Non solo una commemorazione ma una data che ci interroga nel nostro presente. È il 27 gennaio, il Giorno della Memoria, quando l’Armata Rossa aprì i cancelli di Auschwitz. Da quel giorno il mondo non poteva più dire di non sapere dell’orrore dello sterminio nazista: milioni di innocenti deportati e condannati alla morte nei campi allestiti dal Reich nazista e dai suoi alleati sul continente europeo.

La sua memoria arriva fino a oggi e ci interroga affinché «la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz non sia una lapide alla quale accostare un fiore una volta ogni tanto», come ha scritto il presidente di Fondazione Arché, p. Giuseppe Bettoni.

«Il Giorno della Memoria ci insegna che non può più essere il piano della paura a dettare le regole della convivenza e della politica». Altrimenti il rischio è quello di «scaricare semplicemente sui più deboli e sui più fragili la colpa, anzi di scaricare banalmente il male per usare le parole famose di Hannah Arendt»

Lo stesso era avvenuto nella Germania degli anni ’20 e ’30 quando, prosegue p. Giuseppe, in un paese «provato e frustrato la gente fu pronta a consegnarsi a qualcuno, sia pure intellettualmente povero… Il quale attraverso la dinamica del capro espiatorio (in quel caso gli ebrei e prima ancora coloro che avevano una qualche menomazione) diede fiato all’orgoglio nazionalista e sovranista cui la gente potesse aggrapparsi per superare la paura del presente».

Ecco, è proprio la paura il sentimento che portò «un grande paese colto, avanzato e complesso come la Germania a seguire un nullafacente austriaco, un omuncolo poco dotato intellettualmente, incapace di amicizie e senza esperienza di governo». E che ancora oggi permette, dall’altra parte dell’Oceano, a un presidente come Trump di promettere di erigere un muro tra USA e Messico.

«La paura ci rende pazzi», aveva sentenziato lo scorso anno Papa Francesco, rispondendo alle domande dei cronisti sul volo verso Panama.

Per questo, nella Germania di allora così come oggi, affidarsi e farsi guidare dalla paura «è un inganno, una falsità, un’impostura che non riconosce le questioni che dividono l’umanità e che sono radicate invece nella profonda ingiustizia che governa il mondo», conclude p. Giuseppe.