Questo articolo fa parte delle azioni di comunicazione del progetto L’Atlante dei Talenti. Il progetto, promosso da Fondazione Arché a Quarto Oggiaro, Milano, in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini e le ACLI Milanesi, si rivolge ai giovani tra gli 11 e i 19 anni residenti nel quartiere e li coinvolge in laboratori educativi, di orientamento, di scoperta del mondo del lavoro, alla ricerca della strada migliore per mettere a frutto i propri talenti. Uno dei problemi presenti nel contesto di realizzazione del progetto è quello della dispersione scolastica, a cui dedichiamo questo approfondimento.

La dispersione scolastica è un fenomeno che non fa notizia, almeno non quanto le ondate di caldo o le code in autostrada. Non ci sono spargimenti di sangue, nessun allarme nel quartiere: solo un branco di ragazzi con poca voglia di studiare. A seconda dei punti di vista si sente parlare di giovani vittime della crisi, che preferiscono rimboccarsi le maniche e andare a lavorare; oppure di fannulloni che perdono le giornate al bar a spese dei genitori.

La dispersione scolastica, invece, dice molto di più e come pochi altri fenomeni può aiutare a capire quanto è equa una società. E per chi ha a cuore valori come l’uguaglianza sostanziale non ci sono buone notizie: i giovani lasciano la scuola, o la frequentano in modo irregolare, anche per motivi socio-economici. Povertà della famiglia o del territorio di origine, differenze culturali o di genere, incertezza delle prospettive occupazionali, scarsa efficacia dell’istruzione ricevuta in passato sono solo alcuni esempi. Purtroppo la situazione non è destinata a risolversi con il finire dell’età scolare: la mancanza di un titolo di studio condannerà i giovani che hanno abbandonato la scuola ad avere meno opportunità, perpetuando le disuguaglianze che hanno generato il fenomeno.

A dirla tutta anche chi se ne frega dell’uguaglianza dovrebbe preoccuparsi, perché i giovani che lasciano la scuola non spariranno dalla faccia della terra, ma dovranno cercare di farsi una vita come tutti. E qui iniziano altri problemi, più grandi. La dispersione scolastica, infatti, comporta un costo per lo Stato (e tutti i suoi contribuenti) in termini di misure di protezione sociale e criminalità, oltre che di una minore ricchezza nazionale. Ecco perché le disuguaglianze sono affare di tutti e non solo di chi le subisce direttamente.

A fare luce su alcune di queste disuguaglianze ci sono i dati diffusi dal MIUR, secondo cui a lasciare la scuola media e superiore sono soprattutto i maschi, gli alunni stranieri, i residenti nel Mezzogiorno e coloro che sono in ritardo scolastico.

Altri dati, provenienti da Eurostat, dicono che nel 2018 il 14,5% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenza media. È un dato serio, considerata la media europea del 10,6% e il fatto che l’Italia si trova agli ultimi posti della classifica. Anche in questo caso le differenze sono legate al territorio, all’ambiente sociale di origine, al genere e alla cittadinanza.

Il quadro tuttavia non è del tutto negativo e l’Italia sta facendo grandi passi in avanti in molti settori. I miglioramenti, però, sono lenti rispetto agli altri paesi occidentali e tradiscono una mancanza di volontà politica e di lungimiranza negli investimenti sull’istruzione.

Questo articolo fa parte delle azioni di comunicazione del progetto L’Atlante dei Talenti. Il progetto, promosso da Fondazione Arché a Quarto Oggiaro, Milano, in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini e le ACLI Milanesi, si rivolge ai giovani tra gli 11 e i 19 anni residenti nel quartiere e li coinvolge in laboratori educativi, di orientamento, di scoperta del mondo del lavoro, alla ricerca della strada migliore per mettere a frutto i propri talenti. Uno dei problemi presenti nel contesto di realizzazione del progetto è quello della dispersione scolastica, a cui dedichiamo questo approfondimento.

La dispersione scolastica è un fenomeno che non fa notizia, almeno non quanto le ondate di caldo o le code in autostrada. Non ci sono spargimenti di sangue, nessun allarme nel quartiere: solo un branco di ragazzi con poca voglia di studiare. A seconda dei punti di vista si sente parlare di giovani vittime della crisi, che preferiscono rimboccarsi le maniche e andare a lavorare; oppure di fannulloni che perdono le giornate al bar a spese dei genitori.

La dispersione scolastica, invece, dice molto di più e come pochi altri fenomeni può aiutare a capire quanto è equa una società. E per chi ha a cuore valori come l’uguaglianza sostanziale non ci sono buone notizie: i giovani lasciano la scuola, o la frequentano in modo irregolare, anche per motivi socio-economici. Povertà della famiglia o del territorio di origine, differenze culturali o di genere, incertezza delle prospettive occupazionali, scarsa efficacia dell’istruzione ricevuta in passato sono solo alcuni esempi. Purtroppo la situazione non è destinata a risolversi con il finire dell’età scolare: la mancanza di un titolo di studio condannerà i giovani che hanno abbandonato la scuola ad avere meno opportunità, perpetuando le disuguaglianze che hanno generato il fenomeno.

A dirla tutta anche chi se ne frega dell’uguaglianza dovrebbe preoccuparsi, perché i giovani che lasciano la scuola non spariranno dalla faccia della terra, ma dovranno cercare di farsi una vita come tutti. E qui iniziano altri problemi, più grandi. La dispersione scolastica, infatti, comporta un costo per lo Stato (e tutti i suoi contribuenti) in termini di misure di protezione sociale e criminalità, oltre che di una minore ricchezza nazionale. Ecco perché le disuguaglianze sono affare di tutti e non solo di chi le subisce direttamente.

A fare luce su alcune di queste disuguaglianze ci sono i dati diffusi dal MIUR, secondo cui a lasciare la scuola media e superiore sono soprattutto i maschi, gli alunni stranieri, i residenti nel Mezzogiorno e coloro che sono in ritardo scolastico.

Altri dati, provenienti da Eurostat, dicono che nel 2018 il 14,5% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenza media. È un dato serio, considerata la media europea del 10,6% e il fatto che l’Italia si trova agli ultimi posti della classifica. Anche in questo caso le differenze sono legate al territorio, all’ambiente sociale di origine, al genere e alla cittadinanza.

Il quadro tuttavia non è del tutto negativo e l’Italia sta facendo grandi passi in avanti in molti settori. I miglioramenti, però, sono lenti rispetto agli altri paesi occidentali e tradiscono una mancanza di volontà politica e di lungimiranza negli investimenti sull’istruzione.

Cos’è la dispersione scolastica

Prima di addentrarci nei numeri, definiamo il fenomeno. In generale, possiamo riferirci alla dispersione scolastica come alla mancata, incompleta o irregolare fruizione dei servizi dell’istruzione da parte dei giovani in età scolare. Tuttavia si tratta di un fenomeno complesso e sfaccettato, con cause ed effetti anche lontani nel tempo e difficilmente misurabili nella loro interezza: la dispersione può avvenire a diversi stadi del percorso scolastico e può consistere nell’abbandono, nell’uscita precoce dal sistema formativo, nell’assenteismo, nella frequenza passiva o nell’accumulo di lacune che possono inficiare le prospettive di crescita culturale e professionale.

Vediamo ora com’è messa l’Italia in quanto a dispersione scolastica nelle sue diverse manifestazioni, basandoci sui dati italiani e internazionali a disposizione.

La dispersione scolastica in Italia: i dati

Secondo l’ultimo rapporto del MIUR sulla dispersione scolastica, riferito ai giovani che lasciano la scuola media e la scuola superiore, nell’anno scolastico 2016-2017 e nel passaggio al successivo hanno abbandonato la scuola media 19.960 alunni, pari all’1,17% del totale nazionale. Numeri più consistenti riguardano la scuola superiore, dove gli abbandoni sono stati in totale 99.272, pari al 3,81%.

In pratica 120 mila studenti hanno abbandonato la scuola italiana in un solo anno scolastico. Un dato preoccupante, destinato ad accumularsi a quelli dei periodi precedenti.

La dispersione scolastica in Italia, sia nella scuola media che nella superiore, riguarda principalmente i maschi. La prevalenza maschile nella dispersione scolastica in Italia è una costante anche incrociando i dati con l’anno di frequenza e con l’area geografica di appartenenza, con differenze più marcate nelle regioni del sud e nelle isole.

Rispetto agli alunni delle superiori, si legge nel rapporto, “Tale dato è certamente legato alla diffusione del lavoro minorile nel nostro paese, che in particolare nella fascia di età 14-15 anni, interessa maggiormente i ragazzi maschi delle regioni meridionali.”

Infatti la dispersione scolastica è più consistente nel Mezzogiorno, dove per la scuola media la Sicilia è la regione con il tasso di dispersione scolastica più alto d’Italia (1,2%). Per la scuola superiore il quadro è molto simile, ma con numeri proporzionalmente più alti: qui i tassi di abbandono sono superiori al 5% in Sardegna e tra il 4 e il 5% in Sicilia e Campania.

La dispersione scolastica in Italia riguarda di più gli stranieri, che abbandonano la scuola, sia media sia superiore, tre volte di più degli italiani. Notevole la differenza tra alunni stranieri nati in Italia e nati all’estero: questi ultimi si trovano in maggiore difficoltà, con un’incidenza del 4,1% sul totale contro l’1,8% dei nati in Italia. Quasi sempre gli alunni di seconda generazione parlano perfettamente l’italiano, nascono immersi nella cultura nazionale (oltre che in quella familiare di provenienza) e hanno meno difficoltà nell’adattarsi al sistema scolastico.

Un ultimo elemento importante nell’analisi della dispersione scolastica è l’età degli alunni. Dai dati emerge infatti che il ritardo scolastico, per bocciature o altre cause, può essere un fattore che precede l’abbandono.

Per la scuola superiore, infine, il fenomeno si differenzia tra i vari percorsi di studio. Il tasso di dispersione scolastica più contenuto si registra nei licei (1,8%), seguiti dagli istituti tecnici (4,3%) e dagli istituti professionali (7,7%). La percentuale di abbandono più elevata riguarda i percorsi regionali IeFP (corsi di Istruzione e Formazione Professionale di competenza regionale), con un abbandono complessivo del 9,9%.

Il momento più critico per gli studenti sembra essere la transizione tra le medie e le superiori. Nel delicato passaggio tra i due cicli scolastici sono 8.130 gli alunni che hanno abbandonato la scuola, pari all’1,45% di coloro che hanno frequentato il terzo anno della media.

L’abbandono scolastico precoce

Un indicatore utile a dare la misura della dispersione scolastica, riconosciuto a livello internazionale, è l’abbandono scolastico precoce. In particolare, l’indicatore ELET (Early leavers from education and training) consiste nella percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno completato al massimo la scuola media e che non sono coinvolti in percorsi formativi di livello superiore nelle 4 settimane precedenti l’indagine. In altre parole, giovani che nella migliore delle ipotesi hanno ottenuto la licenza media e che non frequentano – o hanno smesso di frequentare – le superiori.

Nel 2018 la quota di ELET italianiè del 14,5%. Dopo un decennio di calo costante il tasso di abbandono scolastico precoce è tornato a crescere negli ultimi due anni (era del 14% nel 2017 e del 13,8% nel 2016). Una possibile spiegazione viene ricondotta al forte aumento del fenomeno tra i giovani nati all’estero.

Dal punto di vista del genere, il tasso è più alto per i maschi, che sono il 16,5% a fronte del 12,3% della componente femminile.

Anche dal punto di vista geografico le differenze sono marcate: il tasso di abbandono scolastico precoce varia dal 19% del Mezzogiorno all’11% del Nord.

Abbandono scolastico precoce: il confronto internazionale

 

Tasso di abbandono scolastico precoce in alcuni paesi europei.

Nel confronto con gli altri paesi europei l’Italia è al quartultimo posto per numero di early school leavers, ben distante dal valore medio dell’Unione (10,6%). Risultati peggiori si registrano solo in Spagna (17,9%), a Malta (17,4%) e in Romania (16,4%). I paesi più virtuosi sono invece Croazia, Slovenia e Svizzera, seguite da Lituania, Grecia e Polonia, tutte al di sotto del 5%. Rispetto al 2017 si sono registrati progressi in Romania (-1,7%), Grecia e Lussemburgo, mentre la percentuale di abbandoni precoci è cresciuta in Danimarca (+1,4%) e in Svezia (+1,6%).

L’Unione Europea ha stabilito come obiettivo per il 2020 di ridurre al di sotto del 10% il numero di Early school leavers. 17 stati membri hanno già raggiunto il risultato, mentre Germania e Lettonia ci sono molto vicine. Tra gli 11 paesi che non hanno raggiunto l’obiettivo l’Italia è l’unico ad avere raggiunto il proprio traguardo nazionale, forse poco ambizioso, del 16%.

La dispersione implicita e la qualità dell’apprendimento degli studenti italiani

Ci sono anche alunni che a scuola ci vanno, ma non imparano. Oppure imparano male, poco, o in modo irregolare. Anche se questi giovani non fanno numero nelle principali statistiche sulla dispersione scolastica esplicita, possiamo in un certo senso includerli tra i dispersi. Anche quando riescono a ottenere un titolo di studio, infatti, questi giovani si trovano ad affrontare la vita adulta senza avere le competenze minime necessarie per esercitare la cittadinanza attiva, proseguire gli studi, o intraprendere un percorso professionale. Possiamo definire questo tipo di dispersione come implicita.

Si stima infatti che la dispersione scolastica totale, implicita ed esplicita, superi il 20% a livello nazionale e che il 14,4% degli allievi esca dalla terza media con livelli di competenze inadeguati in matematica, italiano e inglese.

A darci una misura della dispersione implicita ci sono i dati delle ultime prove INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione), che restituiscono un quadro simile a quello visto finora: le prestazioni degli studenti in italiano, matematica e inglese calano progressivamente da nord a sud, soprattutto dalla scuola secondaria in poi.

Sempre secondo le rilevazioni, inoltre, la scuola italiana è meno equa nelle aree più disagiate del paese, dove i risultati sono molto diversi tra scuola e scuola, o tra classe e classe. Ciò significa che gli alunni più deboli economicamente e culturalmente tendono a raggrupparsi in alcune scuole, creando un una sorta di “ghetto educativo” da cui discendono dinamiche a cascata: l’apprendimento degli alunni sarà influenzato dal livello generale dei compagni più che dalle caratteristiche personali, mentre gli insegnanti saranno portati a ricalibrare programmi e metodi sulla base delle contingenze, penalizzando così gli studenti di livello potenzialmente più alto.

Il territorio di appartenenza conta, quindi, ma conta anche l’ambiente sociale, economico e culturale di provenienza. In tutte le materie testate dall’INVALSI emerge che il punteggio cresce al crescere dello status sociale, con scarti maggiori tra i punteggi bassi e medio-bassi rispetto a quelli alti. Lo status influisce anche sulla scelta della scuola superiore: a parità di risultati scolastici, coloro che vengono da contesti più agiati sono più propensi a orientarsi verso i licei rispetto a coloro che vengono da famiglie modeste.

Anche la cittadinanza incide sui risultati scolastici, soprattutto a svantaggio degli stranieri nati all’estero. Nel dettaglio, in italiano e in matematica gli alunni d’origine straniera vanno meno bene degli italiani, ma il distacco è molto minore per gli stranieri di seconda generazione. Le difficoltà dei nati all’estero sono meno marcate in matematica, dove pesa di meno la padronanza della lingua, mentre in inglese gli stranieri ottengono risultati paragonabili a quelli degli italiani o anche migliori.

Molto interessante è anche l’influenza del genere sui risultati scolastici, unica differenza che non sembra essere solo frutto di fattori socio-culturali. Il gender gap, infatti, è comune a tutti i paesi OCSEnonostante le profonde differenze economiche, sociali e culturali. In particolare, nella comprensione della lettura le femmine hanno ovunque un punteggio superiore a quello dei maschi; in matematica invece sono i maschi ad ottenere un punteggio più alto, anche se in questo caso le eccezioni non mancano e la differenza di punteggio è in genere più piccola di quella che si osserva nella lettura.

Dispersione scolastica e NEET

La dispersione scolastica è direttamente collegata con il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training), ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non sono inseriti in un percorso di istruzione o di formazione.

Sarebbe intuitivo concludere che un basso livello di istruzione aumenti la possibilità di diventare NEET, e in generale è così. Eppure, nel 2018 la loro presenza è massima tra i diplomati (24,8%), mentre scende al 22,7% tra chi ha la licenza media e al 20,2% tra i laureati.

I giovani con medio e alto titolo di studio sono stati particolarmente penalizzati durante gli anni della crisi economica, tra il 2008 e il 2014. Nonostante negli ultimi anni vi sia stato un deciso calo di NEET tra i laureati (-6,2%) e una diminuzione significativa tra i diplomati (-3,5%), sono loro a registrare nel 2018 un’incidenza ancora marcatamente superiore a quella del 2008.

La dispersione scolastica e gli insegnanti italiani

La scuola è fatta di studenti, ma anche di insegnanti. Sono loro a tradurre in azioni didattiche quotidiane i programmi e gli indirizzi educativi; a loro spetta il compito difficile di catturare l’attenzione dei ragazzi, di suscitare il loro interesse verso la materia di cui sono esperti e di trasmetterne le conoscenze con competenza. Una classe docente soddisfatta del proprio lavoro, ben retribuita e riconosciuta a livello sociale, di certo potrebbe contribuire a combattere la dispersione scolastica. È questo il caso degli insegnanti italiani?

Secondo la relazione di monitoraggio dell’Unione Europea, nonostante siano state modificate più volte negli ultimi anni, le procedure di selezione e assunzione degli insegnanti “non sono riuscite a garantire un’offerta sicura di insegnanti qualificati.”

L’Italia ha il corpo docente più anziano dell’Unione Europea: nel 2017 il 58% degli insegnanti di scuola primaria e secondaria aveva più di 50 anni (rispetto al 37% dell’UE). Le limitate prospettive di carriera, unite a stipendi relativamente bassi rispetto a quelli di altre professioni altamente qualificate, rendono difficile attrarre i laureati più meritevoli.

Gli stipendi dei docenti italiani, infatti, sono inferiori alla media OCSE in tutte le fasi della carriera, che offre incrementi salariali fissi basati esclusivamente sull’anzianità. In assenza di incentivi legati ai risultati, la mobilità scolastica rimane l’unica possibilità di migliorare le condizioni di lavoro, privando così le scuole delle zone svantaggiate dei migliori insegnanti.

C’è però una buona notizia: secondo l’Indagine internazionale sull’insegnamento e sull’apprendimento dell’OCSE, la percentuale di insegnanti italiani soddisfatti del proprio lavoro è del 96%, tra le più alte dell’Unione Europea, anche se solo il 12% ritiene che l’insegnamento sia una professione valorizzata dalla società. Questa apparente contraddizione potrebbe essere spiegata dall’attrattiva in termini di possibilità di conciliare la vita privata e professionale.

Gli investimenti italiani in educazione e istruzione

Come abbiamo visto, la dispersione scolastica è collegata alle disuguaglianze, che ne sono al tempo stesso causa ed effetto. La scuola è forse l’unica istituzione in cui si può tentare di cambiare le cose, garantendo ad ogni allievo le stesse opportunità degli altri. Per farlo servono una visione d’insieme, lungimiranza e soldi pubblici. È indispensabile avere chiaro che quelle per la scuola non sono risorse sprecate, ma investite in un futuro virtuoso di maggiore equità e benessere, anche economico.

Gli investimenti dell’Italia in questo campo sono ridotti e distribuiti in modo disomogeneo. La spesa pubblica per l’istruzione, sia in percentuale del PIL (3,8%) che in percentuale della spesa pubblica totale (7,9%), è stata tra le più basse dell’UE nel 2017. Mentre la quota assegnata all’educazione della prima infanzia e all’istruzione primaria e secondaria è in linea con gli standard europei, la spesa per l’università è la più bassa dell’Unione, appena lo 0,3% del PIL nel 2017 (media UE 0,7%). D’altra parte, è da segnalare che la percentuale di spesa pubblica destinata alle retribuzioni dei dipendenti della scuola italiana è tra le più alte dell’Unione e copre il 77% del totale.

La dispersione scolastica a Milano e il progetto Atlante dei Talenti

Come abbiamo anticipato, questo articolo è stato realizzato all’interno del progetto Atlante dei Talenti, promosso da Fondazione Arché nel quartiere di Quarto Oggiaro a Milano. Per questa ragione, chiudiamo l’articolo con un approfondimento sulla realtà milanese e sul progetto stesso.

Secondo i dati elaborati dall’Osservatorio sulla dispersione scolastica del Comune di Milano, nell’anno scolastico 2015-2016 nelle 181 scuole superiori di Milano sono iscritti 69 mila alunni, di cui circa 10 mila stranieri, pari al 14,7%.

Per gli alunni del capoluogo lombardo il primo anno delle superiori è il più critico: i ragazzi più fragili, usciti dalle medie, si trovano ad affrontare un contesto generalmente più rigido, con un bagaglio di lacune che si aggiunge alla delicatezza di un momento di transizione, rendendo quasi impossibile l’apprendimento di nuove materie e nuove conoscenze. Dei quasi 17 mila iscritti alla prima superiore, infatti, sono ben il 14,4% a non iscriversi in seconda e il 5,3% in terza. Si tratta soprattutto di maschi, di stranieri e di iscritti alle scuole professionali.

Anche il numero dei ripetenti iscritti al primo anno è rilevante, pari al 12,7% del totale. Unito alle mancate reiscrizioni è un dato preoccupante, perché spesso la bocciatura è l’anticamera della dispersione scolastica: chi ripete l’anno non sempre riesce a colmare le lacune, ma di certo vive uno sradicamento, oltre che un duro colpo alla propria autostima, trovandosi inserito in un gruppo di ragazzi più piccoli e spesso più capaci nelle materie scolastiche.

Come per il contesto nazionale, anche a Milano il numero delle ripetenze è più alto per i maschi (15,2% contro 10,1% delle femmine) e per gli stranieri (20% contro 10,9% dei nativi italiani). Allo stesso modo i ripetenti sono più concentrati negli istituti professionali (25,6%) che negli istituti tecnici (16%) e nei licei (6,3%).

Secondo i dati INVALSI sui ragazzi di seconda superiore, anche a Milano troviamo una marcata disuguaglianza tra studenti autoctoni e stranieri: mentre la quota di studenti con basse performance in italiano o in matematica raggiunge il 30,3% per gli italiani, il valore si impenna per i loro compagni stranieri: 64% per i nati all’estero e 50,1% per le seconde generazioni.

Rispetto al tipo di scuola, la maggioranza dei low performer milanesi frequenta gli istituti professionali, dove il 77% degli studenti ottiene bassi risultati in almeno una delle due prove, a differenza di un 18,3% nei licei e di un 43,8% negli istituti tecnici.

Tra i quartieri di Milano quelli più critici per quantità di residenti tra i 15 e i 19 anni che hanno abbandonato la scuola prima della terza media sono Selinunte (4,3%), Villapizzone (4,2%) e Bovisa (4%), mentre i giovani tra i 15 e i 24 anni usciti dal sistema di istruzione prima del diploma si concentrano nei quartieri Comasina (23%), Quarto Oggiaro (22,9%) e Farini (22,2%). Sul versante opposto, la quota di questi ultimi si riduce fortemente a Pagano (3,2%), Vigentina (3,6%), Brera (4,2%) e Duomo (5,2%). Questi dati si intrecciano in modo interessante con quelli sulla presenza degli immigrati a Milano.

L’Atlante dei Talenti

In questo contesto si inserisce il progetto Atlante dei Talenti, ideato della Fondazione Arché in collaborazione con la Fondazione Giacomo Brodolini e le ACLI Milanesi. Il progetto si rivolge ai giovani tra gli 11 e i 19 anni che abitano nel quartiere di Quarto Oggiaro, a Milano, con lo scopo di incontrarli sul territorio e aiutarli a esprimere creativamente le loro inclinazioni attraverso laboratori educativi mirati, attività di orientamento, supporto nell’interfacciarsi al mondo del lavoro e dell’imprenditorialità.

Il quartiere si fa risorsa, dunque, anche per far fronte all’alto rischio di abbandono scolastico che spesso porta a situazioni di devianza, isolamento e disagio sociale. Per provare a dare a tutti, come si è detto, le stesse opportunità.

Immagini| @BimaRahmanda @KelliTungay @kyoazuma