Nella passione di Gesù raccontata da Giovanni ci sono tutti: militari, politici, preti, donne, popolo, amici. Tutti coinvolti a causa di Cristo, di un Gesù che non si sottrae, non cerca di salvarsi la pelle, non ha nemmeno un avvocato. Tuttavia non è uno che cerchi la morte, anzi non ha proprio voglia di morire. Sembrerebbe uno dei tanti che nella storia sono nati dalla parte sbagliata, tra coloro che subiscono e che vengono spinti sempre più in basso nell’abisso dei diritti e della giustizia. Al punto che il verbo più usato da Giovanni per Gesù è il suo essere “consegnato”.
Gesù viene consegnato da Giuda ai sacerdoti, viene poi consegnato dai sacerdoti a Pilato, ancora questi lo consegna ai soldati perché eseguano la condanna. Quanta gente viene “consegnata” a un destino di morte, di schiavitù, di paura? Il potere è nelle mani di chi decide degli altri, della vita degli altri. Di personaggi come Ponzio Pilato è pieno il mondo: «Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?».

Pietro nel giardino ragiona allo stesso modo, quando con tentativo maldestro di difendere Gesù mette mano alla spada. Il potere, ne è convinto anche il primo Papa, sta nelle mani di chi impugna la spada. Pietro ha visto Gesù fare cose straordinarie e sa che è anche un tipo che ha dei numeri e potrebbe difendersi. Spera che Gesù si salvi prendendo in mano il potere secondo le aspettative, ma quando vede che Gesù non si difende, che Gesù si oppone al male e al potere, anzi resiste al male in un modo che non si aspettava, cioè come oppresso e come giusto che porta su di sé l’ingiustizia, allora Pietro dice: Io questo Gesù non lo conosco. E così dice la verità, la sua verità.

Per questo lo rinnega. Non riesce nemmeno a stare sotto la croce. Come reggere la vista di un uomo crocifisso, ovvero un uomo posto in una condizione di totale impotenza e reso spettacolo macabro, destinato a morire tra atroci sofferenze sotto gli sguardi di tutti? Da quella prospettiva, inchiodato al legno, Gesù può vedere ciò che accade sotto di lui: da una parte quattro soldati che si giocano le sue vesti, dall’altra, quattro donne. E cos’è il mondo oggi? È ancora questione di soldati e di donne. Pensiamo a quanti sono crocifissi oggi, dalla violenza, dall’indifferenza, dalla paura, dalle bombe, dall’esclusione… tutti poveri cristi che Cristo dalla croce continua a vedere insieme alle donne, a quelle donne che mettono al sicuro i figli, a quelle che curano i feriti, a quelle che si sacrificano, a quelle che sanno resistere sotto il peso del dolore. Quando rivolgendosi alle persone che vede sotto di sé, Gesù dice: Donna ecco tuo figlio. Ecco tua madre, pronuncia parole drammatiche proprie di chi si preoccupa della madre e del suo futuro, ma che hanno un senso che va oltre, parole che dicono che l’amore va avanti, non si ferma.

Gesù vive così la sua morte, almeno per quello che riesco a comprendere oggi, come una morte che genera, che fa nascere qualcosa di nuovo, una morte feconda e generativa di persone che non si riducono schiave del potere e non vivono del dominio sugli altri, ma dell’amore e del servizio. Giovanni giunge a raccontare il morire di Gesù come un atto vitale: E chinato il capo consegnò lo spirito. Chinato il capo: vuol dire che si rivolge proprio a loro, a Maria e a Giovanni, per donare come estremo gesto d’amore il suo spirito, il suo soffio vitale, ciò per cui noi viviamo e respiriamo. Il potere dà la morte, ma muore con essa. L’amore può anche morire, ma vive nella morte e dà la vita.

 

Pubblicato sull’edizione milanese di Repubblica, il 14/04/2022