Giuseppe Stoppiglia, prete e viandante così come amava chiamarsi, ha incrociato la vita e la storia di Arché qualche anno fa e ne è rimasto innamorato. Lui per anni aveva vissuto accanto a chi nella vita prova a farcela e camminava sempre con una marcia in meno degli altri: per stare al fianco delle persone indifese, o delle vittime di ingiustizia, degli ultimi o semplicemente di chi è messo ai bordi della vita. Non gli importava che fossero donne, uomini o bambini. Tanti ne aveva incontrati nel corso di una vita che lo aveva condotto prima in fabbrica come prete operaio e poi in Brasile e Argentina a fianco dei meninos de rua, i bambini di strada delle megalopoli latinoamericane. Proprio in Brasile fondò la sua Macondo, associazione per l’incontro tra i popoli di cui rimase presidente fino al 2014.

Nei suoi viaggi tra Italia e Sud America, incrociò la sua strada con quella di Arché di cui rimase colpito per la profonda attenzione riservata al percorso educativo delle donne e dei bambini affiancati.

Ogni donna è nostra sorella, ogni donna è nostra madre. Se non si rispetta in ogni donna l’immagine della madre, di propria madre, l’identità altra che c’è in lei, come potrà l’uomo rispettare sé stesso?… È il razzismo contro la donna, perpetuato dai mass media e dalle stesse istituzioni che più dovrebbero combatterlo, compresa la Chiesa cattolica e tutte le altre chiese cristiane.

Scriveva così don Giuseppe Stoppiglia, esprimendo quel sentimento di vicinanza solidale e profonda con le donne e i bambini che vedeva tradotto nella realtà quotidiana proprio in Arché.

Riusciamo a restare umani fino a quando esiste in noi la speranza della vita, della bellezza, della gioia e in quel momento siamo in grado di fare cose incredibili, ma tutto cambia appena perdiamo il senso della vita, appena ci accorgiamo che il “sale” è diventato scipito

Le sue parole, la sua visione della vita, ispirata dalla fede, ma autenticamente laica, erano grondanti di speranza, pur nella consapevolezza dell’esistenza del male e della costante possibilità dei fallimenti. Ma, da profondo conoscitore delle contraddizioni del presente ma anche interprete di un futuro possibile, sapeva guardare oltre la cortina superficiale di quanto accade nella quotidianità.

E indicava nelle donne le protagoniste di questa scoperta di sé e del mondo nuovo che ci aspetta.

Ripeto spesso (troppo) che la tenerezza, la delicatezza, la costanza, la libertà dell’intuizione, la generosità dei sentimenti, la compassione, l’intelletto d’amore, la fantasia, la creatività che la donna custodisce dentro di sé come patrimonio spirituale, è la scoperta della dimensione dell’anima

Attraverso di loro, nelle difficoltà e nelle gioie, poteva avvenire una presa di coscienza autentica e benefica di quanto succede nel mondo intorno a sé perché

il contrario del bene non è il male, ma l’indifferenza. Il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza. Il contrario della verità non è l’errore, ma l’indifferenza.

Insieme agli altri, e mai da solo, ha fatto il possibile per vincere il sentimento dell’isolamento e dell’indifferenza nella consapevolezza che, sempre più, le persone sono interconnesse e legate da un destino comune, a prescindere dalla provenienza.

Giuseppe Stoppiglia ha ascoltato questo grido, se n’è fatto carico e ha provato a dare qualche risposta, senza aver mai perso di vista l’onere e la responsabilità di porsi prima delle domande. Per capire, o almeno tentarci, le cause prime dell’ingiustizia, provando anche a scoprire e svelarne i responsabili. Attraverso un percorso formativo condiviso, l’unico possibile per rendere i giovani, a partire da quelli delle classi subalterne, i protagonisti.

A guidarlo c’era una frase di Pablo Neruda che gli piaceva tanto, dando il senso a una vita, la sua, vissuta a fianco degli ultimi: “Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera”.

Adriano Cifelli, animatore della Corte di Quarto

Pubblicato sull’ArchéBaleno #62 “Fragili tutti”