Che poi se me lo chiedi io ti dico pure che sono bravo ad ascoltare. Magari non sono il Michael Jordan dell’ascolto, però me la cavo. Ma a Kiev è stata un’altra storia.

Gli attivisti del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta all’ingresso in Ucraina.

Quando suona la sirena si può fingere di non averla sentita, e continuare a dormire, a mangiare, a. Magari effettivamente non la si sente, ma affettivamente la si ascolta. E una parte di te scende ogni dannata volta in quella dannata palestra sotterranea, prende le due sedie per sedersi stendendo le gambe e aspetta che l’applicazione decolori la regione di Kiev, per tirare il fiato. Per respirare regolarmente. Come dopo che hai fatto i 5 tibetani, che non so cosa siano, ma non so neanche cosa sia la guerra.

Per sapere una roba devi averla vissuta, e vivere a Kiev significa esserti accorto che sono spariti tutti i bambini; e io non me ne sono accorto, non vivo a Kiev, me l’ha dovuto dire Gloria Mascellani: “Kyiv è una città senza bambini”. Vivere a Kiev significa vivere a Kyiv. Significa sapere che i palloncini sono stati proibiti perché la loro esplosione provoca infarti. Come al ritorno da Genova: per un paio di mesi ogni elicottero che sentivo era un tuffo al cuore.

Bella ciao in Ucraina: una mattina si son svegliati e han trovato l’invasor. Una vita a cantarla, ma quando trovi l’invasor cosa gli fai? E sei tu a dire agli altri cosa fare all’invasor? Vitalij Klyčko, sindaco di Kyiv ed ex pugile, ce ne parla, ma anche monsignor Visvaldas Kulbokas, il nunzio apostolico: “Come costruire la pace?”.

In testa rimbombano questa e altre domande, che richiedono risposte. Che arriveranno, al tempo giusto. È sempre il tempo giusto per la non violenza, e ci sarà un tempo giusto per le risposte. Chissà quella bimba che stava rientrando in Ucraina spingendo la carrozzina giocattolo cosa stava raccontando al suo gattino di peluche?

“Torniamo a casa, Micio”.

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