influencer meritiamo

Gli influencer di cui abbiamo bisogno sono anche quelli che ci meritiamo: persone che han trovato dei modi per migliorare il mondo. Per hackerarlo quando tutti intorno gli dicevano che sarebbe sempre andata così, che cosa volevano mettersi in testa di fare? Tanto certe cose non cambiano mai…

Loro hanno avuto il merito di non farsi bucare la positività, di crederci e di riuscirci. I mesi sono dodici e quindi ne abbiamo scelte dodici ma molte di queste persone sono tra di noi, sono come noi, potremmo addirittura diventare noi. Basta accorgersene. L’han fatto i giornalisti dell’“Osservatorio Diritti” nel libro “Tracce indelebili” e noi con questo calendario.

Qui sotto trovate una minibio per ciascuno dei protagonisti, accompagnata da una citazione e dalle magnifiche illustrazioni di Alberto Ipsilanti.

 

Hevrin Khalaf

“Un giorno, quando le cose andranno bene, ti guarderai indietro e ti sentirai orgoglioso di non esserti arreso.”

Hevrin Khalaf nasce il 15 novembre del 1994 in una città nel nord della Siria, in un contesto famigliare in cui l’impegno politico e sociale sono di norma (Suad, la madre, partecipa come attivista alle assemblee organizzate da Abdullah Ocalan).

Nel 2011 scoppia la rivoluzione del Rojava e Hevrin diventa attivista dei movimenti giovanili che organizzano e pianificano la lotta per la liberazione del territorio.

Avendo sempre ben chiaro di voler lottare anche in nome delle donne curde e del loro ruolo all’interno della vita economica, politica e sociale del paese nel 2014, Hevrin, assume il doppio ruolo di vicepresidente della Commissione per l’energia dell’autogoverno democratico di Cizire e di capo della Commissione economica per le aree controllate dai curdi in Siria.

Seguono anni in cui svolge il ruolo di intermediaria e diplomatica tra Stati Uniti, Francia e altre delegazioni per aumentare la coesione tra cristiani, arabi e curdi presenti in Siria.

Il rafforzamento delle truppe appartenenti all’Ypg (l’Unità di protezione popolare) nella Siria settentrionale sono viste come una minaccia per la Turchia e le forze di sicurezza turche, secondo le parole del Ministro della Difesa, non avrebbero accettato “la creazione di un corridoio del terrore ai nostri confini”.

Nei primi giorni di ottobre del 2019, il Presidente degli USA Donald Trump annuncia il ritiro delle forze statunitensi dal Rojava, lasciando così l’intera regione in balia di possibili attacchi della Turchia.

Sabato 12 ottobre 2019 Hevrin Khalaf viene uccisa, crivellata da colpi d’arma da fuoco dopo aver superato un check point, estratta ancora viva dall’abitacolo e vittima di ulteriori brutali e indicibili violenze. La sua colpa era aver lottato per il riconoscimento del ruolo della donna all’interno della società.

Sabato 12 ottobre 2019 è stata uccisa Hevrin Khalaf, non le sue idee.

Nei cuori e nelle menti.

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Narges Mohammadi

“Uccidere, imprigionare o negare i diritti umani di un essere umano non è ingiustizia contro una persona: incatena e uccide un’intera società.”

Narges Mohammadi nasce il 21 aprile 1972 a Zanjan in Iran, è un’attivista per i diritti umani e vicepresidente del DHRC (Defenders of Human Rights Center).

Nel corso della sua vita è stata arrestata, incarcerata e torturata a più ripresa per i suoi articoli di denuncia e per le sue critiche al governo iraniano.

Nel 2010 viene arrestata per la sua appartenenza al DHRC e rilasciata un mese dopo per l’insorgere di una grave patologia epilettica.

Nel luglio del 2011 viene accusata di “aver attentato alla sicurezza nazionale e per propaganda contro il regime” e condannata ad 11 anni di reclusione. A salvarla sono gli interventi del Ministro degli Esteri britannico e di Amnesty International che la segnala come prigioniera di coscienza chiedendone l’immediato rilascio che avviene il 31 luglio 2012.

Nel 2015, ancora una volta, viene arrestata per aver formato un gruppo illegale che si batte contro la pena di morte e viene condannata a una pena di 10 anni. Grazie allo sciopero della fame iniziato nel gennaio del 2019, viene rilasciata l’8 ottobre dell’anno successivo.

L’ultimo (e attuale) arresto avviene il 16 novembre 2021, Narges viene incarcerata per la partecipazione ad una manifestazione in ricordo di Ebrahim Ketabdar, ucciso dalle forze dell’ordine iraniane nel 2019.

La storia di Narges Mohammadi è la storia di un’attivista per i diritti umani che non retrocede contro nessun sopruso.

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Marielle Franco

“Le rose della resistenza nascono dall’asfalto, siamo quelle che ricevono rose, ma siamo anche quelle che staranno con il pugno chiuso parlando dal nostro luogo di vita e di resistenza.”

Marielle Francisco da Silva, o più semplicemente Marielle Franco, nasce il 27 luglio 1979 a Rio da Janeiro in una delle numerose favelas della città.

Nel 1999 riesce ad iscriversi ad un corso pre-universitario e, sebbene incinta, riesce a completare il suo percorso di studi pochi anni più tardi.

Nel 2004 Marielle si butta in politica: è il primo passo di quella che diventerà una delle figure più iconiche dei temi del femminismo, dei diritti civili, della giustizia sociale e di genere.

Nel 2007 viene nominata consigliera dell’assemblea legislativa di Rio de Janeiro, mettendola così di fronte ai numerosi e crescenti casi di violenza all’interno della città, spesso commessi dalle forze dell’ordine.

Marielle si schiera sempre al fianco delle vittime, come quando negli anni precedenti ai Mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016 denuncia i crimini commessi dall’amministrazione pubblica per presentare alle altre nazioni un Brasile diverso dalla realtà, un paese in cui i ricchi potevano vivere da ricchi a discapito delle condizioni di disagio e povertà vissute dagli abitanti delle favelas.

Nel marzo del 2018 Marielle diventa una personalità politica conosciuta e riconosciuta:  l’8 marzo si scaglia contro le politiche machiste e discriminatorie attuate in Brasile, due giorni più tardi denuncia gli abusi che stavano avvenendo all’interno dei quartieri più poveri di Rio ad opera delle forze dell’ordine, il 14 marzo invia un articolo di denuncia al Jornal do Brasil nel quale critica ampiamente la militarizzazione di interi quartieri della sua città.

Ed è proprio il 14 marzo che Marielle Franco viene uccisa, colpita da 13 colpi d’arma da fuoco che non le lasciano scampo.

Un paese intero è in lutto: centinaia di migliaia di persone scendono in strada a piangere una donna simbolo della lotta femminista e delle lotte LGBTQI+.

Oltre al dolore, quello che ci lascia Marielle sono i semi della resistenza, che faranno fiorire delle bellissime rose, rose che bucheranno anche l’asfalto.

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Xulhaz Mannan

“In un paese i cui concetti di sesso e sessualità sono tabù, stiamo imparando a navigare questi mari mettendo l’amore al centro di tutto.”

Xulhaz Mannan nasce il 12 ottobre 1976 in Bangladesh, per diversi anni lavora presso l’ambasciata statunitense di Dhaka (dove aveva fondato la Dhaka Diversity Committee), ma è principalmente noto per la sua attività come esponente del movimento LGBTQI+.

Dichiararsi pubblicamente gay in un paese che, per preconcetti sociali e religiosi, stigmatizza le esperienze sessuali era molto pericoloso, ma a Xulhaz non importava.

Nel 2014 fonda Roopbaan, il primo e unico giornale dedicato alla comunità LGBTQI+ e sempre nello stesso anno organizza, parallelamente ai festeggiamenti per l’inizio dell’anno bengalese, il primo “Rainbow Rally” del paese: le persone avrebbero sfilato accanto alla marcia ufficiale indossando maschere e vestiti con i colori dell’arcobaleno. Una dichiarazione di visibilità e allo stesso tempo un tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica del paese della “criminalizzazione” delle relazioni omosessuali.

E nel 2015 lo ripropongono nuovamente: Xulhaz e i suoi compagni stanno iniziando a chiedere a gran voce alle istituzioni di riconoscere la propria esistenza e i propri diritti. 

Un impegno coraggioso che costa la vita a Xulhaz Mannan.

Il 25 aprile 2016 sei uomini entrano in casa sua e nel giro di pochi minuti lo uccidono a colpi di machete. Il suo assassinio, ovviamente, ha scosso profondamente la comunità LGBTQI+ del Bangladesh e di tutto il sudest asiatico.

Un pioniere dei diritti era stato ucciso per le sue idee, assassinato da una cellula di al-Qaeda nota come Ansar al-Islam che ammetterà pubblicamente di aver ucciso Xulhaz perché: “La sua sessualità era contraria ai principi del Corano”.

Nonostante le minacce ricevute nel corso della vita Xulhaz Mannan non si è mai arreso, lottando e morendo nella speranza di costruire un Bangladesh più inclusivo.

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Berta Càceres

“Svegliamoci umanità! Non c’è più tempo. Le nostre coscienze ci chiederanno conto del fatto che stiamo solo contemplando l’autodistruzione basata sulla predazione capitalista, razziale e patriarcale.”

Berta Càceres nasce nel 1971 a La Espereanza in Honduras. La madre, Marìa Austra Berta Flores, aveva lavorato come ostetrica di comunità (l’Honduras è ancora oggi uno dei paesi col più alto tasso di gravidanze adolescenziali) ed era stata due volte sindaca di La Esperanza, promuovendo politiche di accoglienza per i migranti provenienti dalla vicina El Salvador.

Probabilmente è dall’esempio materno che Berta ha preso ispirazione per il suo impegno a servizio della comunità e dei diritti umani.

Ben presto, infatti, la giovane donna diventa una delle colonne portanti del movimento in difesa del fiume Gualcarque e delle zone limitrofe, minacciate da deforestazione e da progetti idroelettrici invasivi.

Nonostante tutto ciò, Bertà Càceres non è mai arretrata di un millimetro nelle sue lotte convivendo con varie minacce e venendo arrestata più volte nelle manifestazioni pacifiche organizzate assieme al Copinh (un’organizzazione fondata da Berta nel 1993 in difesa del territorio).

Il 3 marzo 2016, per ironia della sorte la Giornata mondiale della natura, Berta viene uccisa all’interno delle mura della sua casa, freddata da un gruppo di sicari.

Forse Berta ci ha lasciato quella notte, ma è rimasto qualcosa di molto più prezioso: i semi di una lotta per la difesa dell’ambiente combattuta ancora oggi da chi ha a cuore i diritti della natura.