Questo articolo fa parte delle azioni di comunicazione del progetto L’Atlante dei Talenti. Il progetto, promosso da Fondazione Arché a Quarto Oggiaro, Milano, in collaborazione con Fondazione Giacomo Brodolini e le ACLI Milanesi, si rivolge ai giovani tra gli 11 e i 19 anni residenti nel quartiere e li coinvolge in laboratori educativi, di orientamento, di scoperta del mondo del lavoro, alla ricerca della strada migliore per mettere a frutto i propri talenti. Uno dei problemi presenti nel contesto di realizzazione del progetto è quello della dispersione scolastica, a cui dedichiamo questo approfondimento.

La dispersione scolastica è un fenomeno che non fa notizia, almeno non quanto le ondate di caldo o le code in autostrada. Non ci sono spargimenti di sangue, nessun allarme nel quartiere: solo un branco di ragazzi con poca voglia di studiare. A seconda dei punti di vista si sente parlare di giovani vittime della crisi, che preferiscono rimboccarsi le maniche e andare a lavorare; oppure di fannulloni che perdono le giornate al bar a spese dei genitori.

La dispersione scolastica, invece, dice molto di più e come pochi altri fenomeni può aiutare a capire quanto è equa una società. E per chi ha a cuore valori come l’uguaglianza sostanziale non ci sono buone notizie: i giovani lasciano la scuola, o la frequentano in modo irregolare, anche per motivi socio-economici. Povertà della famiglia o del territorio di origine, differenze culturali o di genere, incertezza delle prospettive occupazionali, scarsa efficacia dell’istruzione ricevuta in passato sono solo alcuni esempi. Purtroppo la situazione non è destinata a risolversi con il finire dell’età scolare: la mancanza di un titolo di studio condannerà i giovani che hanno abbandonato la scuola ad avere meno opportunità, perpetuando le disuguaglianze che hanno generato il fenomeno.

A dirla tutta anche chi se ne frega dell’uguaglianza dovrebbe preoccuparsi, perché i giovani che lasciano la scuola non spariranno dalla faccia della terra, ma dovranno cercare di farsi una vita come tutti. E qui iniziano altri problemi, più grandi. La dispersione scolastica, infatti, comporta un costo per lo Stato (e tutti i suoi contribuenti) in termini di misure di protezione sociale e criminalità, oltre che di una minore ricchezza nazionale. Ecco perché le disuguaglianze sono affare di tutti e non solo di chi le subisce direttamente.

A fare luce su alcune di queste disuguaglianze ci sono i dati diffusi dal MIUR, secondo cui a lasciare la scuola media e superiore sono soprattutto i maschi, gli alunni stranieri, i residenti nel Mezzogiorno e coloro che sono in ritardo scolastico.

Altri dati, provenienti da Eurostat, dicono che nel 2018 il 14,5% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenza media. È un dato serio, considerata la media europea del 10,6% e il fatto che l’Italia si trova agli ultimi posti della classifica. Anche in questo caso le differenze sono legate al territorio, all’ambiente sociale di origine, al genere e alla cittadinanza.

Il quadro tuttavia non è del tutto negativo e l’Italia sta facendo grandi passi in avanti in molti settori. I miglioramenti, però, sono lenti rispetto agli altri paesi occidentali e tradiscono una mancanza di volontà politica e di lungimiranza negli investimenti sull’istruzione.

Cos’è la dispersione scolastica

Prima di addentrarci nei numeri, definiamo il fenomeno. In generale, possiamo riferirci alla dispersione scolastica come alla mancata, incompleta o irregolare fruizione dei servizi dell’istruzione da parte dei giovani in età scolare. Tuttavia si tratta di un fenomeno complesso e sfaccettato, con cause ed effetti anche lontani nel tempo e difficilmente misurabili nella loro interezza: la dispersione può avvenire a diversi stadi del percorso scolastico e può consistere nell’abbandono, nell’uscita precoce dal sistema formativo, nell’assenteismo, nella frequenza passiva o nell’accumulo di lacune che possono inficiare le prospettive di crescita culturale e professionale.

Vediamo ora com’è messa l’Italia in quanto a dispersione scolastica nelle sue diverse manifestazioni, basandoci sui dati italiani e internazionali a disposizione.

La dispersione scolastica in Italia: i dati

Secondo l’ultimo rapporto del MIUR sulla dispersione scolastica, riferito ai giovani che lasciano la scuola media e la scuola superiore, nell’anno scolastico 2016-2017 e nel passaggio al successivo hanno abbandonato la scuola media 19.960 alunni, pari all’1,17% del totale nazionale. Numeri più consistenti riguardano la scuola superiore, dove gli abbandoni sono stati in totale 99.272, pari al 3,81%.

In pratica 120 mila studenti hanno abbandonato la scuola italiana in un solo anno scolastico. Un dato preoccupante, destinato ad accumularsi a quelli dei periodi precedenti.

La dispersione scolastica in Italia, sia nella scuola media che nella superiore, riguarda principalmente i maschi. La prevalenza maschile nella dispersione scolastica in Italia è una costante anche incrociando i dati con l’anno di frequenza e con l’area geografica di appartenenza, con differenze più marcate nelle regioni del sud e nelle isole.

Rispetto agli alunni delle superiori, si legge nel rapporto, “Tale dato è certamente legato alla diffusione del lavoro minorile nel nostro paese, che in particolare nella fascia di età 14-15 anni, interessa maggiormente i ragazzi maschi delle regioni meridionali.”

Infatti la dispersione scolastica è più consistente nel Mezzogiorno, dove per la scuola media la Sicilia è la regione con il tasso di dispersione scolastica più alto d’Italia (1,2%). Per la scuola superiore il quadro è molto simile, ma con numeri proporzionalmente più alti: qui i tassi di abbandono sono superiori al 5% in Sardegna e tra il 4 e il 5% in Sicilia e Campania.

La dispersione scolastica in Italia riguarda di più gli stranieri, che abbandonano la scuola, sia media sia superiore, tre volte di più degli italiani. Notevole la differenza tra alunni stranieri nati in Italia e nati all’estero: questi ultimi si trovano in maggiore difficoltà, con un’incidenza del 4,1% sul totale contro l’1,8% dei nati in Italia. Quasi sempre gli alunni di seconda generazione parlano perfettamente l’italiano, nascono immersi nella cultura nazionale (oltre che in quella familiare di provenienza) e hanno meno difficoltà nell’adattarsi al sistema scolastico.

Un ultimo elemento importante nell’analisi della dispersione scolastica è l’età degli alunni. Dai dati emerge infatti che il ritardo scolastico, per bocciature o altre cause, può essere un fattore che precede l’abbandono.

Per la scuola superiore, infine, il fenomeno si differenzia tra i vari percorsi di studio. Il tasso di dispersione scolastica più contenuto si registra nei licei (1,8%), seguiti dagli istituti tecnici (4,3%) e dagli istituti professionali (7,7%). La percentuale di abbandono più elevata riguarda i percorsi regionali IeFP (corsi di Istruzione e Formazione Professionale di competenza regionale), con un abbandono complessivo del 9,9%.

Il momento più critico per gli studenti sembra essere la transizione tra le medie e le superiori. Nel delicato passaggio tra i due cicli scolastici sono 8.130 gli alunni che hanno abbandonato la scuola, pari all’1,45% di coloro che hanno frequentato il terzo anno della media.

L’abbandono scolastico precoce

Un indicatore utile a dare la misura della dispersione scolastica, riconosciuto a livello internazionale, è l’abbandono scolastico precoce. In particolare, l’indicatore ELET (Early leavers from education and training) consiste nella percentuale di giovani tra i