Gioie e dolori sono i pro e i contro del lavoro degli educatori: volendo essere sintetica, potrei definire le gioie come la buona riuscita di un progetto, un esito positivo di un accompagnamento di un nucleo, mentre i dolori come il loro esatto contrario, ovvero la non realizzazione. Sarebbe semplice ma come educatrice di accoglienza posso testimoniare che la classificazione non è così netta.
I dolori non sono molti ma, ahinoi, ci sono. Partiamo dal presupposto che il lavoro di educatrice è faticoso, stressante ed emotivamente mette a dura prova tutti gli attori coinvolti. Svolgo questo lavoro da circa sette anni e una delle caratteristiche che mi accompagna da sempre è la componente emotiva della relazione con l’altro. Le emozioni convivono e coabitano in ogni persona e il duro compito è quello di monitorare questi stati d’animo e trovare il loro giusto equilibrio. È richiesta una continua capacità di gestire emozioni, conflitti e provocazioni; in alcune situazioni ci si trova a confrontarsi con dipendenze da sostanze e/o da persone – le cosiddette dipendenze affettive.
Lavorare in accoglienza significa sacrificare parte della propria vita personale nei turni nel week-end, durante le feste comandate e nei turni di notte. È molto facile per noi rischiare di incappare in burnout e senso di frustrazione. Questo lavoro, che ci porta a stare accanto a persone fragili, richiede un grande investimento in termini valoriali: è nostro compito ritrovare quel bello che forse le persone, nel corso della loro vita, hanno smarrito. Senza dimenticare poi la storia personale dell’educatrice, l’aspetto culturale ed emotivo della famiglia d’origine, il suo presente, la realtà che vive, i valori morali e/o spirituali e le gratificazioni o difficoltà del momento.
Personalmente con il tempo ho capito che alcuni aspetti del nostro carattere vanno lasciati a casa: l’aggressività non serve mai, questi luoghi di accoglienza hanno già abbastanza rabbia, né la compassione e neppure l’ansia da prestazione; affrontare con una giusta dose di curiosità, desiderio di conoscere nuove persone, culture straniere, usare atti di gentilezza ed essere pronti ai cambiamenti continui.
“Per quanto piccolo
Nessun atto di gentilezza è sprecato” – Esopo
Un aspetto a cui mi sono dovuta abituare è trovare la forza di dire no, di mettere una fine. Spesso gli educatori e le educatrici si devono “snaturare”, devono trovare la capacità di opporsi a scelte che quasi sicuramente porterebbero ad avere conseguenze negative sulla famiglia. Accade di frequente che un’educatrice non riesca ad allontanarsi dalle emozioni vissute a causa dell’elevata complessità della situazione e alla sentita vicinanza emotiva, così c’è la difficoltà a chiudere la porta di casa, a lasciare fuori i disagi altrui.
Tutte queste decisioni sofferte fanno parte della fatica del nostro lavoro. Una fatica non fisica ma mentale, che ci assale quando il nostro pensiero non coincide con quello di chi abbiamo di fronte, quando cerchiamo di spiegare loro in mille modi, con mille parole diverse, quello che per noi rappresenta il “loro bene”, la “cosa giusta da fare”. Spesso questa fatica lascia il nostro corpo senza forze, talvolta disarmate; ci assale un senso di frustrazione, misto a nervosismo e sconforto, ma contro cui spesso dobbiamo solo arrenderci: non possiamo sostituirci all’altro, men che meno possiamo imporre il nostro ideale di vita.
Nel momento in cui riesci a stare in relazione con te stessa, allora puoi anche stare in relazione con l’altro. Lavorando ho imparato che riconoscere i propri limiti è fondamentale per riuscire a stare con l’altro in maniera autentica e non superficiale. Bisogna ascoltare l’altro, ma prima di tutto noi stesse.

E le gioie del lavoro educativo?
Poi ci sono le cose belle. L’incontro con persone di culture diverse arricchendo il proprio bagaglio umano e “culinario”, trascorrere ore a chiacchierare davanti ad una tazza di tè marocchino, in un giardino, con le voci di bambini e bambine che giocano attorno a te: questa è serenità. Offrire loro un rapporto umano di sostegno senza alcun giudizio, conquistarne la fiducia con il tempo e diventare per loro un punto di riferimento.
“Educare è come seminare: il frutto non è garantito
e non è immediato, ma se non si semina
è certo che non ci sarà raccolto” – Carlo Maria Martini
È gratificante osservare persone che, con il tempo, raggiungono traguardi insperati: smettere di fare uso di sostanze e di alcool o, dopo un lavoro su se stessi, riuscire finalmente a “vedere” i propri figli; il sorriso e l’abbraccio di chi, dopo un anno o più dall’uscita dalla comunità, viene a trovarti, ad aggiornarti delle sue ultime esperienze.
Questa è la ricchezza degli educatori e delle educatrici: vedere stare bene le persone che affianchiamo!
Paola Ciaglia