Lo scorso 4 settembre abbiamo inaugurato CasArché a Roma, la struttura che andrà ad ospitare la nuova Comunità Casa Marzia.

Tra i tanti ospiti e amici che sono intervenuti nel corso della mattina, il primo a prendere parola è stato il Monsignor Gianpiero Palmieri, vicegerente della Diocesi di Roma.

Nel suo intervento (che vi riproponiamo integralmente), ha sottolineato quanto una realtà come quella di CasArché possa diventare una pedina importante nel rispondere alle esigenze della comunità e nel collaborare con le realtà già esistenti nel territorio romano.

gianpiero palmieri roma

Credo che siamo davvero tutti felicissimi questa mattina di partecipare a quest’inaugurazione. In un certo senso quello che vorrei testimoniare è la dimensione ecclesiale di quest’esperienza e voi sapete che significa sentire le radici, l’arché profondo di quello che viviamo.

C’è un passo del vangelo di Giovanni, che inizia proprio con la parola “en arché” (in principio) che è molto bello perché dice, in una maniera estremamente sintetica, che Dio è padre e madre. Dio nessuno lo ha mai visto e proprio il figlio che è nell’utero del padre ce lo ha rivelato. Un padre che ha un utero e quindi è madre, che genera il figlio eternamente e che fa partire la realtà del mondo da questo atto di generazione.

Un dio che non è chiuso in sé stesso, ma che è comunione, che è dono di sé.

So che il Papa ha ricordato tutto questo arché, questo in principio, all’udienza che avete fatto l’altro giorno e io credo che questa dimensione ci debba sempre far riflettere: l’uomo e la donna non sono uomini e donne se non sono capaci di vivere in comunione, in relazione.

Se non sperimentano una home, una casa. Se non sperimentano delle relazioni affettive capaci di farli sentire non soli. E non sono uomini e donne se non hanno un lavoro, cioè se non hanno un atteggiamento generativo, se non cambiano danno il loro contributo per cambiare la realtà. Senza casa, senza lavoro, senz’affetti nessun uomo è in grado di vivere.

Allora questo è un luogo dove si viene rigenerati, donne con i loro bambini che pensano di essere sole forse, forse hanno avuto il sospetto o l’esperienza di essere sole.

Sentono che per loro è impossibile essere rigenerati e questa rigenerazione non è semplicemente opera degli educatori o dei volontari, ma è opera di tutta questa rete che adesso p. Giuseppe ci ricordava: la rete delle mamme tra di loro, la rete dei volontari, ma la rete della comunità cristiana e della società civile che è qua intorno. Fratelli tutti, che conosciamo.

Proprio prima di venire qua, ho parlato con un neuropsicologo e mi diceva che ha letto Fratelli Tutti, l’enciclica di papa Francesco, ecco quella dal punto di vista psichico e neurologico è sana, cioè ci dice come funziona l’uomo e come funziona la donna, cioè come funzioniamo noi. Come sia possibile vivere in questo mondo progetti di rigenerazione.

Dio nessuno lo ha mai visto, ma lo sperimentiamo quando sperimentiamo un padre che dal suo utero rigenera. E questo siamo chiamati a mettere in pratica, a trasformare in realtà. Questo contiene, ci costringe, a continue conversioni.

Noi siamo sempre tentati di chiuderci nella solitudine, siamo sempre tentati di non essere accoglienti verso gli altri e pensare agli affari nostri. Tante volte noi siamo tentati di non lasciare il nostro contributo nel mondo, tante volte siamo tentati di non vivere così come il Signore ci invita a vivere.

Allora questo posto diventa un segno, un luogo dove si viene rigenerati e diventa un appello a vivere tutto questo sia per la realtà ecclesiale qui intorno, sia che per la realtà sociale in cui è ben inserita.

E questo è il nostro Arché.

Noi veniamo da qui e siamo fatti così e a quanto pare siamo felici quando viviamo così. E allora credo che davvero oggi il Signore ci inviti a vivere tutto questo ed è davvero grande il segno che oggi poniamo.

Poi, sì, ci siamo incontrati qualche tempo fa con p. Giuseppe e mi ha raccontato tutte le cose belle che Fondazione Arché ha fatto in Italia e ha fatto a Roma. Credo quindi che ci sia la bellezza di ritrovarsi in una rete ecclesiale e sociale dove possiamo sostenerci l’un l’altro e incidere profondamente in questa città, fare una nuova cultura in questa città, proprio perché possiamo ritornare a questa nostra arché comune.

Allora la cosa più bella qui sono le mamme, le mamme con i loro bambini, la cosa più bella è chi fa la casa.

Nella mia bibliografia personale c’è la fondazione di una casa famiglia per mamme con bambini (nella parrocchia San Clemenzio) e la cosa più straordinaria, ma ci abbiamo messo due anni a capirlo come comunità e volontari, è che la casa non era nostra, ma era delle mamme.

Quando l’abbiamo capito è cambiato tutto. E allora grazie a tutti e grazie a Fondazione Arché.