Ricordo la prima volta in cui papà, mentre eravamo in montagna, mi prese a cavalluccio sulle sue spalle. Da lassù lo sguardo si aprì fino ad abbracciare il mondo, almeno nella mia percezione, non perché mi sentissi il centro del mondo, tutt’altro anzi la sensazione più bella fu di appartenere a una dimensione che la quotidianità non riusciva, per ovvie ragioni, a darmi. Stare sulle spalle dei giganti per scoprire il mistero della vita, del mondo, del creato e della storia.

Ognuno di noi ha i suoi giganti, quelli che consideriamo tali e che ci permettono di salire un poco sulle loro spalle per aprirci al mistero. Volendo calcare l’immagine, posso dire che ancora per tanti anni sono salito sulle spalle di un altro gigante, il cardinale Martini, e come tanti mi sono appoggiato a lui e ancora oggi, a distanza di otto anni dalla sua morte, mi trovo a salire le sue spalle per sperimentare la beatitudine e l’ebbrezza del mistero. Devo anche dire che lui, che pure era fisicamente imponente, non esitava ad abbassarsi per far sì che il bambino o la bambina di turno potessero salire sulle sue spalle. Avevamo aperto da poco la prima casa accoglienza quando una sera verso le 21 si presentò alla porta e finì per trascorrere tutta la sera ad incontrare le mamme e ad ascoltarle una per una. Un gigante che permette al teologo come alla donna sconquassata di poter contare sulle sue spalle robuste per dischiudere anche a loro un orizzonte di speranza.

Ricordo anche una seconda esperienza: quando provai l’ebrezza dell’altalena. Ancora oggi quando mi capita, anche se è sempre più difficile trovare altalene in città, trovo affascinante fare la fatica di staccare i bambini dal tablet o dal cellulare, per insediarli nell’altalena. È lì che il bambino come sospeso, si slancia dalla terra, si stacca dal manipolabile per sfiorare quello che per lui è il cielo. Il sorriso specie all’inizio tradisce la commistione di gioia e di paura. Ma d’altronde affacciarsi al cielo non vuol dire evadere in un iperuranio di idee e di perfezioni improbabili, quanto piuttosto tenere insieme la gioia e la paura, il timore e la bellezza nella gratitudine per colui non ti tiene sempre e solo stretto a sé, ma ti solleva sulle sue spalle e ti dà lo slancio per andare oltre.

Costruiamo altalene, sono esperienze di cielo.

P. Giuseppe Bettoni, presidente di Fondazione Arché

Articolo pubblicato su La Repubblica (ed. Milano), il 15 agosto 2020.