ArchéLive 10/10/15

Intervento del sindaco di Milano – Giuliano Pisapia

 

La concretezza del fare

 

Innanzitutto sono emozionato e molto contento di essere qua con voi. (…)

 

Abitare la città è qualcosa di più ampio dell’avere una casa dove abitare (logica pure giusta, importante e indispensabile). Nella casa uno può stare chiuso e un altro può aprirsi all’esterno.

 

Lo dico per quelli meno anziani di me, io mi ricordo quando abitavo da ragazzino in un immobile di 8 piani che ci conoscevamo tutti, ci parlavamo. Avendo io 7 fratelli, quando mia mamma usciva ci affidava alla vicina di casa.

 

Oggi non è più così (o raramente è così) e invece nei quartieri, specialmente in quelli bistrattati dalla stampa, quartieri come Quarto Oggiaro e Baggio, c’è una comunità spesso raccolta intorno alle parrocchie, intorno all’associazionismo, alle persone di buona volontà, che cerca di creare quella coesione sociale, quella collaborazione, quell’attenzione agli altri che è fondamentale, su cui dobbiamo essere orgogliosi: siamo i più avanti di tutti, con i nostri limiti, con le difficoltà, con i grandi problemi che si pongono, con le scelte difficili che ogni giorno si devono fare avendo problemi di carattere economico, avendo anche problemi di forze, di disponibilità, di dover scegliere e quindi lasciare sempre qualcheduno purtroppo senza risposte, ma decidere il più possibile insieme quali sono le risposte a cui bisogna dare non solo una parola ma un fatto in tempi brevissimi.

 

Io ricordo sempre due frasi che mi hanno seguito in questi anni che sono stati il mio punto di riferimento. Quella frase del cardinale Martini: “Chi è orfano della casa dei diritti difficilmente sarà figlio della casa dei doveri”; o quella del primo sindaco di Milano, Greppi, il sindaco dopo la resistenza, io ho avuto la fortuna di conoscere quando non era sindaco perché era anche avvocato che mi raccontava che radunava al mattino i suoi collaboratori e alla fine a chi diceva: “Ma qua ci vuole un po’ di tempo, qua bisogna fare questa procedura, c’è questo elemento burocratico…”, diceva: “Fate in fretta, perché i poveri non possono aspettare”.

 

Allora CasArché, le vostre iniziative, le tante persone che in un sabato mattina con il sole fuori, quindi anche con la voglia di passeggiare, sono qua, sono il segnale che è giusto continuare a sognare, ma è fondamentale continuare a sognare ad occhi aperti, cioè volare alto ma guardare in basso, essere capaci di sognare e soprattutto sognare possibilmente non facendolo rimanere un sogno, e quindi dando non solo la speranza che il sogno ti fa crescere, ma far vedere che quel sogno può diventare realtà.

 

E voi lo avete dimostrato con la concretezza dell’agire, con la concretezza del fare. CasArché, che vedremo tra qualche mese, è anche un tema sull’abitare; però si collega perfettamente con l’abitare della città, con le varie iniziative di solidarietà, con le difficoltà che abbiamo e lo dico a molte persone che sono credenti, tante difficoltà ma che ci sembra giusto che ci sia uno sforzo dell’intera comunità rispetto ai tanti profughi che arrivano dalla guerra, dalla fame, dalla miseria, e a quelli che non muoiono in mare che hanno bisogno di un tetto e di un letto e so che questo crea problemi…

 

Crea anche difficoltà, crea paura, ma io credo che il senso dell’umanità, della comunità, della nostra comunità, della nostra comunità milanese, è quello di dare veramente aiuto anche a loro.

 

E qua credo che non ci debba essere differenza tra credenti e non credenti o, come dice il nostro Arcivescovo, talvolta guardandomi, “chi crede di non essere credente”. Lui fa questa distinzione. Talvolta facciamo un dibattito insieme, io parlo di “credenti e non credenti” e lui dice “oppure chi crede di non essere credente”. Non so se si rivolge a qualcheduno in particolare…

 

Ma non è quello. Il problema è, io credo, che ci sono dei valori, che sono nel Vangelo, ci sono dei valori che sono la nostra Costituzione, ci sono dei valori che sono nella Bibbia, ci sono dei valori che sono anche in altre religioni, lette ed interpretate correttamente (non come purtroppo accade talvolta e spesso in altre zone del mondo con il fondamentalismo, con il non rispetto delle idee e delle religioni altrui), che ci portano ad avere lo stesso obiettivo.

 

Voi sapete che io ho preso una decisione: non mi candiderò a Sindaco di Milano per la seconda volta, ma continuerò il più possibile ad occuparmi di Milano perché ci credo, perché credo che insieme possiamo lavorare; la cosa più importante che ho imparato è che veramente si può collaborare se si collabora anche tra soggetti che hanno realtà, storie ed esperienze diverse (a maggior ragione quando poi le esperienze, a partire dalle storie, sono comuni, questo rende ancora più facile): è allora che si raggiungono gli obiettivi. E noi abbiamo degli obiettivi comuni!

 

Non è anomalo che il Sindaco sia qua, anche se brevemente. È importante che il Sindaco sia stato stamattina in piazza del Duomo, dove c’erano tanti turisti e milanesi che chiedevano cosa stavamo facendo.

 

Sono qua per discutere con voi (e mi piacerebbe anche sentirvi…), e poi vado a parlare di Expo delle idee per sottolineare che la concretezza delle idee di Expo devono diventare realtà, non possono fermarsi il 30 ottobre.

 

Il 16 ottobre ci saranno qua oltre 100 grandi città, ma la Carta di Milano sarà firmata da oltre 80 mila comuni italiani, sarà sottoscritta da tantissime altre città che non potranno essere presenti ma con questo impegno: un sogno ad occhi aperti che si concretizza in un impegno concreto dei sindaci che rappresentano oltre 500 milioni di cittadini.

 

I sindaci, con tutti i difetti che hanno, hanno quel dovere e quella necessità che è quello della concretezza, e quindi la Carta di Milano non è un volo pindarico, ma è un progetto concreto, ambizioso, che io ho lanciato, e sono molto contento di averla lanciata, va benissimo l’Expo delle idee, però preferisco un po’ meno idee e più concretezza nel portare avanti e rendere queste idee realistiche.

 

Io ho lanciato questa idea a Johannesburg -e questo è simbolico: nella città di Mandela– due anni fa; era un summit, un incontro tra le grandi città del mondo unite (a cui hanno chiamato Milano, senza che noi ci siamo iscritti) e hanno voluto che fossimo all’interno di questa associazione fra grandi città del mondo sulla sostenibilità ambientale.

 

Io, proprio in vista di Expo, ho detto: “Cerchiamo parallelamente e non in contrasto con quell’impegno sulla sostenibilità ambientale, facciamo ed affrontiamo concretamente il tema della sostenibilità alimentare”.

 

Ce la facciamo? Ci saranno città da Mosca a New York, a Rio de Janeiro a Londra, tantissime capitali megalopoli del mondo e sarà un’ulteriore eredità di Expo Milano 2015, un’eredità di materiale fondamentale. Ma questo, posso dirlo, l’ho imparato anche in momenti di incontro come questo.

 

Quindi grazie.