Riportiamo alcuni passaggi dell’intervento di Joy Ezekiel, protagonista del libro “Io sono Joy” (M. Bonanate, Ed. San Paolo), all’Arché Live, alternati a tre brani del libro stesso. Il testo sottostante inizia a Benin City un po’ di botto, come d’altronde è stato conoscere Joy.

Io sono Joy

Joy Ezekiel all’Arché Live mostra il fiore cui fa riferimento al termine del suo intervento

Lì non c’è stato più spazio per dubbi o dialogo. Senza farmi decidere mi hanno portato in questa casa e mi hanno lasciato là, prigioniera tra le mafie e i trafficanti, intrappolata in un viaggio che non avevo deciso di fare. E poi anche le paranoie e i pensieri nella mia testa mi tormentavano perché grazie ad internet avevo avuto modo di studiare la cosa: sapevo del viaggio e di quanto fosse difficile. Pensate: mi ero sentita così furba ad aver cercato informazioni in anticipo, per poi rendermi umanamente conto di quanto tutta l’intelligenza del mondo non potesse salvarmi dalla paura di morire. In fondo, qualche volta non sei tu a scegliere di partire, c’è qualcosa indietro che ti ha fatto andare via.

Sono state mia sorella e mia madre le prime a dirmi che dovevo andare. “Devi partire, devi partire Joy. Questa è una possibilità per noi, non chiederti se ti vada o meno. Devi partire perché la sofferenza è troppa”. Messa davanti a parole del genere non ho avuto il tempo di chiedermi se fosse giusto o sbagliato e così ho chiesto consiglio alla mia pastora. Sono andata da lei e le ho confessato le pressioni di mia madre e di mia sorella. L’ho pregata di inventarsi qualcosa da dire alla mia famiglia, un qualche tipo di scusa che potesse darmi la possibilità di non partire o quantomeno un po’ di tempo per riflettere lucidamente sulla cosa. Perché in Nigeria non è come in Italia, devi rispettare i tuoi genitori, devi fare tutto quello che ti dicono perché in Nigeria c’è la sofferenza, quella reale. Agli occhi dei miei genitori questo viaggio era l’unico modo che avevo di aiutare la mia famiglia, per provare a trascinarli fuori dalla povertà. Invece, una volta a casa, la pastora ha detto queste parole davanti ai miei famigliari: “Se farai questo viaggio sopravviverai.”

Da “Io sono Joy” pp. 37-38

“Lasciammo Agadez su una Toyota Land Cruiser. Eravamo una trentina. Nella cabina di guida, dove mi ritrovai con altre ragazze, fummo costrette a sederci con le gambe divaricate, in modo da poterci incuneare l’una nell’altra, per sfruttare al massimo lo spazio disponibile.

A ciascuno era stato consegnato un contenitore d’acqua, da appendere sulla fiancata della macchina, e un sacchetto di gari, farina di manioca.

Dinanzi a noi una sconfinata distesa di sabbia da cui proveniva un calore che arroventava l’aria, rendendola irrespirabile. Per gli stessi autisti arabi, anche se esperti, è difficile orientarsi nel deserto. Le continue tempeste di sabbia cancellano le strade tracciate sulle mappe. La sabbia entrava negli occhi, nella bocca, nelle orecchie, impossibile difendersi.

Dopo alcune ore chiedemmo di poter fare una breve sosta. L’autista ci fece sedere per terra, vicino alla Toyota. Una ragazza si mise a urlare, accanto a lei era affiorato il cadavere di un uomo. Un ragazzo, che già una volta aveva tentato la traversata del deserto ed era stato respinto, raccontò che aveva visto molte persone morte su cui i compagni di viaggio avevano lasciato il passaporto affinché potessero essere riconosciuti e riconsegnati alle famiglie. La maggior parte dei cadaveri scompariva nel deserto, senza lasciare alcuna traccia.

Quando abbiamo ripreso il viaggio, molti piangevano. Non sapevamo che era solo l’inizio dell’inferno che stavamo per attraversare!

La prima notte l’abbiamo trascorsa seduti per terra accanto alla macchina. Dopo il calore della giornata, era sceso un gran freddo. Sunday ci aveva avvertito di non perdere mai di vista il nostro contenitore d’acqua e lo zaino, soprattutto il denaro che avevamo ancora con noi: «Se vi addormentate, possono portarvi via tutto».

La mattina presto l’autista, urlando in arabo, «Hajaa, hajaa», «Venite», ci spinse con violenza sulla Toyota. Siamo ripartiti tutti in fretta. Nessuno di noi era riuscito a chiudere occhio”.

Si pensa di arrivare nella terra promessa perché ognuno che fa questo viaggio ha una destinazione. Ci sono quelli che non sono riusciti ad arrivare perché sono morti oppure quelli che non sono riusciti ad arrivare perché sono stati presi prima oppure i loro soldi non bastavano mai. Sono diventati anche loro schiavi in quel posto dove sono rimasti alla fine. Quindi, una volta che sono arrivata in Italia, con tutto quel pensiero della violenza, della sofferenza delle persone che avevo visto là, ho detto: “Finalmente sono passati. Grazie a Dio sono sopravvissuta”. Nella nostra barca sono morte 45 persone. Mi ricordo quando il nostro gommone si è fermato sopra il mare. Abbiamo dovuto sventolare i nostri vestiti per farci vedere perché c’era un elicottero che passava sopra per aiutarci ma la nave che doveva venire a salvarci era lontana e cercavamo qualcuno che potesse andare a dire: “Siamo qui. Venite ad aiutarci”. Però era troppo lontana. Avevano tutti paura di nuotare.

Sono rimasta in Libia per 4 mesi, altri un anno, altri ancora tantissimi anni. Non perché non vogliono andare via ma perché sono in trappola là. Quando sono arrivata ho detto: “Grazie a Dio. Finalmente eccomi”. Ero così felice di vedere i bianchi per la prima volta. Ho detto: “Ah, quindi questa è l’Europa. Che bello!”. Ero davvero piena di gioia scendendo dalla nave che ci ha salvato.

Mettendo i miei piedi per terra, ho guardato il mare dietro e ho guardato la terra davanti.  Ho visto tantissime persone con i sorrisi. Non sapevo dove fossi e poi ci hanno portato con il bus: mi hanno messo con altri gruppi perché alla fine siamo stati tutti mischiati. Poi mi hanno portato a Bari e poi ho detto che avevo paura perché vedevo la polizia, vedevo le persone con la divisa. Tutti avevano paura di tutti. Quindi ho pensato: “l’unica persona in cui potevo credere è la donna che ha la casa di dove sto andando visto che aveva tutti i numeri.” Alla fine non portavamo né i cibi né i vestiti che avevamo con noi.

Pensavamo che il viaggio fosse tranquillissimo: abbiamo perso tutto, invece, hanno preso tutto da noi. Dovevo cercare di chiamare perché avevo paura: non volevo essere rimandata nel mio paese dopo tutto quel viaggio che avevo fatto. Ho chiesto a qualcuno lì in quel centro e mi hanno dato un numero cellulare. L’ho chiamato e ho parlato con la donna che poi è diventata La Madame. Ho chiamato subito la mia famiglia. Ero tutta felice e poi la Madame mi ha detto: “Non preoccupare vengo a prenderti”. Dopo due giorni è venuta lei.

C’è un ragazzo lì in quel centro che gestisce sempre tutte questi movimenti per far uscire le ragazze per andare da loro. Ha parlato, quindi, con questo ragazzo, non sapevo che lei si fosse messa d’accordo con lui e poi mi ha detto: “Vieni con me. Quindi siamo usciti dal cancello”. C’era lei più avanti: è venuta con la macchina con un ragazzo che poi ho capito essere suo fratello. Mi ha portato a casa, vedevo tutte le strade, guardavo tutto il paese. Mi son detta: “finalmente vivrò in questo paese”. Ero così felice ma lei non parlava con me: c’era un silenzio totale. Non capivo niente, non aveva detto niente. Ma che è successo? Nemmeno “come stai”? C’era una distanza tra di noi. Me ne sono stata zitta e non sapevo cosa fare. E poi siamo arrivate a Castel Volturno e mi ha portato su.

Da “Io sono Joy” p.80

“La casa era a due piani. Salimmo al secondo, sempre in silenzio. Nell’alloggio c’erano quattro stanze e una cucina. Rimasi sola con la ragazza, gli altri si erano allontanati. Mi preparò da mangiare e si presentò: «Mi chiamo Glory. Com’è andato il viaggio? Come stai?» Finalmente qualcuno che si interessava a me. Le descrissi quanto fosse stato terribile, soprattutto in Libia. Anche lei e la sua amica, Sophie, che era al lavoro, avevano fatto quel viaggio. Non aggiunse altro. Era felice che io fossi arrivata e che avremmo lavorato insieme.

«Che lavoro fate?» le chiesi. Mi guardò stupita: «Non lo sai?». In quel momento la madre di Imade entrò in cucina insieme con la donna e con l’uomo con i quali era venuta a prendermi a Bari: «Questa è mia sorella, lui è mio fratello. Domani incomincerai a lavorare con Glory e Sophie»”.

io sono joy

Joy Ezekiel, al centro

Si arrivava in questo posto dove si sapeva che avrei lavorato; anche di inverno, che è peggio: c’è la pioggia e manca qualunque posto per proteggersi. Si provava a riscaldarsi ma non c’è il fuoco, non c’è niente per noi e ci tocca tornare a casa. Consegniamo tutti i soldi e li consegniamo con un sorriso perché dovevamo sorridere. Sempre. Non ci hanno insegnato nemmeno ad andare a scuola. Niente. E alla fine mi ricordo quando la mia Madame mi ha detto: “Tu pensi di venire qua per fare le treccine e andare a scuola. Ma cosa ti serve andare a scuola? Basta che mi dai i soldi”. Io non sapevo la lingua italiana ma sapevo contare tutti i soldi e ho detto: “Basta”. Non ne potevo più: è durato un anno quell’inferno. Sono stata torturata, picchiata, calpestata. Mi hanno chiuso dentro. Sembrava un mercato ed io ero come un prodotto: proprio non mi sentivo più me stessa, hanno cambiato anche il mio nome. Mi hanno chiamato Jessica e io non avevo più la mia identità.

Eravamo sconosciute a noi stesse: vivevamo nel mondo ma mi sentivo davvero sola e non potevo chiedere nemmeno aiuto. A un certo momento ho detto “basta”: dovevo provare ad uscire perché non potevo rischiare la mia vita tutti i giorni ed essere costretta a fare quello che io dentro di me non mi sentivo di fare. Allora ho deciso di rischiare la mia vita pur di uscire e trovare la libertà. E così ho preso in mano la mia vita. Non è stato facile, però. C’erano tantissime strade ma ero pronta ad affrontarle.

Da “Io sono Joy” pp.145-146

“La mattina, quando mi sono svegliata, non capivo dove mi trovavo. La stanza non era quella di Castel Volturno, con i muri di un bianco sporco e cosparsi di chiazze di umidità, una puzza acida di chiuso, dove per un anno avevo dormito poche ore la notte. Nessuna voce che dicesse: «Veloce, veloce, Jessica, la macchina è arrivata, se non scendiamo in fretta l’autista si arrabbierà e lo dirà alla madam!» Attorno c’era silenzio, soltanto qualche porta che si apriva e si chiudeva.

Ho spalancato la finestra e ho visto un nuovo sole. Quello di una persona libera di contemplarlo, non più costretta a chiudersi dentro una macchina o a nascondersi dietro un cespuglio perché il cliente di turno potesse usare il suo corpo come una cosa che poi si butta nella spazzatura.

Un sole luminoso nel cielo di maggio, che è il mese del mio compleanno. Una città nuova, così diversa da quella che attraversavamo velocemente alle cinque del mattino, spesso era ancora buio, per raggiungere l’angolo di strada che ci era stato assegnato.

Tutto mi sembrava un miracolo: l’aria fresca che respiravo, i gerani sui davanzali delle finestre, l’albero di un giardino che confinava con il condominio, dove si nascondevano gli uccelli fra i rami.

Ho ringraziato Dio che mi aveva aiutato ad arrivare in quella casa e gli ho chiesto scusa se avevo pensato che mi avesse abbandonata. Ad alta voce, per ascoltare le mie parole, ho detto a me stessa: «Dio non dorme mai. C’è sempre, anche se può sembrare lontano o assente. Ogni cosa ha il suo tempo, i nostri tempi non sono quelli di Dio. Un giorno ci accorgiamo che Lui camminava davanti a noi, vedeva oltre il nostro orizzonte»”.

Sono veramente felice di essere qui oggi. Ho conosciuto padre Giuseppe anche tramite Suor Rita [Giaretta, fondatrice di Casa Rut] che mi ha parlato di questo incontro. Ho detto: “Sì, vengo”. Quindi oggi sono veramente felice di essere qui. Magari non sono riuscita a fare tutto il discorso ma la mia storia ci aiuta a capire di più che la speranza c’è. Dio non dorme non solo per noi stessi ma per tutti e tutte. Dobbiamo continuare a condividere, a stare insieme. È come un fiore che fa nascere la speranza ogni giorno.

Joy Ezekiel
30 anni, nata a Benin City in Nigeria

Guarda l’intervento completo di Joy Ezekiel:

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