In occasione dell’Arché Live, un volontario dei primi tempi ha scritto in una lettera cosa ha rappresentato Arché nella sua vita.

Era l’estate del ’96. Avevo appena compiuto 18 anni. Neffa cantava “Aspettando il sole” e l’8 giugno mi ero innamorato. O forse così pensavo. Era la prima volta e pensavo fosse il sublime. Invece era una semplice cotta e perlopiù nemmeno corrisposta. E non è stata l’ultima volta… ma poi ci ho fatto l’abitudine.

Di lì a poco sarei partito per il campeggio estivo dì Arché. Era la prima volta anche per quello e non sapevo cosa aspettarmi. Sapevo che avrei incrociato tante facce note. Alcuni amici. Nuovi amici. Le mamme di altri amici e tanti bimbi. Tantissimi bimbi.

Il mio “battesimo” con Arché sarebbe stato una settimana in montagna. Facevamo le ore piccole per preparare i giochi per il giorno dopo, le gite, la piscina. Per dare un sorriso. A volte asciugare qualche lacrima. Eravamo felici. I bimbi erano i più felici.

Questo è il mio ricordo di quell’estate. La mia Arché. Quell’estate che ha accompagnato quella cotta mai corrisposta.

Poi è arrivato l’autunno. La scuola. L’anno della maturità e la stessa cotta sempre meno corrisposta. Insieme a tutto questo è arrivata anche la possibilità di prendermi cura di Manuel. Ogni venerdì. Pensavo sarei dovuto essere come un baby sitter. Eppure mi piace pensare che potevo essere suo fratello maggiore.  E così per due anni. Ogni venerdì. Insieme al parco. In piscina. A fare i compiti.

Poi sono iniziate le riunioni tra i volontari e Alessandro Albizzati, il medico che ci affiancava. Quando Alex entrava nella stanza calava il silenzio. Ci ha insegnato a pensare. Ad essere critici. A vedere le cose da un altro punto di vista. Gli sono grato, e sempre lo sarò.

Questa è la mia Arché. I campeggi. Manuel. I sabati pomeriggio all’oratorio femminile e il centro studi.

Arché mi ha formato, mi ha aiutato a pensare, ad avere un’opinione. Un modello sociale.

Era l’estate del 96 e probabilmente stavo cercando la mia identità. Forse stavo cercando di capire chi sarei voluto diventare. Cosa fare della mia vita. Cosa fare con la mia vita. O più semplicemente… in che facoltà iscrivermi.

Siamo stati in molti a “passare” per Arché. Alcuni eravamo cresciuti in zona Cagliero. Altri venivano da tutta Milano. E io ci sono arrivato come tutti gli altri, senza sapere cosa mi sarebbe accaduto.

Non avrei mai pensato che Arché sarebbe diventata una Scuola. Un laboratorio di educazione morale. Il laboratorio nel quale poter formare chi sono oggi.

Arché è un’ambizione. Quella di rispondere ad una necessità urgente. Quella di dare una risposta concreta ad un disagio al quale le amministrazioni non riuscivano a rispondere. Assistere dei bambini. Dare loro un sorriso. E poi -magicamente- ricevere da loro il mondo in regalo.

Custodisco una frase di Giuseppe, poco prima di lasciare il campeggio estivo del ’96, dove tutto per me cominciò, poco prima di tornare a Milano:

“Abbiamo vissuto molte emozioni. Abbiamo sorriso. Abbiamo pianto. Abbiamo il cuore gonfio e le parole fanno fatica a trovare un filo logico, e i congiuntivi vanno per la loro strada. E allora proviamo a restare in silenzio e tenere queste emozioni per noi e solo per noi. Proviamo a farne tesoro, lasciando che ci accompagnino. In silenzio. Lasciamo che ci indichino il cammino. Lasciamo che ci dicano chi siamo e come fare le cose”.

Arché per me è questo.