Intervista pubblicata il 3 gennaio 2023 sulle pagine milanesi de La Repubblica.

Carlo Annovazzi: Padre Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Fondazione Arché: c’è il rischio di una Milano a due velocità?
P. Giuseppe Bettoni: “Più che il rischio direi che è già tristemente realtà. Con una aggravante: che non vedo le premesse affinché la situazione migliori. Anzi, le disparità vanno sempre più acuendosi”.
Che cosa la fa essere così pessimista?
“La mia esperienza diretta sul territorio. Ho indicatori sulla zona nella quale vivo con la mia comunità, Quarto Oggiaro. Ebbene, è il quartiere con il reddito più basso e con il tasso più alto di abbandono scolastico. Quindi le difficoltà economiche incidono direttamente e pesantemente sullo sviluppo della vita futura. Perché se lasciamo fuggire i giovani dalla formazione primaria, che futuro potranno avere nella società? E poi leggo altri indicatori. Il carcere Beccaria, per esempio”.
In che senso?
“Prendiamo le reazioni all’evasione di Natale. Ho sentito quasi solo parole di rabbia, di richieste di punizione. E nessuno a chiedersi invece il perché, cercare di capire da dove venivano questi ragazzi, quale vissuto c’è dietro. Non si riesce più a ragionare se non in modo istintivo, irrazionale, si spinge sulle reazioni di pancia. E così c’è il rischio di aumentare ancora di più le tensioni sociali”.
Come si deve provare ad agire?
“Lavorare non solo sulla sicurezza ma soprattutto sul tessuto sociale, puntare a ricreare una base culturale non elitaria ma di conoscenza, formare l’individuo dandogli gli strumenti per inserirsi nella società”.
So già l’obiezione: sono parole da prete.
“E proprio qui sta l’errore, la città è fatta da chi la vive ma se noi allontaniamo che dovrebbe viverla come pensiamo che la situazione cambi? Lei sa qual è il primo passo per poter vivere in un luogo?”
Avere una casa?
“Giusto. Ma a Milano chi può permettersi non dico una casa di proprietà ma un semplice affitto? Vedo crescere una logica esclusiva e quindi espulsiva, un affitto per una coppia con un figlio supera i mille euro al mese che sono quasi uno stipendio. E per i più giovani che non hanno genitori alle spalle o un patrimonio ereditato vivere diventa impossibile. Quando ero giovane io sentivo parlare dell’ascensore sociale, i miei genitori sapevano che, con gli sforzi, avrebbero avuto un futuro sempre migliore, anche la mia generazione ha sempre ragionato così, i giovani di adesso non possono invece nemmeno pensare al futuro visto che faticano già a vivere il presente”.
Che cosa dovrebbe fare Milano?
“Fermarsi ad ascoltare il grido di dolore, soprattutto dei giovani. La capacità di ascolto è sparita. Eppure mai come ora la gente ha bisogno di trovare un interlocutore e invece non c’è più nemmeno un prete per chiacchierare come cantava Celentano, perché anche noi preti siamo pochi e con sempre più cose da fare. I due anni di Covid hanno accresciuto i problemi psichici ma chi ha potuto farsi curare? Chi aveva e ha i soldi per la sanità privata. Noi a Quarto Oggiaro abbiamo uno sportello di ascolto con specialisti, in un anno le persone assistite sono state trecento. Trecento. Tantissime. Ora Intesa ci ha finanziato un altro anno ma questa non dovrebbe essere l’eccezione, garantire la cura dovrebbe essere la normalità. Ma non è così”.
Milano però ha realtà anche laiche che si battono per il prossimo, sono un’eccellenza.
“E per fortuna che ci sono e che lavorano tanto e bene. Ma si fa sempre più fatica. Va ripreso il dialogo tra le parti sociali, questo è l’unico modo per uscirne”.
Voi come Fondazione Arché avete avviato con Coima un progetto per unire i territori, per far lavorare in centro e portare benessere fuori. Come sta andando questa esperienza?
“Molto bene. E io credo che Milano abbiamo bisogno di tante iniziative come questa. Le possibilità ci sono, si tratta di attivare gli imprenditori illuminati, di creare collegamenti”.
Padre Bettoni, c’è una luce, anche fioca, per la nostra città?
“Io sono un dannato della speranza e quindi ci credo. Ma dobbiamo abbattere quel muro che separa il mondo produttivo da chi fa fatica a entrarci. Riattivare energie positive e formare nuove grandi anime della città”.




