
“Ho scoperto di essere HIV-positivo il 2 Dicembre 2008.
Di quel giorno ricordo la voce della dottoressa che mi diceva “C’è un problema…”, le successive spiegazioni in merito a quella che sarebbe stata la procedura medica di accertamento dell’esito dell’esame ed il mio piangere a dirotto una volta tornato a casa. I pensieri che avevo in quei momenti erano di morire nell’ arco di pochi anni, della paura di perdere le persone a me care ove avessi svelato la cosa, di deludere tutti ed in primis forse me stesso per “essermela andata a cercare” con comportamenti sessuali promiscui ed a rischio e quindi di celare tutto, nascondere, dimenticare! Ho poi un vuoto sui giorni successivi. Non ricordo molto…Forse ho ripreso immediatamente la vita routinaria e quotidiana per allontanare da me quei pensieri.”
Le parole che Andrea, 38 anni, ci ha inviato per la Giornata Mondiale contro l’AIDS sono un richiamo forte a non abbassare la guardia sul virus HIV e sulla malattia e a sensibilizzare i giovani sui rischi che si corrono, oltre a non dimenticare chi ne è affetto e chi ne è morto. Sì perché anche nell’anno del Covid-19 non bisogna dimenticare una pandemia più subdola e più letale, quella dell’HIV, che, sin dalla sua identificazione nel 1984, ha ucciso oltre 35 milioni di persone nel mondo.
“Un ricordo positivo di quei giorni è legato ad un aiuto psicologico offertomi dalla LILA; la psicologa con la quale mi sfogai mi disse: “Oggi vedi l’HIV come enorme, invade tutta la tua persona ed il tuo io è lì indifeso e piccolo piccolo; vedrai che con il passare del tempo, degli anni, tu riprenderai possesso della tua anima, dei tuoi pensieri, della tua persona e sarà l’HIV a diventare piccola piccola. Così è stato! “Io non sono l’HIV”
Ecco era questo anche lo spirito delle origini di Fondazione Arché che nacque proprio 30 anni fa per affrontare l’HIV pediatrico. Perché una persona, una bambina o una bambino non fosse solo la sua malattia ma potesse esprimere e conservare la sua umanità, riuscendo a inventare ogni giorno la speranza come recitava uno degli slogan delle origini di Arché. Ora, sul versante del virus e della malattia, la situazione è migliorata, grazie ai progressi della medicina e alla diffusione di una maggior consapevolezza: nel 2019 sono state effettuate 2.531 nuove diagnosi di infezione da Hiv pari a 4,2 nuovi casi per 100.000 residenti mentre sono 571 i nuovi casi di Aids (0,9 nuovi casi per 100.000 residenti) con una diminuzione complessiva della proporzione di persone con nuova diagnosi di Aids che scopre di essere Hiv positiva. Anche il numero di decessi è rimasto stabile, pari a poco più di 500 casi all’anno.
Eppure c’è qualcosa che non è cambiato in questi anni. E riguarda non solo l’HIV ma anche ogni forma di esclusione e di discriminazione.
“Oggi sono passati più di 10 anni, sto bene, sono in salute ed è proprio per questo che ancora oggi mi feriscono episodi e battutine. In merito alla malattia, c’è ancora lo stigma e purtroppo tanta ignoranza”, dice Andrea che ammette come “nel corso di questi anni tante cose sono cambiate, la medicina ha fatto passi da gigante e l’HIV, per chi ha la fortuna di poter accedere alle cure, non è più un mostro che condanna a morte certa. Ciò che però purtroppo non è ancora cambiato è lo stigma legato alla malattia e purtroppo l’ignoranza che ancora c’è in giro a riguardo.”
Ecco, è questo il senso dell’impegno di Arché. Nel 1991 così come oggi.