Nella corsa per la ricerca di un lavoro non partono tutti dalla stessa riga di partenza. Ci sono atleti più avvantaggiati, c’è chi non ha ancora fatto il primo passo e ha già diversi metri di ritardo. Spesso questi ultimi hanno una grande motivazione, ma non sempre è sufficiente. È quel popolo di “svantaggiati” sul piano sociale di cui la società si cura poco: i rifugiati, le donne della tratta, i rom, le persone con disagio psichico e certamente anche le mamme di Arché. Incrinate nella loro autonomia abitativa e familiare, sono quindi penalizzate sul fronte lavorativo.

Ne abbiamo parlato martedì 26 maggio nella Sala degli Archi di Corso Garibaldi 116: Chiara Bisconti, assessora del Comune di Milano, e Giuseppe Sala, responsabile Area Lavoro della Caritas Ambrosiana, ci hanno accompagnati in una nuova puntata del laboratorio di cittadinanza solidale partito l’anno scorso. Il tema, questa volta, era quello del diritto al lavoro, uno dei tasti più dolenti, visto lo stridente contrasto fra il bellissimo articolo 1 della Costituzione Italiana e la situazione attuale di diffuso precariato e alta disoccupazione, soprattutto fra i giovani.

I diritti che ruotano intorno al concetto di cittadinanza attiva sono tanti – ha detto l’assessora Bisconti, che si occupa di Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero, Risorse umane, Tutela degli animali, Verde, Servizi generali – penso al diritto dei giochi nel cortile, al diritto allo sport, al diritto al tempo libero, penso anche alle scuole aperte oltre le quattro di pomeriggio che consentirebbero a molti genitori di alleggerirsi dallo stress degli orari e dei costi. Ma la vera sfida, a proposito di lavoro, è quella del cosiddetto lavoro agile”.

È in effetti una specie di frontiera culturale: abbandonare l’idea rigida di un “posto di lavoro” fatto di scrivania, sedia, ufficio, cartellino da timbrare e orario di lavoro, e abbracciare la nuova prospettativa del lavoro da casa, fluido, flessibile, confezionato a misura dei bisogni dell’azienda (e del lavoratore) e degli obiettivi da raggiungere: “Significa scardinare una struttura che ormai è divenuta troppo rigida – ha detto Bisconti – una struttura che prevede la presenza di una persona da un’ora al mattino ad un’altra ora alla sera, che si irrigidisce inutilmente per qualche minuto di ritardo, e pensare invece alla promozione del part time, del telelavoro, del lavoro appunto agile”. Secondo l’assessora e il Comune di Milano, che sta spingendo molto verso questa nuova frontiera, questa flessibilità consentirebbe alla persona di lavorare da dove vuole, di risparmiare chilometri di automobile e code, soldi di benzina, ore di tempo e alle aziende di risparmiare costi di gestione delle strutture.

Allora, la sottrazione produce un valore: se liberi due ore di tempo ad una persona, hai qualche chance in più che possa reinvestirle nella comunità. Se alleggerisci i costi strutturali delle aziende, hai qualche chance in più che quei fondi possano essere investiti nella responsabilità sociale.

Fin qui il lavoro che cambia, ma che dire sul lavoro che.. manca? “Perché certo, parlare di come cambia il lavoro è importante, e quella del lavoro agile è un’interessante prospettiva, anche se si porta dietro delle possibili conseguenze negative come il lavoro nero, il lavoro insicuro, il lavoro sottopagato – ha detto Giuseppe Sala – ma che dire allora della mancanza di lavoro? A volte ho la sensazione che la società tuteli di più chi lo ha perso che chi non l’ha mai trovato, i disoccupati piuttosto che gli inoccupati. Eppure, il lavoro è un diritto per tutti oltre che un dovere. Ed è mettendo insieme questi due aspetti che si realizza pienamente la dignità delle persone”.

Giuseppe Sala, che ha lavorato anche per la Fondazione San Carlo (che a Milano si occupa di sostegno alle persone in difficoltà, nel lavoro, nella casa, nella formazione e tramite la concessione di microcrediti), ci ha raccontato come sia complicato, spesso, aiutare persone svantaggiate ad inserirsi nel mercato del lavoro. “Forse ci sono più chance per chi è laureato e può inventarsi una start up oppure rispondere ai nuovi bisogni della società. Ma per altri, per tutte quelle persone non scolarizzate, straniere, senza competenze, ci sono spesso solo lavori legati ai servizi alla persona, nei quali tutto è in nero”. In questa cupa prospettiva, c’è però un “luogo” di possibile rinascita che Sala intravede: quello del ritorno alla terra, ovvero del ritorno a lavori legati all’agricoltura.

In generale, vorrei infine riflettere sul fatto che il lavoro non deve essere considerato solo come merce di scambio – ha detto – ma anche come forma di azione per il bene della comunità, come forma di operatività, come un modo per fare la propria parte per spingere in avanti questo Paese”.

Stefania Culurgioni