“In Italia una madre può partorire senza che rimangano annotate le sue generalità nel certificato che attesta la nascita. Si tratta del parto anonimo, che impedisce si instauri il rapporto di filiazione tra madre e figlio e che operi la presunzione di paternità del marito della donna, se questa è coniugata”.

Come scrive Zagrebelsky, una legge del 1983 impedisce che alle persone adottate venga rivelata l’identità dei genitori, ma, in tempi recenti, è emerso come diritto fondamentale della persona quello di risalire alle proprie origini.

Fino ad una sentenza della Corte di Strasburgo del 25 settembre del 2012 che ha portato la Corte Costituzionale a chiedere al legislatore di comportarsi di conseguenza.

Luisa Bossa, parlamentare del PD, aveva presentato in passato una proposta di legge che recita: «L’adottato può accedere a informazioni che riguardano la sua origine, comprese quelle concernenti la procedura di adozione, i dati sanitari, i periodi di permanenza in istituti o altro».

Il testo prevede che l’adottato non riconosciuto, che abbia compiuto i 25 anni di età, possa rivolgersi al tribunale per i minorenni «del luogo di residenza, il quale, valutato il caso, è tenuto a informare la madre e il padre naturali della richiesta di accesso alle informazioni da parte dello stesso adottato e a richiedere il loro consenso al superamento dell’anonimato».

Il voto in aula a riguardo potrebbe avere luogo, al più presto, tra il 25 e il 30 maggio. Un nodo, ben descritto dallo stesso Zagrebelsky su La Stampa in edicola il 12 maggio 2015, sarà l’eventuale retroattività della nuova legge.

Come Fondazione Arché invitiamo a seguire con attenzione una vicenda legislativa strettamente inerente l’essere mamma. E anche essere figli.

Immagine| @Gabriela Pinto