Senza mascherina, dentro. Con la mascherina fuori.  

Con gli inglesismi, mai così distanti mai così vicini. 

INPS, ristori, sostegni, ed ancora virologi, battibecchi tra politicanti. 

Parole, parole, parole. 

Poi l’estate

La voglia di spolverare la bicicletta. Oh, no. Non posso rimandare ancora. Devo imparare. Devo farlo prima che sia tardi. Prima che il virus mi porti via e io non abbia mai scoperto cosa voglia dire saper pedalare. E il lago, con le sue onde che un po’ mi ricordavano casa. Così lontana la mia famiglia da voler correre da loro al primo liberi tutti. 

Il vento del sud ha trasportato me insieme alla sabbia. Mi ha portato dagli amici, a voler risolvere le questioni in sospeso. A superare le mie paure, a sfidare i miei limiti. A macinare km.  

There’s such a lot of world 

To see 

E si, sarà stata la mia mente libera, la certezza di voler usare ogni minuto del mio tempo la vita mi riservasse. E di fare l’amore “ognuno come gli va”. 

E fu ottobre. 

E fu silenzio. Ricordi in moviola di serate estive. 

E furono sirene, TG, giornali, viroligi, politici. 

Furono gli ultimi. I poveri, i vecchi, i bambini.  

Furono speranze che ce la potesse fare perché infondo stava bene.  

Furono lacrime.  

Fu la dad, fu l’emarginazione. Fu il lavoro. 

Fu un insieme di tutto insieme ancora una volta.  

Senza ordine, senza visione. 

E fu caos. 

Furono Vaccini. Furono paesi più veloci e meno veloci. Fu il tema di chi venisse prima. Di chi soffrisse di più. 

Fu etica. Fu ragione e fu torto. 

Fu confusione 

E venne l’inverno. 

La neve alta. Come mai negli ultimi anni. E i colori. Ed i voli scontati per la prossima estate. E le mani contro le sbarre ad implorare vi prego ascoltateci . 

Tutti dalla parte del torto. Tutti dalla parte della ragione. 

Dipende, da che punto guardi il mondo tutto dipende – diceva un tale. 

Perché il virus non uccide solo gli infetti. 

Il virus uccide tutto quello che incontra. 

Somewhere over the rainbow 

Someday I’ll wish upon a star 

Wake up where the clouds are far behind me. 

Angela

È passato un anno da quando tutto è cominciato e la pandemia è ancora qui.

Questo anno della mia vita che non assomiglia a nessun altro mi ha fatto conoscere cose mai sperimentate o capite prima. Il mio senso di frustrazione e di impotenza, la percezione del disagio delle persone intorno a me, la paura di mia madre anziana, la preoccupazione degli amici che lavoravano in settori duramente colpiti, l’isolamento.  

Tutte le mie attività sono cessate di colpo, prima fra tutte l’insegnamento a stranieri e migranti.

Già, i miei studenti… ma come stavano loro?

Nelle loro situazioni a volte precarie, con lavori instabili, alloggi temporanei… cosa stava succedendo a loro?

L’incontro a scuola era ormai impossibile e così io e altri insegnanti volontari come me abbiamo cominciato a riflettere e poi a organizzarci.

Il più esperto del gruppo in informatica ha aiutato con generosità e pazienza chi, come me, non aveva alcuna familiarità con le piattaforme online.

Un passo alla volta ci siamo attrezzati e abbiamo imparato a muoverci su zoom. Abbiamo ripreso i contatti con gli studenti. Abbiamo insegnato loro come collegarsi. La scuola è ripartita. Non più nella classe con i banchi, la lavagna, i libri e i quaderni. Ognuno a casa sua.

Qualcuno si collegava da casa, qualcuno dal centro di accoglienza, qualcuno mentre era in strada… Il contatto era ristabilito.

Non più riuniti in un luogo neutrale e condiviso.

Improvvisamente ci siamo visti nelle nostre situazioni di intimità, nelle cucine, nelle stanze in cui si affacciavano bambini, coniugi, compagni, tanti piccoli mondi diversi nello spazio di uno schermo.

Faticosamente abbiamo ripreso la nostra consuetudine. L’isolamento di ciascuno era rispecchiato, ma anche alleviato, da quello degli altri. Il disagio è stato condiviso e raccontato.

Come in un’immagine metaforica della situazione che stavamo vivendo, un piccolo schermo dal perimetro preciso e i confini limitati ha fatto spazio a tanti mondi, ha moltiplicato le relazioni.

L’avventura è tuttora in corso. Agli studenti di allora se ne sono aggiunti tanti altri. Si procede con fatica, talvolta tra imprevisti tecnici, ma con impegno e passione.

Questo modo nuovo di relazionarsi è ciò che porterò sempre con me di questa pandemia. Ancora non è finita, ma penso che noi insegnanti e i nostri studenti, e con noi tutti gli insegnanti e studenti che nel mondo non si sono arresi, abbiamo acceso una lucina nel buio che ci circondava.

Cristina

Fabio

“Co questa pandemia tutti a comprasse il termometro, le mascherine non si trovavano, chi se le faceva a casa, chi tirava fuori la singer, tipo guerra…il mercato nero, la borsa nera.

A un certo punto il saturimetro… ragazze il saturimetro.. voi sicuramente l’avete usato il saturimetro no?

Perfetto, tu lo devi fare insieme a n’altra persona, tu te metti questa cosa e inizi a vedè; quello che ti sta vicino quando ti si avvicina ai 90 vabbè… se non va più su dei 90 quello te incomincia allontanasse.

Dicevano i professori, che poi so tutti esperti, che se tu stai da 80 a 85 sei da ricovero (fa segno della croce con le dita), sopra annavi bene. Allora te misuravi sta cosa, vicino c’avevi ‘n amico, ‘na  cugina, tu moglie, te guardava.. vabbè 90, 91 va bene.. poi an certo punto cominciava a scende no, allora vedi la persona che te sta vicino che s’allontana come perdì ‘mo m’attacchi quarche cosa’. Hai capito che è er saturimetro? Quindi ragazzi, guarda, lasciamo sta’ …

Poi parlamo del lievito; annavi a pija er lievito, glielo chiedevi piano a quello che te lo vendeva come perdì “che c’hai la droga?!”. Allora quello te guardava, si guardava intorno, faceva così (cenno con la testa per indicare la direzione)… ma come stamo, hai capito?

Questo però che ti fa capire che basta poco per perdere la normalità.

Noi siamo stati abituati ad avere tutto, perlomeno noi, i nostri figli.

Accendevi il riscaldamento e c’era il riscaldamento, accendevi la luce e c’era la luce, apri il frigorifero e c’era di tutto. Poi a ‘n certo momento ti dicono no, quesso non è arrivato, la carne nun c’è, la verdura ne arriva meno e allora cominci a pensà ma: stiamo meglio adesso o stavamo meglio prima?

Prima noi ce lamentavamo, no?! C’avevamo tutto però non c’avevamo niente e quindi, vabbè lassamo sta.”

Raffaella

Si tratta della “Lettera di Valerie” (dal film “V per Vendetta”).

In effetti non posso dire che, guardando questo video, si possano fare collegamenti immediati con la pandemia: apparentemente non sembra avere particolare affinità.

Tuttavia ho fatto questa scelta perché parla di diversità e di amore: diversità intesa come qualcosa che non viene accettato dagli altri e amore incondizionato.

Ho scelto questi argomenti perché molto spesso ancora oggi e persino durante questa pandemia tante persone continuano a puntare il dito verso chi non fa parte del gruppo, come se, a conti fatti, non fossimo tutti uguali e con gli stessi diritti. Invece di pensare al bene comune, alcuni preferiscono seguire la strada dell’indifferenza e chiudersi nel proprio mondo, arrivando talvolta ad odiare il prossimo, solo perché ragiona in modo diverso o semplicemente perché non fa parte del “gruppo”.

La lettera di Valerie termina con una sorta di dichiarazione d’amore verso il vicino di cella, quello che a conti fatti è uno sconosciuto. Lo ama anche se non lo conosce, semplicemente perché è un essere umano.

Forse l’amore incondizionato verso il prossimo non risolverebbe tutto, ma sicuramente farebbe molto più di quanto si possa pensare.

Chi può sarebbe sempre portato ad aiutare chi non può (in termini economici e non solo).

Ci sarebbe molto altro da dire, ma mi fermo qui.

Spero che questa riflessione possa essere utile in qualche modo.

Silvia

una pandemia di parole libri quadri

Questo esperimento vuole essere passato a mamme e bambini, volontari, educatori, padre Giuseppe, che vogliono riempirlo con i loro ricordi di questo tempo che ci è capitato, e poi fotografarlo; non esisterà un bello/ brutto vuoto/pieno, disegni o foto ci aiuteranno, a realizzare un insieme di racconti che ci legherà sul tema.

Enrica

“Un tempo sospeso

Il cuore a ciò che era,

la mente a ciò che è,

il sogno a ciò che sarà.

La vita si è fermata all’improvviso,

inspiegabile e traditrice.

Il mondo è in silenzio, attonito e sbalordito.

Paura, rabbia, smarrimento, incertezza.

Il cuore a ciò che era,

la mente a ciò che è,

il sogno a ciò che sarà.

Sì, perché la vita tornerà,

bella e ricca come l’hai conosciuta.

Mantieni la mente nell’oggi e un sogno per

il domani.

Le giornate in solitudine,

la musica come unica compagna.

Antichi sound, archi struggenti,

il pianoforte che tocca l’anima.

Dove sono i sorrisi?

Dove sono gli abbracci?

Dove sono i progetti?

Dov’è la pienezza?

Il cuore a ciò che era,

la mente a ciò che è,

il sogno a ciò che sarà…

…la fiducia nella vita che verrà.”