Discorso alla Marcia della Pace di Quarto Oggiaro del 11 ottobre 2026

Grazie per essere qui, non è poca cosa di questi tempi uscire di casa: siamo qui con i nostri corpi, i nostri pensieri e le nostre emozioni perché crediamo nella pace e siamo più che mai consapevoli di non poter concederci il lusso del pessimismo e dell’ignavia. Siamo qui perché vogliamo la pace e volere la pace implica delle decisioni e delle scelte.

Nel 2025 l’Italia ha destinato 35,5 miliardi di euro alle spese militari. L’obiettivo indicato per i prossimi anni è portare questa cifra fino a circa 48 miliardi nel 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche non solo da un punto di vista politico, ma anche finanziario e sociale. Quella cifra sarà raggiunta non aumentando le tasse sui ricchi, ma tagliando le spese sociali. I numeri non riguardano soltanto la Difesa: interrogano direttamente il modello di società, quale idea di Paese intendiamo finanziare e, soprattutto, le priorità alle quali destinare le risorse pubbliche. Un bilancio pubblico è anche una fotografia delle priorità politiche.

Ed è per questo che le spese militari vanno fermate non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che rendono la vita di ciascuno di noi ogni giorno più difficile.
Allora vi dirò alcune cose che potremmo fare invece di armarci.

Invece di armarci
Potremmo mettere le scuole in sicurezza: il 90% degli edifici scolastici statali, 36mila su 40mila, risultano irregolari perché non dispongono di tutte le certificazioni previste dalla legge.
Potremmo organizzare una buona scuola per tutti i nostri ragazzi (art 34): la spesa per la scuola è scesa al 4,4% ben al di sotto della media europea (4,7%). Scuola, formazione, ricerca e università non possono essere considerati come semplici capitoli di spesa. Sono investimenti sulla capacità futura del Paese: sulla qualità del lavoro, sulla mobilità sociale, sulla ricerca scientifica e sulla possibilità per i giovani di costruire il proprio futuro. Non è con i fucili che si costruisce la democrazia, ma con cittadini ben istruiti e formati.

Invece di armarci
Potremmo offrire servizi gratuiti all’infanzia: al primo posto tra i motivi della bassa natalità ci sono difficoltà economiche legate alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, all’elevato costo della vita e alle alte spese per il mantenimento dei figli. Ma anche le difficoltà di conciliare lavoro e famiglia per la mancanza di asili nido.

Invece di armarci
Potremmo migliorare lo stato sociale e garantire una corretta alimentazione ai 200mila bambini che in età tra 0 e 5 anni vivono in famiglie che non riescono a garantire almeno un pasto adeguato ogni due giorni.

Invece di armarci
Potremmo assumere infermieri, medici di famiglia e pediatri: ne mancano a migliaia nel nostro Paese. Tutti conosciamo i tempi dell’attesa media per una visita specialistica o per esami diagnostici! Quanto potrebbe cambiare la capacità dello Stato di intervenire se una parte delle risorse aggiuntive previste per il riarmo fosse invece indirizzata stabilmente verso la sanità territoriale, la prevenzione, la medicina di prossimità e l’assistenza alle persone non autosufficienti?

Invece di armarci
Potremmo prenderci cura del nostro territorio e prevenire disastri ambientali: l’Italia è un territorio meraviglioso, ma anche molto fragile sempre più esposto a frane, cedimento di terreno, alluvioni, anche a causa dei cambiamenti climatici.

Invece di armarci
Potremmo risanare la giustizia: tutti sanno che lo stato in cui si trova la giustizia italiana non è da imputare alla negligenza di chi ci lavora, ma alla carenza cronica di personale e di mezzi.

Invece di armarci
Potremmo accelerare la transizione energetica.
Potremmo accogliere meglio le persone migranti.
Potremmo istituire un corpo civile di pace.

Eppure, l’Italia si è impegnata con gli altri 32 Paesi della NATO a spendere nei prossimi dieci anni (2035) 700 miliardi di euro.

La domanda non è “Quanto dobbiamo spendere per armarci?”, piuttosto: “Quali sono i bisogni sociali e ambientali che già oggi condizionano la vita degli italiani e soprattutto dei nostri figli?”.

Mahmud Darwish, poeta palestinese, in una poesia dal titolo Pensa agli altri, ci sollecita, mentre corriamo ad armarci, un cambiamento di prospettiva: “Pensa agli altri”. Pensare agli altri oggi è un atto di disobbedienza necessario per essere umani.

Cosa significa essere umani?
La risposta non verrà dagli algoritmi o dagli equilibri di potere, ma da qualcosa che è alla nostra portata: il modo in cui scegliamo di trattarci gli uni gli altri, anche se questo ci chiederà, come conclude Darwish, di essere “una candela in mezzo al buio!”.

p. Giuseppe Bettoni

 

Per la gallery fotografica della giornata, ringraziamo Celio Pampado.