«Tu riesci a immaginarti senza tua mamma?».

«Io? No. Ma io non riesco neanche a pensarmi senza mio padre, eh. E ho una capacità immaginativa piuttosto attrezzata. Però, secondo me, il diritto dei bambini ad avere una famiglia non va preso da questa parte».

«Diccelo tu da che parte va preso, allora».

«No, ecco, non è che io sappia da che parte vada preso. La trovo una questione delicata e sfaccettata, di cui preferisco ascoltare piuttosto che dire, e mi avvedo che la discussione che ha infervorato (con toni anche disturbanti) l’opinione pubblica quest’anno mi ha insegnato qualcosa. La legge deve tutelare i più deboli… Dovrebbe farlo, insomma. E i più deboli, prima di tutti, sono i bambini.

Sui secondi più deboli se ne discute, pare che se la giochino i gay e le famiglie tradizionali, per quanto sia da sottolineare che spesso i diritti degli altri da noi non limitano i nostri diritti.

Comunque sia, i più deboli sono i bambini, e tra loro sono riconoscibili sottogruppi di vulnerabilità ancora maggiore: i bambini in situazioni di disagio, per esempio, tra i quali si contano i bambini senza genitori. Non è vero che si contano, perdonatemi: nel mondo sono così tanti che se ne è perso il conto.

Ecco: il diritto dei bambini consiste nel ricevere affetto continuativo, da più persone possibili. Chiaro che una famiglia aiuti, nell’ottemperamento di questo diritto. Io non riuscirei a pensarmi senza i genitori e non certo perché loro sono biologicamente i miei genitori (cioè coloro che mi hanno generato), ma perché sono le persone che mi hanno accudito ed educato.

Forzo linguisticamente il discorso, tenetevi stretti: io non riesco a pensarmi senza “i genitori o chi ne fa le veci”, che, nel mio caso, corrispondono ai miei genitori. Perché non riesco? Perché credo che noi siamo le persone che abbiamo incontrato nella nostra vita, quelle cui abbiamo voluto dare spazio, e trascino così nel mio discorso il Calvino de “Le città invisibili”».

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

«Citazione scontata, me ne scuso, ma mi serviva: io credo che l’inferno dei viventi sia l’assenza. L’assenza di affetto, di serenità, di armonia. L’assenza. Quali adulti si diventa se non si ha incontrato grandi (nel senso di adulti, ma anche gli altri significati vanno bene, aggettivo compreso) positivi cui ispirarsi?

Il mio non vuole essere un appiattimento, so di non saperne di educazione, psicologia, genitorialità. Però io non penso che l’omosessualità renda una persona meno adatta ad essere genitore (o chi fa le veci del bambino): penso semmai che quella persona non andrà a formare una famiglia tradizionale mamma-papà-bambina/e/o/i.

A Milano, secondo i dati del Comune, nel 2014 abitavano 125.670 coppie con figli (-16% rispetto al 2003) e 92.343 monogenitori con figli (+27%): a questi trend si dà una lettura differente a seconda del proprio punto di vista, ma descrivono una realtà in mutamento, cui il quadro legislativo deve adattarsi».

«Si sa, è una vita difficile».

«Aspetta, non generalizzare, per qualcuno lo è più che per altri».

«Sì, ma tutti abbiamo il diritto di essere amati».

«Vero, è quello che ho scritto, soprattutto i bambini».

«Tutti, però, siamo chiamati anche ad amare».

Paolo Dell’Oca

Immagine| @FrankGuido