Possiamo ragionevolmente pensare che Matteo, nel raccontarci il momento in cui Gesù viene adorato dai sapienti, dai magi che vengono da oriente, avesse bene in mente la pagina di Isaia che abbiamo appena ascoltato laddove al v.6  annuncia il sopraggiungere a Gerusalemme di uno stuolo di cammelli, di dromedari provenienti da Madian, da Efa e da Saba… nomi che detti così non ci dicono nulla, ma se li rivisitiamo nella geografia attuale corrispondono a un’area che va dall’Arabia fino all’ attuale Yemen (Saba)… per cui il messaggio che possiamo intuire è di struggente attualità: c’è una luce di speranza, c’è una stella che orienta anche laddove trionfa la violenza e la guerra.

Non solo, ma se ascoltiamo il vangelo di oggi tenendo in mente il passo di Luca che abbiamo ascoltato domenica scorsa, quando Gesù nella sinagoga di Nazaret applica a se stesso il passo di Isaia:

18Lo Spirito del Signore è sopra di me; … mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncioa proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19a proclamare l’anno di grazia del Signore.

Le quattro categorie di persone destinatarie dell’annuncio di Gesù, alla luce della visita dei magi d’oriente, non sono solo ed esclusivamente categorie interne al popolo d’Israele. Il Signore viene per il povero, per l’oppresso, per il cieco e per il prigioniero che appartiene al popolo ebraico, che appartiene alla chiesa diremmo oggi, ma che appartiene a qualunque nazione, a qualunque popolo.

Ma ancora, c’è un altro elemento che non dobbiamo sottovalutare, perché a ben guardare per l’Israele del tempo di Isaia da Madian e da Saba non potevano che venire dei nemici, dei popoli ostili… popoli che Matteo vede inginocchiarsi davanti a un bambino di nome Gesù. C’è una sapienza da imparare. Qui è tutto il vangelo e la sua capacità di cambiamento, una capacità nella quale abbiamo smesso di credere forse, ma lasciamoci stupire di come nell’incontro con Gesù il nemico si possa trasformare in portatore di doni.

Le tre statuine che abbiamo messo nel presepio, hanno un messaggio potente e strepitoso. Questi forestieri da potenziali nemici, si trasformano in generosi ospiti. Non è una favola per i bambini, è una pagina di storia: ci sono dei sinceri cercatori di Dio, di pace, di giustizia in mezzo a tutti i popoli, anche in quei popoli che possono essere considerati avversari e nemici da eliminare.

Certo non siamo ingenui, né stupidi, ma non possiamo nemmeno generalizzare, perché il Signore opera e agisce per vie a noi imperscrutabili. Questa è l’epifania di Dio: ci sono semi del suo amore e della sua sapienza fuori dai nostri recinti anche religiosi, mentre ci sono semi di odio, di violenza, di morte dentro i nostri stessi recinti, proprio come a Gerusalemme.

C’è una stella che bisogna saper vedere, anche nella notte del tempo, ma d’altronde le stelle si vedono di notte e non di giorno. Certo sono tante anche le stelle del cielo, eppure ce n’è una che orienta, guida, sostiene, è riferimento sicuro per chi vuol camminare. Chi sta nel palazzo non la vede, non se ne cura.

E per guardare questa stella non occorre una patente, non c’è bisogno di un’appartenenza, di una carta d’identità: la stella è visibile per tutti, per tutti coloro che cercano, a qualsiasi popolo appartengano.

E questa stella guida verso una sapienza nuova, quella sapienza nella quale il nemico, l’altro, l’avversario, da ostile diventa portatore di doni. Questo non perché siamo o dobbiamo essere buoni, ma perché l’altro è un dono di Dio: i cuori di ognuno di noi sono fatti per lui. Sono stati creati per camminare verso la capacità di amare sempre di più. Siamo fatti per questo.

Poi però siamo stati anche feriti e resi più fragili da fattori di ogni tipo: gli altri non si sono fidati di noi e noi abbiamo perso fiducia in noi stessi; la delusione e il conflitto ci hanno amareggiato… E allora cosa facciamo? Impariamo la sapienza verso la quale ci guida la stella del Vangelo: questi cercatori non se ne stanno chiusi in se stessi, ma si mettono alla ricerca dell’altro, dell’Altro e in maniera misteriosa lo scoprono come oro, balsamo e profumo.

L’Altro è Gesù prezioso come e più dell’oro, del nostro denaro e delle nostre cupidigie.

L’Altro è Gesù balsamo e come mirra per le ferite. Proprio quando siamo tentati di chiuderci per le delusioni, le amarezze, il dolore, il Signore ci manda l’altro perché ci apriamo al dono.

L’Altro è profumo, l’accoglienza è profumo d’incenso che rende l’aria più respirabile. È stato proprio per l’aria fetida che ammorbava le strade per i cavalli, i cammelli, le greggi… e che entrava anche nei palazzi, che si  introdusse l’incenso per renderla più gradevole. Così oggi Gesù è il profumo che per l’aria del nostro mondo.

Siamo epifania quando amiamo, quando accogliamo il dono dell’altro e quando ci facciamo dono, perché oltre la cultura del successo e della competitività, c’è la cultura della relazione quella in cui si impara ad amare.

La maggior parte dei nostri giovani cresce dentro una cultura che insegna ad essere forti, capaci, persone di successo. Fin dall’inizio viene inculcato che nella vita bisogna riuscire. Perciò sono costretti a creare dei sistemi di difesa che permettano loro di salire più in alto degli altri, mostrando una bella facciata e provare a tutti di essere una persona brillante richiede tempo e tante energie.

Il mistero del Verbo fatto carne che i Magi incontrano e davanti al quale portano doni e non armi, consiste nel fatto che, diventando umano, il Figlio di Dio è diventato anche fratello di tutti noi, un essere umano come noi.

Di che cosa siamo epifania? Cominciamo dalle nostre case perché la stella si è fermata proprio sopra la casa, le nostre case sono epifania del dono, dell’accoglienza, della preghiera?

Siamo disponibili ad accogliere i cercatori di Dio da qualsiasi popolo, religione, cultura provengono?

Oppure anche noi abbiamo in casa il nostro Erode, che è l’impostore, l’opportunista, l’ipocrita che semina violenza e morte? Non è un caso che nel presepe non ci sia la statua di Erode, perché il delinquente l’abbiamo in casa.

Di che cosa sono epifania le nostre chiese? Di chiusura settaria, di paura, di mediocrità? O sono luoghi di incontro, di rispetto, di dialogo?

I Magi ci insegnano anche una sapienza con cui trattare il malvagio, l’Erode di turno. Quando Matteo scrive il suo vangelo aveva davanti una comunità di discepoli impauriti e confusi che si aspettavano i risultati della loro fede e invece dovevano fare i conti con persecuzioni, abbandoni e sfiducia. Una comunità immersa, per dirla con Isaia, in una nebbia che impediva di vedere un futuro, dove sembrava ancora una volta che l’Erode di turno l’avesse vinta.

Matteo risponde rileggendo la nascita di Gesù alla luce dell’Esodo e della sua pasqua. L’opposizione tra Erode e Gesù è analoga all’opposizione Egitto e Israele, tra Mosè e il faraone.

Il Signore non chiese a Mosè di rovesciare il faraone e di prendere il potere in Egitto per liberare Israele dalla schiavitù. Il Signore dice: fidati di me! Esci e vai verso la terra che io ti darò. Tu cammina e fidati.

E così i magi per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Anche il navigatore dei Magi ha dovuto ricalcolare il percorso! È un particolare strano, faticoso, sudato: la tentazione di Erode era infingarda, tremenda, ambigua. I Magi scelgono la fragilità di un Bambino all’arroganza di un incapace travestito da potente: lo si adora e poi si ritorna a casa «per un’altra strada».

Perché questa è la nostra storia con Gesù: dopo averlo incontrato quasi mai la strada per la quale sei giunto sarà ancora una strada amica. Puoi anche ricordare com’eri e dov’eri quando lo incontri, ma non potrai mai immaginare dove ti condurrà dopo averlo incontrato.

Nel Natale del 1940, nel campo di concentramento di Treviri, J.P. Sartre fece dire a Baldassarre in risposta al disperato Bariona: « È vero che noi magi siamo molto vecchi e molto saggi e conosciamo tutto il male della terra. Tuttavia quando abbiamo visto quella stella in cielo, i nostri cuori hanno fatto un balzo di gioia come quello dei fanciulli e noi siamo stati simili a dei bambini e ci siamo messi incammino, perché volevamo compiere il nostro dovere di uomini, che è quello di sperare».

Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati, ma ci chiede di essere epifania di questa profonda inquietudine. Se non camminiamo così, Dio muore sulla terra, che Dio sia Dio io ne sono causa (dice Silesio), se non viviamo così, se non amiamo così… Dio rimane senza epifania, perché questo è il nostro dovere di uomini: essere segno visibile della sua presenza e renderlo vivo in questo inferno di mondo, dove pare che lui non ci sia.