Per tutti era #stateacasa, per le mamme di Arché era #stateincomunità. Per loro e per le educatrici e per gli educatori l’isolamento sociale ha significato anche questo. Com’è andata? Come hanno vissuto questa fase? Una mamma accolta in una delle comunità e tre educatrici hanno raccontato queste giornate insolite per tutti.

L’isolamento sociale raccontato da una mamma

In questi giorni di isolamento sociale gli educatori e le educatrici sono stati ancora più attenti a noi mamme, dandoci la possibilità di sfogarci e piangere. Ma soprattutto ci hanno ascoltato in ogni momento. Ci hanno proposto e hanno fatto con noi lavoretti con i bambini, body dance, e anche torte e dolci di ogni tipo! Abbiamo condiviso la paura, lo stress e la difficoltà di vivere negli stessi spazi: 24 ore su 24, per ben due mesi e mezzo!

Ma c’è stata una presa di coscienza collettiva da parte di tutte noi e siamo state tutte brave e gentili: ora però, finalmente, inizia la fase 2! E sarà faticosa, non lo nascondo: ormai abituate alla clausura e alla quarantena infatti, non sarà semplice riprendere i ritmi di sempre.

Qui, però, mi sento fortunata: fossi stata nella struttura in cui ero accolta prima, di sicuro questa situazione non l’avrei affrontata così in serenità. Con le altre mamme, con padre Giuseppe e con don Adriano abbiamo trovato anche dei momenti solo per noi: film, karaoke e un po’ di danza, grazie al corso di zumba. Due volte alla settimana! Erano momenti utili per staccare un po’, fare un respiro profondo e vivere anche qualche attimo lontano dai nostri figli.

Tutto questo è stato possibile, grazie al personale e ai volontari di Arché. Per loro solo una parola, grazie!

L’isolamento sociale raccontato da alcune educatrici

“Buongiorno, preparo il caffè? Tu lo prendi, Fede? Vale? Giuseppe? Lo prendete tutti?”. Quasi sempre alle 8 del mattino, un unanime “Sì!” rispondeva alla domanda che Elena ci ha posto puntualmente durante la quarantena.

Preparo il caffè. Potrebbe sembrare una frase banale, e forse lo è per la stragrande maggioranza delle persone, ma in un ambiente come una comunità mamma-bambino non è scontato.

Molte donne approdano alle comunità esauste e con la testa piena di problemi: il loro primo pensiero non è certo quello di stingere amicizie o pensare alle frivolezze. Poi, piano piano, si aprono alla vita, anche a esperienze inaspettate e piacevoli come l’amicizia.

In questo periodo, cosi confuso e incerto per tutti, queste mamme si sono prese cura una dell’altra, hanno fatto rete e molto è iniziato da quella domanda. Preparo il caffè? Ogni mattina ci si riuniva tutti intorno al tavolo della cucina, ognuno con la propria tazzina in mano e ancora mezzi addormentati qualcuno dava una sbirciatina fuori dalla finestra ed è in quel momento che il pensiero si faceva voce: “Quando potremo uscire ancora?”.

isolamento sociale

Il sabato sera la pizza è d’obbligo!

Ciò che ha caratterizzato l’isolamento sociale è stata la cura per i piccoli dettagli e per le vecchie tradizioni che stavano, a lungo andare, scomparendo. Le mamme della comunità si sono riscoperte, come tutte le donne e gli uomini d’Italia, legate ad un patrimonio culinario tipicamente italiano. Hanno fatto entrare nella cucina odori e sapori della nostra terra ed è così che hanno trovato tra loro un’appartenenza, un filo comune che le legava, nonostante contesti culturali di origine piuttosto diversi, anche extraeuropei. E, ca va sans dire, la pizza è stato l’immancabile piatto dei sabati sera in comunità: un giorno come l’altro nel lento trascinarsi della quarantena ma a cui la pizza dava un sapore diverso. Perché, nonostante tutto, anche in comunità, era il weekend!

Il caffè mattutino, le cene e le attività insieme davano un senso alle giornate, ma non facevano sparire le domande e i pensieri che ognuno conservava in sé. E alla sera, quando tutti i bambini erano a letto e la comunità sistemata e tirata a lucido, dei passi si avvicinavano e una voce materializzava gli interrogativi fino a quel momento sopiti. Di tutti, mamme come Ambra ed educatrici come Sara.

Ambra: “Sai, Sara, ho paura. Ho paura non tanto di quello che sta accadendo a causa del virus, ma di come io possa reagire ed interagire di nuovo con gli altri, quando un giorno tutto questo finirà”.

Sara: “Ho la tua stessa paura. Ma è normale. Dopo questo periodo tutti noi saremo cambiati, non sapremo più come rapportarci con gli altri, perché sarà lo stesso tessuto sociale ad essere cambiato”.

L’ansia sociale caratterizza tutti, non solo le donne che sono in comunità. Così come sarà difficile per tutti rimettersi in gioco, ripartire ma sentendosi diversi, cambiati.

La cosa più complicata nel lavorare durante questo periodo è stato il riconoscersi “umani”, con le stesse debolezze, gli stessi dubbi di qualsiasi persona che affronta una qualsivoglia difficoltà. Noi operatori abbiamo sempre pensato, un po’ utopisticamente, di dover essere in grado di sostenere altri che sono evidentemente più in difficoltà di noi e mascherare le nostre debolezze, ma oggi siamo noi stessi a dover affrontare una situazione nuova, forse un po’ troppo grande per poterla gestire completamente da soli.